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mercoledì 22 gennaio 2014

Le differenze teologiche non precludono l'unità in Cristo

Sotto
lo stesso tetto

di fratel Alois

Recentemente (dal 28 dicembre al 1° gennaio) trentamila giovani di tutti i Paesi d'Europa si sono riuniti per cinque giorni a Strasburgo, in Francia. Sono stati accolti da migliaia di famiglie della città e dei piccoli centri situati sui due lati della frontiera franco-tedesca. Queste giornate di incontri e di ascolto reciproco hanno rivelato, tra i giovani cristiani e tra quanti li hanno accolti, un forte desiderio di raggiungere una migliore comprensione tra i popoli.
Il raduno di Strasburgo, città simbolo di riconciliazione, era il trentaseiesimo degli incontri europei che la nostra comunità di Taizé organizza ogni anno in una grande città del continente. Moltiplicando queste occasioni per intessere relazioni personali, vorremmo aiutare i giovani ad acquisire una vera coscienza europea. Il lavoro delle istituzioni è fondamentale ma, senza l'incontro tra le persone, l'Europa non si costruisce.
Certo, l'Europa vive un periodo di pace senza precedenti nella sua storia. Tuttavia, tra l'Est e l'Ovest, se non c'è più il Muro, esistono però ancora muri nelle coscienze. I giovani venuti a Strasburgo vorrebbero un'Europa aperta e solidale: solidarietà fra tutte le nazioni europee e con i popoli più poveri degli altri continenti. Ora aspirano a un'altra organizzazione economica: chiedono che la globalizzazione dell'economia sia associata a una globalizzazione della solidarietà. Si aspettano dai Paesi ricchi una maggiore generosità, che si esprima sia attraverso investimenti nei Paesi in via di sviluppo che vadano realmente a favore di una maggiore giustizia, sia attraverso un'accoglienza degna e responsabile degli immigrati di queste nazioni. I giovani sono consapevoli che, come cristiani, devono essere in prima linea per vivere la riconciliazione e la condivisione. Le ferite della storia lasciano spesso tracce profonde e segnano per generazioni le coscienze e le mentalità. Ma le umiliazioni subite non portano necessariamente alla violenza. Possono essere guarite. I giovani hanno in ogni caso una possibilità per dare il proprio contributo: rifiutarsi di trasmettere alla prossima generazione i rancori e le amarezze talvolta ancora vive. Non si tratta di dimenticare un passato doloroso ma di interrompere la catena che fa perdurare i risentimenti e di conseguenza di guarire poco a poco la memoria con il perdono. Senza perdono non c'è futuro per le società. Il formidabile slancio che è all'origine della costruzione europea è nato in buona parte da questa convinzione.
Con i giovani di diverse confessioni riuniti a Strasburgo, abbiamo ricordato che, se cerchiamo una riconciliazione tra cristiani, non è per ripiegarci su noi stessi. La cerchiamo affinché essa sia un segno del Vangelo e diventi un fermento di riavvicinamento tra gli uomini e tra i popoli. Cristiani riconciliati fanno udire la voce del Vangelo molto più chiaramente in un mondo che ha bisogno di fiducia per preparare un futuro di giustizia e di pace. 
Attualmente, tra cristiani separati in molteplici confessioni, rischiamo di fermarci a una tranquilla coesistenza. Come si può andare oltre? A Taizé ci stupiamo nel constatare che i giovani che passano insieme qualche giorno sulla nostra collina, ortodossi, protestanti e cattolici, si sentono profondamente uniti senza peraltro ridurre la loro fede al minimo comune denominatore né procedere a un livellamento dei loro valori. Al contrario, approfondiscono la propria fede. La fedeltà alla loro origine coabita con un'apertura a persone diverse da loro. Da dove viene tutto ciò? Dal fatto che hanno accettato di mettersi sotto lo stesso tetto e di volgersi insieme verso Dio. Se questo è possibile a Taizé, perché non dovrebbe esserlo anche altrove? Vorrei allora trovare le parole giuste per domandare ai cristiani delle diverse Chiese: non c'è un momento in cui bisognerebbe avere il coraggio di metterci insieme sotto lo stesso tetto, senza aspettare che tutte le formulazioni teologiche siano pienamente armonizzate? Non è possibile esprimere la nostra unità in Cristo - che non è diviso - constatando che le differenze che restano nell'espressione della fede non ci dividono? Ci saranno sempre delle differenze: esse avranno bisogno di dibattiti sinceri, ma spesso potranno anche essere un arricchimento.
Facciamo con i cristiani di altre confessioni tutto ciò che è possibile fare insieme, non facciamo nulla senza tener conto degli altri. Do qualche esempio. Pregare insieme una volta all'anno durante la settimana dell'unità dei cristiani non può bastare, anzi rischia di diventare un gesto un po' formale; perché non pregare insieme più spesso? In molti luoghi esistono collaborazioni interconfessionali, soprattutto nella pastorale carceraria e ospedaliera. Perché non moltiplicarli, piuttosto che lavorare in parallelo? Ciò si potrebbe attuare persino in ambiti delicati come il risveglio alla fede dei bambini e la pastorale dei giovani.
Nel metterci sotto lo stesso tetto, non dobbiamo aver paura che la verità del Vangelo venga diluita. Dobbiamo confidare nello Spirito Santo. Non si tratta di metterci insieme per essere più forti, ma per essere fedeli a Cristo dolce e umile di cuore. Da lui apprendiamo che la verità si fa sentire attraverso l'umiltà. Affronto, per finire, uno dei punti più delicati. I cristiani non potrebbero considerare che il vescovo di Roma è chiamato a sostenere la comunione tra tutti, una comunione in Cristo dove possono restare alcune espressioni teologiche che implicano delle differenze? Papa Francesco non ci indica forse la direzione mettendo come priorità per tutti l'annuncio della misericordia di Dio? Non perdiamo questo momento provvidenziale. Sono consapevole di toccare un tema scottante e di farlo forse in modo maldestro ma, per andare avanti, mi sembra inevitabile cercare il modo per intraprendere questa via di una diversità riconciliata.
Alla fine dell'incontro di Strasburgo molti giovani sono tornati nel proprio Paese decisi a essere portatori di pace e di riconciliazione. Sanno che tutti possono partecipare a una civiltà contraddistinta non dalla diffidenza ma dalla fiducia. Nella storia a volte sono bastate poche persone per far pendere la bilancia verso la pace.


(©L'Osservatore Romano 22 gennaio 2014)

venerdì 20 dicembre 2013

Nell'esortazione apostolica di Papa Francesco

La forza
di una parola nuova

di fratel Alois

Fin dall'inizio Papa Francesco ha toccato il cuore delle folle con i gesti. Con la Evangelii gaudium rivolge una parola a tutti. Questa parola ha tanta forza da poter infondere una vita nuova tra i cristiani. È una parola nuova, eppure è in linea con quella del suo predecessore. Quante volte Papa Benedetto ha parlato della gioia di credere! Quante volte, soprattutto nella Deus caritas est, ha insistito sulla necessità di una relazione personale con Dio che ci trasforma e ci apre agli altri!
Ho letto il bel testo nelle due prospettive che ci stanno a cuore a Taizé: la pastorale dei giovani e l'ecumenismo. L'esortazione parla ai giovani. Uno di loro, da lungo tempo malato, mi ha telefonato per dirmi: "Papa Francesco ci ha fatto uscire dalla nostra comodità". È vero: sulla scia di Benedetto XVI, il vescovo di Roma propone la radicalità del Vangelo come un cammino di felicità e i suoi appelli ci sconvolgono, ci mettono in discussione. Ma allo stesso tempo ci ricordano la tenerezza di Dio, la sua misericordia senza eccezioni. A ognuno vorrebbe dire: lasciati afferrare da questo amore!
Molti attendono un rinnovamento della Chiesa. Il Papa ha la semplicità di dire che non può farlo da solo e che non ha "una parola definitiva o completa su tutte le questioni che riguardano la Chiesa e il mondo". Fa appello a tutti, ha bisogno di tutti. E per dirlo trova un linguaggio che svegli e provoca. Il suo appello si rivolge soprattutto a noi che abbiamo responsabilità pastorali: senza la vicinanza a quanti soffrono, non troveremo il modo per rinnovare la Chiesa. Questo appello non sminuisce affatto il suo ruolo di pastore universale, ma responsabilizza le Chiese locali e tutti i cristiani, che lui vuole adulti. Tutti sono evangelizzatori. In questo fare appello alla collaborazione di tutti non vi è un atteggiamento simile a quello di Giovanni XXIII quando convocò il concilio?
Il Papa sottolinea con forza che Cristo si è fatto povero, sempre vicino ai poveri e agli esclusi: sono loro a evangelizzarci! E ne trae un appello alla solidarietà in vista della liberazione e della promozione dei poveri. Rispondendo a questo appello, i cristiani diventano segno di contraddizione nella società.
Il passo dedicato da Papa Francesco all'ecumenismo fornisce una base per andare avanti: la certezza che "l'ecumenismo è un apporto all'unità della famiglia umana" e che l'impegno per l'unità dei cristiani rimuove degli ostacoli all'evangelizzazione; il rammentare che c'è una gerarchia di verità e la bella affermazione che tutti dobbiamo "raccogliere quello che lo Spirito ha seminato in loro come un dono anche per noi".
Anche se il passo sull'ecumenismo è breve, il testo nel suo insieme può parlare ai non cattolici e già ne ho avuto conferma. A colpire è il fatto che Papa Francesco ponga al centro l'ascolto della Parola di Dio: l'annuncio del Vangelo è sempre al primo posto. Esorta tutti a mettersi sotto la Parola di Dio che "ci trascende sempre". E l'invito che rivolge ai sacerdoti affinché curino in modo particolare le loro omelie è significativo.
La nostra comunità di Taizé vorrebbe camminare sempre in comunione con il Papa. Dopo aver incontrato ogni anno Benedetto XVI, sono quindi lieto di essere stato ricevuto recentemente da Papa Francesco e di avergli potuto esprimere la nostra riconoscenza per lo slancio che ha dato ai cristiani. Attraverso il suo ministero, vediamo delinearsi quell'immagine della Chiesa che fratel Roger descriveva con queste parole: "Quando incessantemente la Chiesa ascolta, guarisce, riconcilia, essa diventa ciò che è nel più luminoso di se stessa, una comunione d'amore, compassione, consolazione, limpido riflesso del Cristo risorto. Mai distante, mai sulla difensiva, liberata dalle severità, essa può irradiare l'umile fiducia della fede fin nei nostri cuori umani".


(©L'Osservatore Romano 20 dicembre 2013)

domenica 18 agosto 2013

Ecumenismo ed ecclesiologia della comunità fondata da frère Roger

I cerchi concentrici di Taizé

di fratel Emile

La comunità di Taizé è ecumenica fin dall'inizio, negli anni Quaranta, ma lo è molto di più a partire dagli anni Sessanta, quando alcuni fratelli cattolici furono autorizzati ad entrarvi. Frère Roger tentò più volte di esprimere quel che egli stesso viveva e sperimentava e che chiamava "riconciliazione interiore". Non si trattava, né per lui né per la comunità nel suo insieme, di contentarsi di un piccolo denominatore comune, ma di aprirsi a tutti i doni che Dio ha elargito al suo popolo fin dalla nascita della fede cristiana. Così disse frère Roger nel corso di uno dei primi incontri europei a Roma: "Ho trovato la mia identità di cristiano riconciliando in me stesso la fede delle mie origini con il mistero della fede cattolica, senza rottura di comunione con nessuno".
Frère Roger raccontava spesso che durante il suo ultimo incontro con Giovanni xxiii, nel 1963, disse al Pontefice che avrebbe desiderato ricevere da lui un testamento spirituale, chiedendo in particolare il posto che Taizé doveva occupare nella Chiesa. Giovanni xxiii rispose facendo degli ampi gesti con le mani: "La Chiesa cattolica è fatta di cerchi concentrici sempre più grandi". Il Papa non precisò in quale cerchio egli vedeva collocato Taizé, ma frère Roger comprese che il Papa intendeva dirgli: voi siete già all'interno, continuate semplicemente su questa via. Ed è quel che egli fece.
Esiste un segreto riguardo alla fiducia nella misericordia di Dio, una misericordia che non sottovaluta quel che Dio è capace di fare. Vorrei in proposito riferirmi a quanto il grande biblista francese padre Jacques Guillet ci disse un giorno a Taizé: se volete comprendere cosa significa che Dio è Onnipotente, dovete considerare quel che accadde nell'Ultima Cena; la notte in cui Gesù fu tradito e catturato ha una intensità particolare, il male ha un suo spessore, una sua consistenza. Il complotto per liquidare Gesù era già in azione, egli avrebbe potuto fuggire, allontanarsi da Gerusalemme, rifugiarsi in Galilea. Noi non dovremmo dimenticarlo; egli non l'ha fatto perché sapeva che suo Padre non era lontano. Il Padre era presente quella notte. Le potenze del male sembravano ormai prossime alla vittoria perché si avvicinava il momento in cui esse avrebbero potuto metter fine alla vita del Signore. Ma subito Gesù capovolge tutto, come nelle beatitudini dicendo: "Nessuno me la toglie (la mia vita) ma io la dono da me stesso" (Giovanni, 10, 18), o, nel linguaggio dei sinottici: "Questo è il mio corpo che è offerto per voi" (Luca, 22, 19); "Questo è il sangue dell'Alleanza versato per molti in remissione dei peccati" (Matteo, 26, 28). Chi ha la vittoria? Le potenze del male? No, la vittoria è di un amore che dona liberamente, un amore più grande dell'odio che è in azione, capace di assumere questo odio. E così l'odio è preso in trappola, perché serve solo a rivelare l'ampiezza di un amore, l'estensione del perdono. Nell'Ultima Cena noi vediamo che Dio, la sua misericordia, crea con quel che noi mettiamo nelle sue mani. Egli prende quel che è là per trasformarlo, non come un mago, ma attraverso il dono di se stesso. E amando di più.


(©L'Osservatore Romano 17-18 agosto 2013)

giovedì 16 maggio 2013

Il Patriarca ortodosso Bartolomeo accolto a Milano dal cardinale Scola


    Per continuare a scrivere pagine di libertà 

 


Milano, 15. Ecumenismo e libertà religiosa: sono i due poli attorno ai quali è calamitata la visita di tre giorni che il Patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo, compie da ieri a Milano. L'incontro rappresenta il momento centrale delle iniziative della Chiesa ambrosiana per i millesettecento anni dell'Editto di Milano e quindi l'inizio della libertà religiosa in Occidente. Lo stesso Patriarca ortodosso incontrando in curia il cardinale arcivescovo di Milano, Angelo Scola, ha ricordato che proprio a partire da quello storico avvenimento "si sono realizzate per l'Europa delle conquiste determinanti nel progresso spirituale dell'umanità. Sono state poste le basi per il riconoscimento dei fondamenti dei diritti umani; ed è stata stabilita per la prima volta sotto forma di legge, come principio, la libertà religiosa". Infatti, ha proseguito, "la libertà per ognuno di credere in Dio o di rifiutarlo non è semplicemente un diritto umano, ma prima di tutto una smisurata condiscendenza di Dio, il quale per amore indescrivibile rispetta così tanto la libertà dell'uomo fino a tollerarne perfino il rifiuto arrogante di questi".
Il contributo decisivo dell'editto di Milano alla nascita del civiltà europea è stato sottolineato da Papa Francesco che ha inviato un messaggio al cardinale Scola proprio in occasione della visita del Patriarca Bartolomeo a Milano. Nel messaggio - a firma del cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato - il Santo Padre auspica che "oggi come allora, la comune testimonianza dei cristiani di Oriente e di Occidente, sorretta dallo spirito del Risorto, concorra alla diffusione del messaggio di salvezza in Europa e nel mondo intero". Dal Pontefice, in particolare, un appello perché, "grazie alla lungimiranza delle autorità civili, sia ovunque rispettato il diritto all'espressione pubblica della propria fede e sia accolto senza pregiudizi il contributo che il cristianesimo continua a offrire alla cultura e alla società del nostro tempo".


(©L'Osservatore Romano 16 maggio 2013)
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