Non ho molto tempo libero per aggiornare questo blog, ma vorrei solo che tutti potessero conoscere l'Amore vero e scoprire l'Amore di Dio personale e fedele per ciascuno.
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lunedì 27 luglio 2015
sabato 18 luglio 2015
mercoledì 1 luglio 2015
“Grazie Signore, perché 50 anni fa mi hai chiamato a servire la Chiesa”
"Carissimo don Vincenzo - afferma monsignor Valentinetti -, tu dirai a 50 di sacerdozio tu vescovo mi chiedi ancora questa disponibilità? Ebbene sì, per annunciare Cristo non c’è età: si annuncia il Cristo da giovani, da adulti e si annuncia il Cristo quando molte primavere sono passate sulla nostra testa. Il Signore ti conceda di continuare ciò che hai sempre fatto, che il Signore ti ricolmi di bene e di ringraziamenti, perché solo lui sa fare e lo può fare nel modo in cui solo lui sa"
Con queste parole ieri sera monsignor Vincenzo Amadio, vicario generale dell’arcidiocesi di Pescara-Penne, ha esordito nella Santa Messa con la quale ha celebrato i suoi 50 anni di sacerdozio presso la parrocchia di San Pietro apostolo, della quale è parroco dal 1986 e a cui si deve, vincendo lungaggini burocratiche e polemiche, il trasferimento della sua comunità da un istituto religioso di via Carducci all’attuale e pregiata ubicazione nella chiesa sul mare di piazza Primo maggio, ideata e realizzata da Pietro Cascella.
Il prefetto di Pescara Vincenzo D‘Antuono, il presidente della Regione Abruzzo Luciano D‘Alfonso e il sindaco Marco Alessandrini
Ma il concelebrante più importante è stato senza dubbio l’arcivescovo di Pescara-Penne monsignor Tommaso Valentinetti, che due anni fa lo nominò per la seconda volta vicario generale dell’arcidiocesi dopo la prima esperienza già vissuta dal 1993 al 2006, al fianco dell’allora arcivescovo Cuccarese: «“Magnificate con me il Signore – esordisce monsignor Valentinetti nell’omelia -, esaltiamo insieme il suo nome. Ho cercato il Signore, mi ha risposto e da ogni paura mi ha liberato”. Con questo salmo responsoriale che abbiamo pregato insieme, credo che possa salire alta la lode al Signore per quanto lui ha fatto nella vita di don Vincenzo, presbitero da 50 anni dentro la storia di questa Chiesa locale di Pescara-Penne e sempre con le parole del salmo, lo invito a benedire il Signore in ogni tempo: in quello della sua giovinezza, della sua piena maturità e in questo tempo alla vigilia della quarta giovinezza».
Ha infatti 74 anni il presbitero originario di Castilenti, nel teramano, ordinato sacerdote il 29 giugno 1965, nella solennità dei Santi Pietro e Paolo, dall’allora arcivescovo Iannucci che lo nominò dapprima vicario parrocchiale nella chiesa pescarese del Sacro Cuore, fino al 1968, e poi parroco a Montebello di Bertona dove vi rimase per 18 anni fino al 1986, rientrando quindi a Pescara per abbracciare definitivamente la comunità parrocchiale di San Pietro apostolo.
In questo periodo, don Vincenzo ha ricoperto con dedizione anche il ruolo di assistente spirituale dell’Azione Cattolica: «Questa lode – ricorda il presule – il presbitero è chiamato a rinnovare anno per anno, quando cade l’anniversario della sua ordinazione sacerdotale, in modo particolare nei casi dei cosiddetti anniversari giubilari del 25° anniversario di ordinazione, nel 50° e perché no nel 60° e nel 65° di ordinazione sacerdotale. E questo è anche un augurio per don Vincenzo, perché possa mettere la sua esperienza ancora per molto tempo a servizio di questa Chiesa locale».
Un anniversario, i 50 anni di sacerdozio di monsignor Amadio, che è caduto proprio nella solennità dei Santi Pietro e Paolo: «Le ordinazioni sacerdotali – spiega l’arcivescovo di Pescara-Penne -, negli anni passati, venivano celebrate proprio in questo giorno per sottolineare in maniera precisa il legame tra i sacerdoti e la Chiesa, fondata sulla roccia di Pietro. E dall’ordinazione in poi, si sviluppa un’unità profonda tra Cristo, la Chiesa e il presbitero».
E nella pagina evangelica al centro della giornata di ieri, il Signore ha posto ai discepoli la fondamentale domanda “E voi, chi dite che io sia?”: «È questa – riporta Valentinetti – la risposta chiara “Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente”. Una sintesi perfetta di quanto il popolo d’Israele aveva atteso. Ma oggi quella domanda del Signore risuona ancora nella Chiesa: molti lo sanno, ma molti non lo sanno. Quindi la domanda “E voi chi dite che io sia?” è ancora di estrema attualità e noi Chiesa, noi comunità cristiana, noi presbiteri e io vescovo siamo chiamati a dare la risposta di Pietro a chi ci domanda sulla persona di Gesù, ma anche a chi non ci domanda».
Da qui la sfida di riannunciare Cristo al mondo intero: «Ecco – sottolinea l’arcivescovo Valentinetti – la sfida della Chiesa di questo inizio di terzo millennio. Papa Francesco ce lo ha indicato chiaramente nell’Evangelii Gaudium: essere capaci di portare l’annuncio del Cristo, figlio del Dio vivente, fino agli estremi confini della Terra».
E qui un pensiero di vicinanza, rivolto dal presule nei confronti del Santo Padre duramente attaccato nel corso del suo Pontificato, come testimoniato dal Papa stesso ieri durante la messa dei Santi Pietro e Paolo presieduta nella basilica vaticana: «Non sto qui – ammonisce l’arcivescovo – a citare le varie forme con cui questa Parola è stata riconsegnata da colui che è successore di Pietro, da colui che regge la Chiesa e che determina il cammino della Chiesa, checché ne dicano alcuni benpensanti che, forse, non trovano sistema migliore che criticare le parole e le scelte del Santo Padre. Sono molto preoccupato per questo, perché è chiaro che chi sta in vista di tutti può ricevere critiche e non condivisione. È stato anche vero per i Pontefici precedenti, ma la cattiveria che, purtroppo, molte volte si sta rivelando nei confronti di questo Pontificato è veramente spiacevole».
Quindi, l’omelia è tornata nuovamente a rivolgersi nei confronti di monsignor Amadio: «Carissimo don Vincenzo – afferma monsignor Valentinetti -, tu dirai a 50 di sacerdozio tu vescovo mi chiedi ancora questa disponibilità? Ebbene sì, per annunciare Cristo non c’è età: si annuncia il Cristo da giovani, da adulti e si annuncia il Cristo quando molte primavere sono passate sulla nostra testa. Il Signore ti conceda di continuare ciò che hai sempre fatto, che il Signore ti ricolmi di bene e di ringraziamenti, perché solo lui sa fare e lo può fare nel modo in cui solo lui sa».
E a questo punto, l’arcivescovo ha citato le parole di San Paolo apostolo nella seconda lettera di San Paolo apostolo a Timoteo “Io sto per ammainare le vele”: «Io ti auguro – auspica monsignor Tommaso Valentinetti – che queste vele rimangano ancora spiegate. La fede che hai conservato, dopo aver combattuto la buona battaglia, è quella che devi trasmettere e devi donare a tutte le persone con cui vieni in contatto: in particolare, direi, la fede è la conferma nei confronti dei sacerdoti tuoi confratelli, che molto spesso ricorrono a te per un consiglio e per chiedere un giudizio. Una fede forte e incrollabile, fino a quando il Signore ti darà la possibilità di vivere eternamente con Lui in quel giorno della sua manifestazione. Il Signore ti è vicino, ti ha dato forza perché tu potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo. Il Signore ti liberi da ogni male e ti conceda la gloria del suo Regno. A Lui la gloria, nei secoli dei secoli, amen».
Al termine della funzione liturgica, quindi, è stato lo stesso monsignor Amadio a prendere la parola per esprimere alcuni ringraziamenti, con la sobrietà e l’umiltà che lo hanno sempre contraddistinto durante il suo cammino sacerdotale: «Il Signore – osserva il vicario generale dell’arcidiocesi di Pescara-Penne – si serve degli uomini e il mio ringraziamento va ai miei genitori che mi hanno educato nella fede, alla mia madrina di Battesimo e al mio padrino di Cresima, l’unico che c’è ancora (zio Angelo), i quali sono stati per me un’altra mamma e un altro papà. Sono stati determinanti anche nella formazione cristiana, nell’iniziazione cristiana, perché tutto il resto si sviluppa da quel germe che viene deposto da Dio nel nostro Battesimo».
Quindi il ricordo di monsignor Antonio Iannucci, che lo consacrò sacerdote, di monsignor Francesco Cuccarese, che per primo lo volle vicario generale, e ovviamente il ringraziamento a monsignor Tommaso Valentinetti, con cui collabora affettuosamente e intensamente, e a tutti i confratelli sacerdoti.
Ma non solo: «Ci sono stati – ricorda don Vincenzo Amadio – tanti angeli custodi, lungo questi molti anni della mia vita sacerdotale. Sono quelli che rompono le catene, che aprono le porte, dopodiché dobbiamo fare da soli. È chiaro che ci sono momenti di difficoltà, momenti in cui siamo incatenati, momenti di paura, momenti in cui pensiamo di non farcela: ci sono stati molti angeli custodi, molti vivono, molti non ci sono più».
Quindi monsignor Amadio ha scelto un racconto, una metafora per spiegare ancora una volta l’umile essenzialità del suo carattere e della sua personalità: «All’inizio della mia esperienza qui a Pescara – racconta in chiusura il vicario generale e parroco di San Pietro apostolo -, un giorno dissi: “Non guardate me” e facevo l’esempio della busta, perché quando ci arriva la lettera la busta è molto sgualcita, però noi stiamo a guardare ciò che c’è dentro: il messaggio. E allora dicevo “Non guardate la busta, ma guardate il contenuto, quello che riuscirò ad annunciarvi”. Dopo qualche tempo, mi arrivò una piccola busta d’argento e dentro c’erano espressioni di benevolenza. Ho capito che quella busta era una risposta, che diceva “Non ci piace che sia una busta sgualcita la tua presenza, vogliamo una busta d’argento”. Io ho fatto quello che ho potuto».
Quindi l’abbraccio di centinaia di parrocchiani, che hanno consegnato a monsignor Vincenzo Amadio la benedizione impartita da Papa Francesco e una targa ricordo dell’edificazione dell’attuale chiesa sul mare.
giovedì 5 febbraio 2015
lunedì 27 gennaio 2014
Auschwitz e la Giornata della Memoria
Vigile attenzione
"È fuor di dubbio - scrive Cristiana Dobner - che Auschwitz è una sorta di monumento, nel senso che raccoglie e testimonia l'efferatezza nazista e il dolore patito da Israele e da chi con Israele condivise il destino di non essere nazista o di essersi opposto al regime dominante. Però se fosse solo così, sarebbe ancora troppo poco, le ceneri sarebbero inerti. Auschwitz è ben di più, è memoria attiva, zikkaron, fertile, è cenere calda che trasmette vita. Non nel paradosso poetico che da morte dona vita, ma nella concezione biblica che conosce per esperienza che il Creatore vigila come sentinella e non dimentica il suo popolo. La sua è una memoria sempre attuale".
E se l'interrogativo immediato è "dov'era questo Creatore quando Israele subiva lo sterminio nazista?", esso però nella sua angoscia risulta monco, perché carente di una seconda parte: "Io, dov'ero, quando Israele subiva lo sterminio nazista?". Io non c'ero è risposta fasulla, perché il mio legame con tutta la storia mi interpella e mi pone su di un terreno che richiede risposta. Io, oggi, dove sono? Da che parte sto? Abito Auschwitz e mi proietto sulla storia oppure lo lascio al suo passato e così dono fertilizzante ai pregiudizi che hanno lastricato la strada che conduce ad Auschwitz? Ecco allora la necessità della memoria viva, palpitante. Uno zikkaron che attivi richiami e generi sempre rapporti chiari, liberi, di autentico apprezzamento.
(©L'Osservatore Romano 26 gennaio 2014)
mercoledì 22 gennaio 2014
Le differenze teologiche non precludono l'unità in Cristo
Sotto
lo stesso tetto
di fratel Alois
Recentemente (dal 28 dicembre al 1° gennaio) trentamila giovani di tutti i Paesi d'Europa si sono riuniti per cinque giorni a Strasburgo, in Francia. Sono stati accolti da migliaia di famiglie della città e dei piccoli centri situati sui due lati della frontiera franco-tedesca. Queste giornate di incontri e di ascolto reciproco hanno rivelato, tra i giovani cristiani e tra quanti li hanno accolti, un forte desiderio di raggiungere una migliore comprensione tra i popoli.
Il raduno di Strasburgo, città simbolo di riconciliazione, era il trentaseiesimo degli incontri europei che la nostra comunità di Taizé organizza ogni anno in una grande città del continente. Moltiplicando queste occasioni per intessere relazioni personali, vorremmo aiutare i giovani ad acquisire una vera coscienza europea. Il lavoro delle istituzioni è fondamentale ma, senza l'incontro tra le persone, l'Europa non si costruisce.Certo, l'Europa vive un periodo di pace senza precedenti nella sua storia. Tuttavia, tra l'Est e l'Ovest, se non c'è più il Muro, esistono però ancora muri nelle coscienze. I giovani venuti a Strasburgo vorrebbero un'Europa aperta e solidale: solidarietà fra tutte le nazioni europee e con i popoli più poveri degli altri continenti. Ora aspirano a un'altra organizzazione economica: chiedono che la globalizzazione dell'economia sia associata a una globalizzazione della solidarietà. Si aspettano dai Paesi ricchi una maggiore generosità, che si esprima sia attraverso investimenti nei Paesi in via di sviluppo che vadano realmente a favore di una maggiore giustizia, sia attraverso un'accoglienza degna e responsabile degli immigrati di queste nazioni. I giovani sono consapevoli che, come cristiani, devono essere in prima linea per vivere la riconciliazione e la condivisione. Le ferite della storia lasciano spesso tracce profonde e segnano per generazioni le coscienze e le mentalità. Ma le umiliazioni subite non portano necessariamente alla violenza. Possono essere guarite. I giovani hanno in ogni caso una possibilità per dare il proprio contributo: rifiutarsi di trasmettere alla prossima generazione i rancori e le amarezze talvolta ancora vive. Non si tratta di dimenticare un passato doloroso ma di interrompere la catena che fa perdurare i risentimenti e di conseguenza di guarire poco a poco la memoria con il perdono. Senza perdono non c'è futuro per le società. Il formidabile slancio che è all'origine della costruzione europea è nato in buona parte da questa convinzione.
Con i giovani di diverse confessioni riuniti a Strasburgo, abbiamo ricordato che, se cerchiamo una riconciliazione tra cristiani, non è per ripiegarci su noi stessi. La cerchiamo affinché essa sia un segno del Vangelo e diventi un fermento di riavvicinamento tra gli uomini e tra i popoli. Cristiani riconciliati fanno udire la voce del Vangelo molto più chiaramente in un mondo che ha bisogno di fiducia per preparare un futuro di giustizia e di pace.
Attualmente, tra cristiani separati in molteplici confessioni, rischiamo di fermarci a una tranquilla coesistenza. Come si può andare oltre? A Taizé ci stupiamo nel constatare che i giovani che passano insieme qualche giorno sulla nostra collina, ortodossi, protestanti e cattolici, si sentono profondamente uniti senza peraltro ridurre la loro fede al minimo comune denominatore né procedere a un livellamento dei loro valori. Al contrario, approfondiscono la propria fede. La fedeltà alla loro origine coabita con un'apertura a persone diverse da loro. Da dove viene tutto ciò? Dal fatto che hanno accettato di mettersi sotto lo stesso tetto e di volgersi insieme verso Dio. Se questo è possibile a Taizé, perché non dovrebbe esserlo anche altrove? Vorrei allora trovare le parole giuste per domandare ai cristiani delle diverse Chiese: non c'è un momento in cui bisognerebbe avere il coraggio di metterci insieme sotto lo stesso tetto, senza aspettare che tutte le formulazioni teologiche siano pienamente armonizzate? Non è possibile esprimere la nostra unità in Cristo - che non è diviso - constatando che le differenze che restano nell'espressione della fede non ci dividono? Ci saranno sempre delle differenze: esse avranno bisogno di dibattiti sinceri, ma spesso potranno anche essere un arricchimento.
Facciamo con i cristiani di altre confessioni tutto ciò che è possibile fare insieme, non facciamo nulla senza tener conto degli altri. Do qualche esempio. Pregare insieme una volta all'anno durante la settimana dell'unità dei cristiani non può bastare, anzi rischia di diventare un gesto un po' formale; perché non pregare insieme più spesso? In molti luoghi esistono collaborazioni interconfessionali, soprattutto nella pastorale carceraria e ospedaliera. Perché non moltiplicarli, piuttosto che lavorare in parallelo? Ciò si potrebbe attuare persino in ambiti delicati come il risveglio alla fede dei bambini e la pastorale dei giovani.
Nel metterci sotto lo stesso tetto, non dobbiamo aver paura che la verità del Vangelo venga diluita. Dobbiamo confidare nello Spirito Santo. Non si tratta di metterci insieme per essere più forti, ma per essere fedeli a Cristo dolce e umile di cuore. Da lui apprendiamo che la verità si fa sentire attraverso l'umiltà. Affronto, per finire, uno dei punti più delicati. I cristiani non potrebbero considerare che il vescovo di Roma è chiamato a sostenere la comunione tra tutti, una comunione in Cristo dove possono restare alcune espressioni teologiche che implicano delle differenze? Papa Francesco non ci indica forse la direzione mettendo come priorità per tutti l'annuncio della misericordia di Dio? Non perdiamo questo momento provvidenziale. Sono consapevole di toccare un tema scottante e di farlo forse in modo maldestro ma, per andare avanti, mi sembra inevitabile cercare il modo per intraprendere questa via di una diversità riconciliata.
Alla fine dell'incontro di Strasburgo molti giovani sono tornati nel proprio Paese decisi a essere portatori di pace e di riconciliazione. Sanno che tutti possono partecipare a una civiltà contraddistinta non dalla diffidenza ma dalla fiducia. Nella storia a volte sono bastate poche persone per far pendere la bilancia verso la pace.
(©L'Osservatore Romano 22 gennaio 2014)
lunedì 6 gennaio 2014
L'Epifania del Signore in un'omelia siriaca del VI secolo
Nelle acque della misericordia
di Manuel Nin
Una raccolta siriaca del VI secolo contiene una breve omelia sull'Epifania. Non commenta esplicitamente testi biblici, ma passa in rassegna i temi dell'Epifania ed elenca i benefici della celebrazione: "Sia benedetto l'Altissimo che, nella sua grazia, ci ha fatti degni di queste sante feste, affinché con le nostre lodi e i nostri canti diventiamo compagni degli angeli. Sia benedetto colui che soppianta le feste alle feste, le assemblee alle assemblee, e traccia nuovi sentieri affinché ci cammini la stirpe dei fedeli. Infatti al posto della feste degli idoli, ecco la nostra umanità che celebra le feste di Dio. Al posto delle assemblee dissolute che radunavano i demoni nel mondo, ecco le assemblee della temperanza che dappertutto raduna lo Spirito di Dio. Al posto dei cammini per cui la nostra natura umana correva verso gli idoli scolpiti, Cristo prepara nuovi cammini ai fedeli affinché per essi loro arrivino al luogo delle prosperità".Un'omelia dello stesso manoscritto per il Natale indica che è stata pronunciata dal "superiore del monastero per i monaci e i fedeli accorsi al monastero per la festa del Natale". Quella sull'Epifania si colloca nello stesso contesto. E l'accorrere dei fedeli viene subito esplicitato: "Perché oggi Cristo esce verso il deserto incontro a Giovanni Battista. Allo stesso modo i fedeli, suoi discepoli, lasciano le loro case e accorrono verso i solitari. E mentre il Signore va al Giordano, loro corrono verso i monaci. Al posto di colui che non ha bisogno di essere battezzato, ecco coloro che corrono per essere purificati dal battesimo della preghiera. Al posto di colui che china il capo davanti a Giovanni, ecco coloro che chinano il capo alla destra dei suoi discepoli. Al posto di colui che ubbidisce al profeta da lui stesso mandato ci sono quelli che ubbidiscono alla voce della sua parola e corrono verso i loro fratelli e i loro figli come verso padri più grandi di loro".
Il testo accosta poi le due feste di Natale e dell'Epifania e accenna al tema della festa come manifestazione di Cristo agli uomini, che sgorga dalla voce del Padre e dalla testimonianza di Giovanni: "Nella prima festa lui nacque dal grembo, ma nella festa odierna si manifesta nel battesimo. Il Signore degli uomini era nascosto agli uomini benché fosse in mezzo a loro, e oggi è stato rivelato dalla voce del Padre, dalla venuta dello Spirito e dall'annuncio di Giovanni. Oggi la sposa ha riconosciuto il suo sposo; ha riconosciuto colui di cui ha sentito parlare Giovanni quando glielo mostrò col dito: Ecco l'Agnello di Dio".
L'uscita verso il deserto porta i fedeli non più all'incontro con Giovanni bensì all'incontro con Cristo stesso che perdona loro i peccati e fa loro dono dello Spirito Santo: "Oggi coloro che sono venuti invece di Giovanni il servo hanno trovato Gesù il Signore di tutto. Loro correvano verso il profeta, e hanno trovato il Signore dei profeti. Sono venuti verso il Battista per ricevere la remissione dei peccati, e hanno trovato colui che con la remissione dei peccati dà anche la santità dello Spirito. Si è rivelato nascosto nel grembo e si è manifestato oggi nel battesimo. La Vergine lo ha generato, essendo lui generato, ed il battesimo lo ha generato, benché non fosse necessario. Ha abitato il grembo e in esso è stato formato come neonato e ha formato noi come nuova creazione. È sceso nel battesimo, ha effuso lo Spirito e ci ha generati figli di Dio".
Noi tutti quindi - continua il testo - onoriamo con amore questo Signore mite che si è fatto conoscere in questi modi per vivificarci. Accorriamo verso colui che venne verso di noi. Accorriamo in ogni momento verso il perdono del pentimento. Santifichiamo la nostra anima nel desiderio di colui che ci santifica nelle acque della sua misericordia. Laviamoci da tutti i nostri mali e mostriamoci nella purezza". Il testo si conclude con un'esortazione a vivere e camminare nella luce che viene da Cristo: "Mostratevi nella luce nelle cose buone, affinché tutti noi siamo guidati dalla luce alla luce. Cioè dalla luce delle opere alla luce spirituale del regno di Cristo, per essere tutti noi degni della grazia e della misericordia di Gesù".
(©L'Osservatore Romano 5 gennaio 2014)
venerdì 27 dicembre 2013
Davanti alla nascita dell'unico salvatore
Così grande da farsi bambino
di Hermann Geissler
Il Natale invita a guardare al presepio con stupore, ad aprire il nostro cuore per comprendere un po' perché Dio si è fatto bambino. Dio è più grande di ogni nostro pensiero, come hanno insegnato i grandi teologi. E ciò vale anche per il Messia, più grande delle nostre idee su di lui.Così possiamo intuire in cosa consiste la vera potenza di Dio: nella sua bontà. "Dio è amore" scrive san Giovanni nella prima lettera, e aggiunge: "In questo si è manifestato l'amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito figlio nel mondo perché noi avessimo la vita per lui" (4, 8-9). Da sempre gli uomini hanno voluto essere vicini a Dio. Questo desiderio è divenuto realtà con la venuta di Gesù. Ora possiamo essere vicini a Dio, perché egli si è fatto vicino a noi. Ora tutti - in particolare i semplici, i poveri, i sofferenti, i bambini - hanno accesso al cuore di Dio.
L'amore ha spinto il Dio grande a farsi piccolo. Per cogliere il significato di questa umiltà, pensiamo all'inizio. Adamo ed Eva furono creati da Dio a sua immagine, con il compito di reggere il mondo servendo il creatore. Ma si ribellarono pensando che Dio avrebbe limitato la loro libertà. Questa superbia, che ha distrutto l'armonia fra Dio e le creature, si trova in qualche modo in ogni uomo come una "goccia di veleno" (Benedetto XVI).
Nel presepio vediamo il bambino: indifeso, totalmente dipendente da Maria e Giuseppe. Qui possiamo accorgerci che Dio è veramente diverso da come noi lo immagineremmo. Ha voluto liberarci dalla nostra superbia, scegliendo la strada dell'umiltà. Così ha voluto guarire il nostro cuore, liberandolo dal peccato, la causa più profonda dei mali del mondo. Il presepio ci spinge anche all'umiltà, sottomettendoci "gli uni agli altri nel timore di Cristo" (Efesini, 5, 21) e sapendo che l'umiltà è "la forza del Vangelo" (Papa Francesco).
Gesù vuol rinascere anche oggi nei nostri cuori. Dio si è fatto uomo perché noi diventassimo "partecipi della natura divina" (2 Pietro, 1, 4). Ciò è avvenuto nel momento del battesimo, quando abbiamo ricevuto la nuova vita, quella dei figli nel Figlio. Questa vita dobbiamo nutrire con la preghiera e far crescere tramite la grazia dei sacramenti. Questa vita è un grande mistero: mostra la grandezza di Dio che nel suo amore vuol entrare nel cuore di ognuno di noi e mostra la grandezza dell'uomo creato per Dio e che solo in Gesù trova la piena felicità e la vera pace. "Riconosci, o cristiano, la tua dignità. Ricorda a quale capo appartieni e di quale corpo sei membro. Ripensa che, liberato dal potere delle tenebre, sei stato trasferito nella luce e nel regno di Dio" (san Leone Magno).
Dio si è fatto bambino - per rivelarci il suo amore che ci attira, per mostrarci la sua umiltà che ci salva, per farci suoi figli che partecipano della sua stessa vita. Siamo grati e fieri di questa nostra vocazione cristiana e rendiamo testimonianza a quel Dio che è così grande da farsi bambino per noi.
(©L'Osservatore Romano 23-24 dicembre 2013)
venerdì 20 dicembre 2013
Nell'esortazione apostolica di Papa Francesco
La forza
di una parola nuova
di fratel Alois
Fin dall'inizio Papa Francesco ha toccato il cuore delle folle con i gesti. Con la Evangelii gaudium rivolge una parola a tutti. Questa parola ha tanta forza da poter infondere una vita nuova tra i cristiani. È una parola nuova, eppure è in linea con quella del suo predecessore. Quante volte Papa Benedetto ha parlato della gioia di credere! Quante volte, soprattutto nella Deus caritas est, ha insistito sulla necessità di una relazione personale con Dio che ci trasforma e ci apre agli altri!Ho letto il bel testo nelle due prospettive che ci stanno a cuore a Taizé: la pastorale dei giovani e l'ecumenismo. L'esortazione parla ai giovani. Uno di loro, da lungo tempo malato, mi ha telefonato per dirmi: "Papa Francesco ci ha fatto uscire dalla nostra comodità". È vero: sulla scia di Benedetto XVI, il vescovo di Roma propone la radicalità del Vangelo come un cammino di felicità e i suoi appelli ci sconvolgono, ci mettono in discussione. Ma allo stesso tempo ci ricordano la tenerezza di Dio, la sua misericordia senza eccezioni. A ognuno vorrebbe dire: lasciati afferrare da questo amore!
Molti attendono un rinnovamento della Chiesa. Il Papa ha la semplicità di dire che non può farlo da solo e che non ha "una parola definitiva o completa su tutte le questioni che riguardano la Chiesa e il mondo". Fa appello a tutti, ha bisogno di tutti. E per dirlo trova un linguaggio che svegli e provoca. Il suo appello si rivolge soprattutto a noi che abbiamo responsabilità pastorali: senza la vicinanza a quanti soffrono, non troveremo il modo per rinnovare la Chiesa. Questo appello non sminuisce affatto il suo ruolo di pastore universale, ma responsabilizza le Chiese locali e tutti i cristiani, che lui vuole adulti. Tutti sono evangelizzatori. In questo fare appello alla collaborazione di tutti non vi è un atteggiamento simile a quello di Giovanni XXIII quando convocò il concilio?
Il Papa sottolinea con forza che Cristo si è fatto povero, sempre vicino ai poveri e agli esclusi: sono loro a evangelizzarci! E ne trae un appello alla solidarietà in vista della liberazione e della promozione dei poveri. Rispondendo a questo appello, i cristiani diventano segno di contraddizione nella società.
Il passo dedicato da Papa Francesco all'ecumenismo fornisce una base per andare avanti: la certezza che "l'ecumenismo è un apporto all'unità della famiglia umana" e che l'impegno per l'unità dei cristiani rimuove degli ostacoli all'evangelizzazione; il rammentare che c'è una gerarchia di verità e la bella affermazione che tutti dobbiamo "raccogliere quello che lo Spirito ha seminato in loro come un dono anche per noi".
Anche se il passo sull'ecumenismo è breve, il testo nel suo insieme può parlare ai non cattolici e già ne ho avuto conferma. A colpire è il fatto che Papa Francesco ponga al centro l'ascolto della Parola di Dio: l'annuncio del Vangelo è sempre al primo posto. Esorta tutti a mettersi sotto la Parola di Dio che "ci trascende sempre". E l'invito che rivolge ai sacerdoti affinché curino in modo particolare le loro omelie è significativo.
La nostra comunità di Taizé vorrebbe camminare sempre in comunione con il Papa. Dopo aver incontrato ogni anno Benedetto XVI, sono quindi lieto di essere stato ricevuto recentemente da Papa Francesco e di avergli potuto esprimere la nostra riconoscenza per lo slancio che ha dato ai cristiani. Attraverso il suo ministero, vediamo delinearsi quell'immagine della Chiesa che fratel Roger descriveva con queste parole: "Quando incessantemente la Chiesa ascolta, guarisce, riconcilia, essa diventa ciò che è nel più luminoso di se stessa, una comunione d'amore, compassione, consolazione, limpido riflesso del Cristo risorto. Mai distante, mai sulla difensiva, liberata dalle severità, essa può irradiare l'umile fiducia della fede fin nei nostri cuori umani".
(©L'Osservatore Romano 20 dicembre 2013)
domenica 24 novembre 2013
La regalità schernita di Cristo
Solo la fede vede oltre
di Inos Biffi
La regalità di Gesù ora non è evidente: può essere solo creduta. Si fatica a trovare gli indizi indubbi della signoria di Gesù di Nazaret. La storia, più che rivelare, nasconde che Gesù sia il re dell'universo. La ragione sta nel fatto che le prerogative di questa regalità sono singolari e tali da confondere la nostra concezione ed esperienza della regalità stessa.Intanto a essere strana è l'origine della signoria di Gesù, che è il suo sacrifico sulla croce. L'umanità con l'universo intero è acquistata a Gesù Cristo quando nel suo sangue, o nel suo amore, è redenta e liberata. Il mondo diventa possesso di Cristo quando egli per il mondo offre se stesso; gli uomini sono sua eredità perché sono termini del suo servizio. Quindi la carità è la genesi della regalità. Siamo agli antipodi di ogni forma di inganno o di violenza, di soddisfazione di volontà di potenza da cui facilmente le forme umane del potere appaiono generate e inquinate.
La solennità di Cristo Re non deve significare una volontà di ridurre il suo regno alle forme e alle dimensioni di questo mondo, con un'ambigua e inefficace teocrazia. Essa ci stimola la riflessione sul senso di Cristo e la storia dell'uomo; più personalmente: sulla presenza e l'azione di Gesù nella nostra vita, nella convinzione che i confini del Regno di Dio sono interiori, passano nell'intimo della nostra anima. La Chiesa vive di questa contemplazione, stupita e felice, di Cristo Signore. Lo stesso credente riceve da Gesù il criterio per valutare dove c'è il regno di questo mondo e dove invece c'è il regno di Gesù Cristo. C'è il regno di questo mondo dove a decidere e ad agire, non è la Parola di Dio, ma la menzogna e l'arbitrio; dove al posto della donazione della propria vita c'è l'appropriazione di quella del prossimo e invece del servizio c'è il comando come soddisfazione di sé. Non c'è il regno di Cristo là dove non è accolto il capovolgimento, che egli non solo ha predicato ma ha vissuto, del primo che si fa uomo ultimo. Gesù ha scelto i poveri, ma facendosi povero da ricco che era. E questo è il difficile.
E proprio come ultimo oggi, nel giorno della regalità, il vangelo di Luca presenta Gesù: cioè sulla croce, schernito, che non salva affatto se stesso, e la cui scritta sopra il capo: "Questi è il re dei Giudei" sembra crudele irrisione. Gesù, e quindi anche la sua Chiesa, non trionfano visibilmente in questo mondo: dove appaiono per lo più come sconfitti. Solo la fede sa vedere oltre.
(©L'Osservatore Romano 24 novembre 2013)
mercoledì 13 novembre 2013
Il codice purpureo di Rossano al Quirinale per la visita del Pontefice
Quando i greci
si rifugiavano in Calabria
Louis Godart
In occasione della visita ufficiale di Papa Francesco, il Segretariato generale della Presidenza della Repubblica presenterà al Sommo Pontefice il famoso codice purpureo custodito presso il Museo Diocesano di Arte Sacra di Rossano e attualmente in restauro presso l'Istituto per il Restauro e la Conservazione del Patrimonio Archivistico e Librario. La presenza a Rossano di questo codice s'inserisce nella storia millenaria dei rapporti tra la Calabria e il mondo ellenico. Dall'alba della storia la Calabria è stata accogliente per le popolazioni provenienti dal mondo greco. Nel secondo millennio prima dell'era cristiana numerose sono le testimonianze di frequentazioni dei litorali calabresi da parte di popolazioni micenee provenienti dalla Grecia continentale.Al primo millennio prima dell'era cristiana risale invece la grande colonizzazione greca. La crisi attraversata dalle società greche costringe i cittadini a emigrare alla ricerca di nuovi territori. Spinte dalle persecuzioni legate alle tensioni che lacerano le città elleniche o dalla fame, intere comunità greche tentano l'avventura occidentale. La storia delle migrazioni è eternamente dolorosa; una delle frasi più amare dell'intera letteratura greca è stata scritta da Pitagora costretto a lasciare la sua isola di Samo per cercare fortuna in Magna Grecia: "Lasciando la tua terra e salendo sulla nave, distogli lo sguardo dall'orizzonte che ti ha visto nascere".
La seconda ellenizzazione della Calabria risale al periodo bizantino ed è probabilmente in seguito alle vicissitudini che colpiscono l'impero d'Oriente che la Calabria e Rossano accolgono il celebre Codex purpureus di Rossano.
Tra l'VIII e il IX secolo si sviluppò a Bisanzio un movimento religioso che considerava idolatrico il culto delle immagini sacre e ne predicava la distruzione. La venerazione delle immagini (iconolatria) aveva raggiunto le proporzioni di un vero e proprio fanatismo che preoccupò le autorità ecclesiastiche, convinte che i fedeli fossero diventati adoratori delle sole immagini. In realtà la controversia sull'uso delle icone coinvolgeva questioni molto profonde che riguardavano la natura umana di Cristo e l'atteggiamento cristiano verso la materia. Secondo gli iconoduli (adoratori d'immagini) la rappresentazione di Cristo è un inno al dogma centrale del Cristianesimo che è Incarnazione. Vietare la raffigurazione di Cristo significa voler negare che Cristo è Dio e Uomo, entrato nella storia, vissuto in mezzo agli uomini e morto sulla croce come Dio e Uomo. Il movimento iconoclasta è stato anche probabilmente influenzato se non generato dalle accuse mosse al Cristianesimo dai fedeli dell'Islam che vieta le raffigurazioni di Dio, del profeta, persino del volto umano.
L'imperatore Leone III Isaurico si convertì al movimento iconoclasta (726) e cominciò la persecuzione degli iconoduli. Fece chiudere monasteri e chiese ribelli e tentò di imporre anche a Roma la distruzione delle immagini sacre. Papa Gregorio III, dopo aver ricevuto l'ordine di vietare le icone religiose, si oppose con forza a questa ingiunzione. Nel novembre 731 riunì un sinodo per condannare il comportamento dell'imperatore. Vi parteciparono 93 vescovi e fu decretata la scomunica per chi avesse osato distruggere le icone.
Nel 741 Costantino V, figlio di Leone III, salì sul trono di Bisanzio. A partire dagli anni 750, avviò una persecuzione violenta contro gli iconoduli. Convocò un sinodo nel 754 a Hieria che condannò esplicitamente il culto delle immagini e ordinò la loro distruzione. La popolazione e, in particolare, il ceto monastico si ribellarono alla politica di Costantino. Una feroce persecuzione si scatenò contro gli ordini religiosi. L'imperatore s'impossessò del ricco patrimonio di molti monasteri e la lotta contro le immagini diventò una lotta contro la potenza monastica e i suoi possedimenti che venivano confiscati e andavano a incrementare il tesoro imperiale.
L'effetto dell'iconoclastia sull'arte bizantina è stato devastante e ha portato alla distruzione d'infinite raffigurazioni sacre tra cui molti capolavori d'arte e tanti codici miniati. Il movimento iconoclasta ha anche esacerbato i rapporti tra la Chiesa d'Oriente e quella d'Occidente.
Il Codex purpureus è il più importante dei sette manoscritti miniati orientali esistenti al mondo, con 188 fogli conservati sui probabili quattrocento originari. Questo straordinario documento dell'arte e della cultura del VI secolo che originariamente comprendeva i quattro vangeli, preceduti dalla Lettera a Carpiano di Eusebio di Cesarea contiene nella forma attuale, oltre allo scritto introduttivo, l'intero testo di Matteo e quasi tutto quello di Marco illustrati da quattordici miniature, tutte su fogli riuniti in fascicoli separati in modo da presentare la storia della vita pubblica e della passione di Cristo, narrata in parallelo nei quattro vangeli, come un ciclo continuo. Sotto le dodici miniature narrative - cui se ne aggiungono una che fungeva da titolo alle perdute tavole dei canoni e un ritratto di Marco - si trovano inoltre i ritratti a mezzo busto dei profeti vetero testamentari, che tengono in mano dei rotoli di pergamena contenenti i testi che si riferiscono agli avvenimenti raffigurati nelle miniature superiori. In tal modo l'unione delle antiche profezie con le immagini della vita di Cristo costituisce un richiamo costante al compimento da parte di Gesù di quanto scritto: "Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi" (Luca, 24, 44). E ancora, nell'iconografia delle miniature è possibile cogliere con chiarezza rimandi alle interpretazioni teologiche di Origene, Eusebio e Metodio accolte dalla liturgia: a ulteriore testimonianza del grande interesse che il codice riveste dal punto di vista della storia della cultura e della spiritualità cristiana.
Eccezionale è, altresì, l'importanza del manoscritto come opera d'arte: le miniature, nelle quali sono raffigurati episodi come la resurrezione di Lazzaro, l'ingresso a Gerusalemme, la cacciata dei mercanti dal tempio, la parabola delle dieci vergini, l'ultima cena, la lavanda dei piedi, la comunione degli Apostoli con il pane e con il vino, Cristo a Getsemani, la guarigione del cieco, la parabola del buon Samaritano, il processo davanti a Pilato, il rimorso e il suicidio di Giuda, la flagellazione di Cristo e la liberazione di Barabba costituiscono da una parte un documento rarissimo dell'arte sacra bizantina del tempo; dall'altra, ciascuna di esse è a suo modo un capolavoro dell'arte miniata, per la vivacità e insieme l'armonia con le quali le scene della vita di Cristo sono illustrate. Infine è da sottolineare l'unicità del codice dal punto di vista della realizzazione artigianale, con particolare riferimento alla colorazione purpurea dei fogli - ottenuta per mezzo dell'immersione in una sostanza dalla tinta rosso porpora, estratta da migliaia di molluschi - e all'uso di inchiostri a base d'oro e d'argento.
Alcuni autori hanno avanzato l'ipotesi che il codice potrebbe essere giunto a Rossano all'indomani del 636-638, quando i monaci greco-melkiti di fronte all'espansione degli arabi musulmani hanno abbandonato la Palestina, la Siria, l'Egitto e la Cappadocia per cercare rifugio nell'Italia meridionale; altri invece propendono a ritenere che il manoscritto sia stato portato a Rossano da monaci iconoduli intorno alla metà dell'VIII secolo, nel momento delle feroci persecuzioni perpetrate dagli imperatori bizantini contro i monasteri dell'impero. Rossano allora e fino all'arrivo dei Normanni (quindi tra il 540 e il 1059), è una vera e propria roccaforte inespugnabile (Frurion), un centro politico e amministrativo di vitale importanza che diventerà, nel corso del X secolo, la capitale della dominazione bizantina in Italia. Da quando Rossano è diventata sede vescovile ospita monasteri con ricche biblioteche e officine in cui si copiano manoscritti (scriptoria); è stata patria di Papi come Giovanni VII, Zaccaria, Giovanni XVI, di santi come Nilo e Bartolomeo che fonderanno la celebre abbazia di Grottaferrata. La città, nota come "Rossano la bizantina", non poteva non esercitare un fascino sui monaci della diaspora e sembra logico ritenere che alcuni di loro, abbandonando la patria d'origine in seguito alle persecuzioni di Costantino V, abbiano scelto di rifugiarsi in Calabria e a Rossano, portando con sé il Codex purpureus, mirabile testimonianza dell'arte bizantina che l'intolleranza degli uomini al potere voleva distruggere.
(©L'Osservatore Romano 14 novembre 2013)
lunedì 4 novembre 2013
Perché fa discutere un'affermazione di Bill Gates
Internet salverà il mondo o solo le fotografie?
di Cristian Martini Grimaldi
Internet non salverà il mondo, ha detto Bill Gates in un'intervista al "Financial Times". Non si può non essere d'accordo. Ma stiamo scoprendo delle ovvietà. Se le affermazioni del fondatore di Microsoft fanno tanto discutere è perché invece sono un'eccezione. Se guardate a coloro che esaltano gli strumenti quali social network e affini, scoprirete che non si tratta solo di fanatici, ma di persone con un determinato interesse. Costoro, infatti, decantano le "doti salvifiche" della Rete per promuovere una propria attività.
Il punto è che internet è strumento innovativo, certamente rivoluzionario e ormai essenziale: non c'è certo bisogno di esperti o tecnici che ce lo debbano spiegare. Ma una cosa sono le grandi idealità (come vorremmo che internet venisse utilizzato), un'altra cosa è come la gente veramente percepisce e realmente vive la Rete.
Se si chiede a un giornalista cosa pensa di twitter, costui dirà che è un grande strumento di diffusione di informazioni come pochi altri al mondo. Poi ti capita di conoscere quei ragazzi che su twitter non hanno cinquemila follower e ti rendi conto che sono su twitter perché di twitter si parla tanto. Il che ricorda la storiella di quel tale che prendeva l'auto il giorno in cui erano autorizzate alla circolazione le targhe pari semplicemente perché la sua era pari, e non perché ne sentisse un reale bisogno. E però quello stesso utente twitter che in quella piattaforma non è molto attivo (perchè se non hai follower dov'è il divertimento?) posta foto in continuazione sul suo instagram. Infatti, se escogitare battutine salaci e giochini di parole per suscitare interesse (come accade su twitter) non è da tutti, su altri social, diciamo meno esigenti, basta qualche foto "artistica" e il gioco è fatto.
E allora se uno dovesse rinnovare la domanda a questo utente medio dei social network, ovvero se internet salverà mai davvero il mondo, forse otterremo una risposta del genere: "Se salverà il mondo non lo so, ma intanto è il migliore strumento che ho per salvare le mie foto".
Quale sia poi il senso ultimo di salvare centinaia, anzi forse migliaia di foto, non è dato sapere. E forse è questa la domanda davvero interessante da porre a Gates.
(©L'Osservatore Romano 4-5 novembre 2013)
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venerdì 27 settembre 2013
Il film vincitore a Venezia
Nelle periferie dell'anima
di Lucetta Scaraffia
Vi è una singolare coincidenza fra le parole di Papa Francesco, che incita fedeli e clero ad andare nelle "periferie" della società e dell'anima, e il film che ha vinto il festival di Venezia, Sacro Gra, dedicato al Grande raccordo anulare di Roma e meritoriamente prodotto dalla Rai. Costata anni di lavoro, l'opera non è di denuncia sociale, ma una narrazione poetica in cui la solitudine e l'estraneazione dell'essere umano di fronte all'invasione della tecnica vengono trasmesse da immagini e rumori: di vite passate in auto, di appartamenti piccoli e miseri, di locali squallidi.Nel silenzio rotto raramente da voci umane si ascolta il rombo del nastro di asfalto che circonda la città, qualche aereo che passa a quota troppo bassa, la televisione accesa. E, ricorrente, l'urlo delle sirene. La tecnologia - rappresentata dal movimento incessante delle auto che produce intorno a sé degrado sociale e ambientale - conta i suoi caduti: scena che si ripete è l'ambulanza che arriva e carica il ferito in un incidente stradale.
Ma in questo paesaggio orribile, in questo frastuono incessante, in una condizione che ricorda un girone infernale, Dio è presente. Non tanto nei luoghi deputati a custodirlo - in una chiesa brutta e moderna il prete si aggira solitario - ma nell'animo degli esseri umani che abitano questo inferno. Fra le donne riunite all'aperto che pregano quasi con violenza, ma soprattutto nei delicati rapporti che riscaldano la vita quotidiana di chi, spinto ai margini della vita sociale, in questo inferno è costretto a vivere.
Rapporti umani, illuminati da sogni impossibili, ma che riescono a stabilire vere correnti amorose. Vincono su tutti per il calore e la freschezza quelli fra padre e figlia e madre e figlio, rappresentati in piccoli episodi e in ambienti di grande e suggestivo realismo. Ma anche il botanico che si aggira in una natura degradata e sporca per salvare le palme malate, ascoltando con timore e insieme muta ammirazione il rumore ingigantito degli insetti che le divorano, è un esempio di rapporto amoroso con l'ambiente.
L'amore trasmesso attraverso una parola o uno sguardo è così, in questo luogo terribile, la forza che permette di affrontare la morte, lasciata in mano alle ruspe e a operai indifferenti, affrontata come un fatto tecnico, una appendice del Gra. Ma Dio è anche nel finale, nell'unica musica del film, una vecchia canzone che si chiama Il cielo: certo, qui il cielo, nelle sue due accezioni - quella naturale e quella simbolica di sede di Dio - può sembrare lontano e indifferente, ma è l'unico luogo luminoso a cui gli occhi si possono volgere. Anche nel fragore delle auto e nella solitudine di una periferia degradata.
(©L'Osservatore Romano 27 settembre 2013)Tweet
mercoledì 25 settembre 2013
Gino Bartali dichiarato Giusto fra le Nazioni dallo Yad Vashem
Ancora campione
di Adam Smulevich
Campione in corsa, campione fuori dal contorno agonistico. Il pubblico riconoscimento dello Yad Vashem rappresenta l'attesissimo suggello a una storia memorabile, quella di Gino Bartali dichiarato Giusto tra le Nazioni.Forse Ginettaccio sarebbe addirittura scontento di questo tributo in virtù del proverbiale "Il bene si fa, ma non si dice" che tanto l'ha reso celebre in Italia e nel mondo. Di Bartali era già noto l'impegno come staffetta clandestina ma a mancare, per lungo tempo, è stata la dichiarazione diretta di un sopravvissuto o di un suo discendente. Nel 2005 il ciclista fu insignito della medaglia d'oro al valore civile dal presidente della Repubblica Italiana Carlo Azeglio Ciampi "per aver salvato la vita a circa 800 ebrei". Stante questo riconoscimento, restavano però degli interrogativi irrisolti. Chi erano questi ebrei? Quali i loro nomi, i loro volti, le loro storie? Materiale di cui lo Yad Vashem, per dar seguito alla pratica, aveva assoluto bisogno. I motivi di questa lacuna sono noti: oltre alla ritrosia di Ginettaccio, corredata da un'aneddotica leggendaria, la mancanza di un contatto diretto tra il ciclista e i tanti - uomini, donne e bambini - che beneficiarono del suo altruismo. Il corridore agiva infatti a stretto raccordo con una serie limitata di interlocutori: uomini della Delegazione per l'assistenza degli emigranti ebrei, esponenti del clero toscano, falsari che gli procuravano nuove identità per ebrei e perseguitati politici in fuga dall'Italia. L'amore, per Bartali, è stata la vita e la dignità dell'uomo prima di ogni altra cosa. È quanto emerge con le numerose testimonianze raccolte in seguito all'appello di Yad Vashem. Una su tutte, quella di Giorgio Goldenberg, descrive lo straordinario itinerario tracciato dal campione negli anni più bui. È la storia di un giovane ebreo fiumano, nascosto insieme alla sua famiglia in una casa in via del Bandino a Firenze. Giorgio, la sorella Tea, i genitori: quattro vite umane strappate alla barbarie della Shoah. L'iniziativa è di Gino e di suo cugino Armandino Sizzi, un duo affiatato ripetutamente esposto a pericoli ma incrollabile nella sua determinazione. Nessuno, oltre a loro, sapeva. Neanche Adriana, la compagna di una vita. Neanche una volta cessate le ostilità, quando tutto sarebbe stato più facile.
(©L'Osservatore Romano 25 settembre 2013
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venerdì 20 settembre 2013
Nelle sale "Sacro Gra" di Gianfranco Rosi
Gran documentario ma...
di Emilio Ranzato
All'ombra del Grande Raccordo Anulare di Roma si nasconde un'umanità marginale, dimenticata, caratterizzata da attività solitarie eppure come unite dalla comune lontananza dal resto della città. Un pescatore di anguille, un botanico "medico" delle palme, un attore di fotoromanzi, uno pseudo principe alla ricerca di titoli nobiliari, un barelliere di ambulanza. Oltre a una serie di figure di contorno altrettanto sui generis. Di alcuni di essi intravediamo anche scampoli di quotidianità, attraversati da una vita sociale rarefatta che non fa che confermare la loro emarginazione. Sullo sfondo, l'imponente autostrada cittadina, testimone impassibile, e forse simbolica di un'indifferenza molto più generalizzata.
Compito di un buon documentarista è sicuramente quello di selezionare il reale a partire dalla materia prima, ossia i personaggi, le loro azioni e naturalmente l'ambientazione, che qui è la vera protagonista. In questo il regista Gianfranco Rosi si dimostra ispirato ma anche equilibrato. Nel quadro complessivo del sottobosco che gravita attorno al raccordo prevalgono la povertà e il degrado, nel migliore dei casi un'eccentrica sottocultura. Ma il tono non è mai compassionevole o paternalistico come è capitato spesso per altre forme di realismo del cinema italiano.
Inoltre il regista "sa stare" sul set accanto ai protagonisti. Sa far decantare le loro gesta a volte minute, a volte importanti, spesso in un modo o nell'altro eroiche, al fine di catturare un'emozione che sia pienamente genuina. Il che per un documentarista corrisponde a un'ottima direzioni di attori.
Quello che manca al film - al di là di qualche inquadratura inclinata che si fonde in un tutt'uno con le architetture assurdamente futuristiche dei palazzi delle periferie - è invece una spiccata ricerca espressiva, stilistica o anche solo estetica. Si ha l'impressione che Rosi, comprensibilmente innamoratosi del mostro di cemento e dei suoi caotici satelliti, si sia fidato troppo del loro fascino, al punto da credere che un intervento esterno appena evidente avrebbe guastato l'incantesimo. Piazzando la cinepresa nel punto giusto, spesso questo taglio rispettoso paga. In altri momenti, però, si rischia di scivolare nell'oggettività del servizio giornalistico, benché di alto livello.
In tal modo, anche la poetica rischia di perdersi in un percorso un po' ondivago. Se a tratti risulta chiaro ciò che ha detto il presidente di giuria Bernardo Bertolucci nell'assegnare alla pellicola il Leone d'oro all'ultimo festival di Venezia, ossia che il film arriva a dare significato al proprio titolo restituendo un senso del sacro, è vero anche che questa qualità il film la perde talvolta di vista, forse per il sin troppo rigoroso intento di inseguire fino in fondo l'idea di un affresco quanto più caleidoscopico. Intento, per l'appunto, di natura tipicamente giornalistica.
(©L'Osservatore Romano 20 settembre 2013)
domenica 8 settembre 2013
Dall'antica Siria un'omelia per la Natività della Madre di Dio
Oggi il mondo invecchiato accoglie gli inizi di una seconda creazione
(©L'Osservatore Romano 8 settembre 2013)
di Manuel Nin
La festa della Natività della Madre di Dio è la prima nel calendario liturgico bizantino. Di questa parlano alcune omelie patristiche di tradizione greca, soprattutto quelle di due autori contemporanei tra di loro, ambedue di origine siriaca: Giovanni Damasceno e Andrea di Creta, di cui è importante la prima delle sue omelie sulla festa odierna. Andrea nacque nella seconda metà del VII secolo a Damasco, e divenne monaco a Gerusalemme presso il Santo Sepolcro. All'inizio dell'VIII secolo fu nominato vescovo di Gortina nell'isola di Creta; morì verso il 740. La figura della Madre di Dio occupa un posto rilevante nella sua riflessione teologica, legata sempre al mistero dell'incarnazione del Verbo e svolta in quattro omelie sulla Natività di Maria, in una sull'Annunciazione e in tre sulla Dormizione.
Andrea inizia la prima omelia mettendo l'accento sulla completezza o, se si vuole, sulla perfezione del mistero: "La celebrazione odierna è per noi l'inizio delle feste; è la prima per quanto riguarda la Legge e l'ombra, ma in realtà è anche l'inizio per quanto riguarda la grazia e la verità. Inoltre è anche centrale e finale, poiché essa contiene l'inizio che è il passaggio della Legge, il centro che è il collegamento degli estremi, e la fine che è la manifestazione della verità". Andrea presenta subito i due pilastri su cui si fonda il suo discorso, cioè la celebrazione della natività di Maria da una parte e il suo collegamento col mistero dell'incarnazione del Verbo di Dio dall'altra: "Questo è l'insieme dei benefici di Cristo verso di noi, questa è la manifestazione del mistero: la natura rinnovata, Dio e uomo, la divinizzazione dell'uomo assunto". L'espressione "natura rinnovata" adoperata qua da Andrea deve essere vista in riferimento alla natura umana rinnovata grazie all'incarnazione, benché una variante testuale sia "natura spogliata", con un riferimento alla natura divina fattasi piccola, svuotata, sulla base della lettera ai Filippesi (2, 9).
La festa della Natività di Maria è segnata dalla gioia, tema che si trova ripetutamente sottolineato nei testi della liturgia bizantina. È una gioia che per Andrea scaturisce sì dalla nascita della Madre di Dio, ma sopratutto dal suo collegamento con l'incarnazione del Verbo: "E tuttavia, al soggiorno di Dio fra gli uomini, splendido e luminoso, bisognava che ci fosse anche un inizio di gioia, attraverso la quale il grande dono della salvezza cammina verso di noi. Questo giorno gradito a Dio, il primo delle feste, portando sul capo la luce della verginità e come raccogliendo una corona di fiori illibati dai pascoli spirituali della Scrittura annuncia la gioia comune a tutta la creazione dicendo: Abbiate fiducia, la celebrazione è per il genetliaco ma anche per la rigenerazione della stirpe umana. Ora una vergine è generata, nutrita e plasmata, ed è preparata come Madre di Dio".
Andrea sviluppa poi il parallelo tra Maria e Davide, con uno sfondo cristologico chiaramente ispirato al concilio di Calcedonia: "Colei che discende da Davide ha riunito per noi, insieme a Davide, quest'assemblea spirituale: l'una, come Madre di Dio, presentando la sua nascita donata da Dio; l'altro mostrando la buona fortuna della sua stirpe e la straordinaria familiarità di Dio con gli uomini. Mirabile prodigio! L'una s'interpone fra l'altezza di Dio e la piccolezza della carne, e diventa madre del suo creatore; l'altro profetizza il futuro come già presente".
Andrea presenta poi colei che generò la Parola eterna fattasi carne: "Celebriamo in modo conveniente il mistero di questo giorno, e presentiamo in dono alla madre della Parola proprio le parole, dato che a lei null'altro è caro se non la parola e l'onore che viene dalle parole". La liturgia bizantina - e anche Andrea nella sua omelia ne è testimone - sottolinea i diversi ruoli che Maria stessa e Anna sua madre svolgono nella celebrazione odierna: sterile, donna, vergine, madre. "Le sterili accorrano con slancio, poiché colei che era sterile e senza figli ha generato la vergine del Figlio divino. Le madri esultino, poiché la madre senza prole ha partorito la madre e vergine pura. Le vergini gioiscano, poiché la terra non seminata ha prodotto mirabilmente colui che deriva dal Padre senza mutamento. Le donne si facciano forza poiché la donna, che anticamente con leggerezza diede inizio al peccato, ora ha introdotto la primizia della salvezza, e si mostra come eletta da Dio: madre che non conosce uomo, scelta dal creatore e restaurazione della nostra stirpe". L'autore continua il suo testo con una lunga serie di frasi che iniziano con la parola "oggi", dove presenta in modo sintetico e con immagini bibliche molto suggestive, il ruolo della Madre di Dio nel mistero della salvezza, e applica a Maria tutta una serie di titoli che verranno accolti dalla tradizione liturgica bizantina: "Oggi è stato edificato il santuario creato dal creatore di tutte le cose, e la creatura diventa per il creatore sua divina dimora. Oggi la natura prima ridotta a terra è divinizzata e la polvere si innalza verso la gloria suprema. Oggi Adamo, che presenta per noi a Dio la primizia che proviene da noi, gli offre Maria; e per mezzo di lei la primizia diventa pane per la rigenerazione della stirpe. Oggi la genuina nobiltà degli uomini riceve di nuovo il dono della prima divinizzazione. Oggi la natura generata, rimanendo unita alla madre di colui che è il più bello, riceve il fulgore della bellezza. Oggi la sterile [Anna] è scoperta come madre al di là di ogni speranza, e a sua volta la madre di un figlio senza padre [Maria] rende sante tutte le generazioni. Oggi inizia la rigenerazione della nostra natura, e il mondo invecchiato accoglie gli inizi di una seconda creazione da parte da Dio".
Per Andrea di Creta Maria partorisce senza le doglie del parto; non per mettere in dubbio la realtà dell'incarnazione del Verbo di Dio - il testo sottolinea appunto che Maria allatta il figlio - ma per preservarne la verginità anche dopo il parto: "Egli era Dio, anche se scelse di essere generato carnalmente, ma senza le doglie: in modo che da una parte ella, la madre, evitasse ciò che è proprio delle madri, pur nutrendo con il latte colui che aveva generato senza opera d'uomo; e in modo che dall'altra ella, la vergine, partorendo senza seme una prole, rimanesse vergine casta".
Andrea prosegue con un bel paragone tra la creazione di Adamo dalla terra vergine, e la ricreazione della stirpe umana da una madre vergine: "Il redentore del genere umano volendo presentare una nuova generazione, come prima plasmò il primo Adamo avendo preso del fango dalla terra ancora intatta e vergine, così anche ora operando da se stesso la sua propria incarnazione scelse da tutta la natura umana questa vergine pura e immacolata: e l'artefice di Adamo diventò nuovo Adamo affinché quello nuovo ed eterno salvasse l'antico". Andrea, infine, conclude la sua omelia esortando a imitare coloro che per noi sono dei modelli, cioè Gioacchino e Anna, genitori della Madre di Dio: "Se fra voi qualcuno è padre, imiti il padre della vergine. Se una madre sta allattando, gioisca con Anna, che dopo la sterilità allatta la fanciulla. Se c'è una vergine casta, divenga madre della Parola, ornando con la parola la fermezza della sua anima".
(©L'Osservatore Romano 8 settembre 2013)
domenica 1 settembre 2013
Il cardinale Carlo Maria Martini e la dimensione contemplativa dell'esistenza
Quella speranza
che resta sempre accesa
Oggi, 31 agosto, in occasione del primo anniversario della morte del cardinale Carlo Maria Martini, è stata celebrata nel pomeriggio, nel Duomo di Milano, una messa di suffragio. Pubblichiamo stralci dell'omelia pronunciata dal cardinale arcivescovo.
di Angelo Scola
Celebrare l'Eucaristia nel primo anniversario della dipartita dell'arcivescovo Carlo Maria è un'occasione privilegiata per rendere grazie a Dio del bene compiuto nel suo ministero episcopale. Il suo sguardo appassionato per tutti gli uomini continua ad accendere la speranza "che non delude" (Romani, 5, 5). Non delude perché proviene dall'amore stesso di Dio che gratuitamente si riversa nei nostri cuori. Non viene meno neppure quando siamo "deboli", "peccatori" e "nemici" (cfr. Romani, 5, 6-10). L'arcivescovo Carlo Maria fu indomito portatore di questa "speranza affidabile" (Spe salvi, 1 e 2) che deriva dalla fede incrollabile nella Risurrezione di Gesù. Fra le pagine che il cardinale ha dedicato alla morte e alla risurrezione ve n'è una assai penetrante che narra della straordinaria modalità con cui Gesù appare, risorto, ai suoi. Reincontrando la Maddalena, i discepoli di Emmaus, Pietro sul lago di Tiberiade, Gesù, che avrebbe potuto rimproverarli perché, presi dalla paura, l'avevano in vario modo abbandonato, invece "non giudica il comportamento che hanno avuto, non critica, non condanna, non rinfaccia i ricordi dolorosi della loro debolezza, ma conforta e consola" (Carlo Maria Martini, La trasformazione di Cristo e del cristiano alla luce del Tabor. Esercizi spirituali, Milano, Bur-Rizzoli, 2004, pag. 166). Consola perché non approfitta "dell'umiliazione altrui per schernire, schiacciare, mettere da parte, ma riabilita, ridà coraggio, ridà responsabilità" (ibidem, pag. 167). Con la luce della sua risurrezione li inoltra, in pienezza di verità, sulla strada di una responsabile novità.
Significativamente l'arcivescovo Carlo Maria ha dedicato la sua prima lettera pastorale alla preghiera contemplativa. In essa egli definisce l'uomo in questi termini: "Aperto al mistero, paradossale promontorio sporgente sull'Assoluto, essere eccentrico e insoddisfatto" (La dimensione contemplativa della vita, i). Apertura, sporgenza, eccentricità, insoddisfazione: non sono tutte categorie appropriate per descrivere la tensione positiva alla vita e alla vita "per sempre" che inquieta il cuore in ogni uomo rendendolo consapevole di non essere lontano da nessun altro uomo? Non esistono domande autentiche di un uomo che non siano di tutti gli uomini; le "periferie esistenziali" - per usare l'espressione di Papa Francesco - sono innanzitutto i confini della stessa esperienza di ciascuno di noi. La dimensione contemplativa dell'esistenza restituisce l'uomo a se stesso, affermava l'allora arcivescovo di Milano in quella prima lettera pastorale. Questo insegnamento riletto ora, alla fine del suo pellegrinaggio terreno, esprime bene il centro della sua personalità, della sua testimonianza di vita, della sua azione pastorale, della sua passione civile, dell'indomito tentativo di indagare gli interrogativi brucianti dell'uomo di oggi. Per questo la ricca complessità della sua persona e del suo insegnamento continuano a interrogare uomini e donne di ogni condizione. La dimensione contemplativa della vita del cardinal Martini rappresenta l'antefatto, l'orizzonte, il precedente di tutta la sua riflessione e di tutta la sua azione. Ciò che è stato e che viene detto e scritto sulla sua figura, sul suo pensiero e sulla sua opera diventerebbe facilmente unilaterale se non venisse collocato in questa unificante prospettiva.
(©L'Osservatore Romano 1 settembre 2013)
mercoledì 21 agosto 2013
Gesti e parole di Papa Francesco
Impronte di luce
di OSCAR ANDRÉS RODRÍGUEZ MARADIAGA
La notte del 13 marzo 2013 resterà indelebilmente impressa nel cuore di tutti quelli che come noi furono testimoni dell'infinita misericordia di Dio, che ci ha promesso "non vi lascerò soli" (Giovanni, 14, 18); nella persona di Jorge Mario Bergoglio, oggi Papa Francesco, era confermata una certezza che la Chiesa ha sperimentato nei suoi ventuno secoli di storia.
Quella notte la Chiesa mostrò al mondo una vitalità sorprendente. La pioggia cadeva su Roma già da vari giorni e alla fine capimmo che era beneaugurante: tutti sentimmo che c'era un'aria fresca, nuova, l'aria dello Spirito Santo che non ha mai lasciato la sua Chiesa, e che quella notte ci faceva respirare a pieni polmoni, ci faceva intuire la grandezza di chi, sapendosi piccolo, si affidava senza riserve nelle mani di Dio per iniziare un grande servizio nella Chiesa per il Regno.
Ascoltando le prime parole di Papa Francesco, ricordavo quel Salmo che tante volte ho meditato: "Signore, non si inorgoglisce il mio cuore, né i miei occhi si insuperbiscono; non cerco cose superiori alle mie forze" (130, 1). Guardavo su quel balcone della basilica Vaticana, non solo un caro amico che Dio aveva scelto come successore dell'apostolo Pietro, ma un sacerdote nel senso pieno della parola. Lo vedevo rimirare il popolo che gli era affidato, lo ascoltavo e mi sembrava incarnasse l'essenza dell'ecclesiologia del concilio Vaticano II. Lì, infatti, ne rappresentava l'icona un pastore col cuore di un vero discepolo di Cristo, a lui consacrato e pronto a continuare nella sua fedele sequela in un servizio nuovo ed esigente.
I giorni seguenti all'elezione di Papa Francesco sono stati i giorni nei quali, come figlio della Chiesa, mi sono sentito più profondamente legato a essa, ponendomi nella scia della sua intenzione: sentirci Chiesa, saperci Chiesa, appartenervi in modo responsabile. Papa Francesco già ci chiede di riconsiderare in modo diverso il nostro battesimo, la nostra vocazione particolare.
Se ci pensiamo bene, dobbiamo ammettere che non ci dice nulla di nuovo, ma sa dircelo in un modo che ci tocca dentro: la forza dei suoi gesti e delle sue parole ci dimostra che ciò che crediamo non è qualcosa di meramente cerebrale, la fede non si chiude nei confini di una semplice concettualizzazione, ma pervade la vita intera. Come Paolo dice Caritas Christi urget nos, oggi Papa Francesco sembra dirci, con la mano del Papa Benedetto sulla sua spalla: Fides urget nos.
Chi, come me, ha conosciuto bene Jorge Mario Bergoglio prima che fosse scelto dalla Provvidenza divina a svolgere il servizio di vescovo di Roma - la "Chiesa che presiede nella carità" (Lumen gentium, n. 13), come ricordava nelle sue prime parole - sa che Dio non sbaglia mai e che ci ha dato il Santo Padre di cui avevamo bisogno.
Per tanti Papa Francesco era un completo sconosciuto e molti hanno tentato di spiegare il mistero che avvolge questo Papa, venuto "dalla fine del mondo". Si è versato molto inchiostro in questi primi mesi dall'elezione di Jorge Mario Bergoglio. Ammettiamolo: si è scritto anche qualcosa di leggendario su di lui, sia pure con buone intenzioni, e ho l'impressione che il primo a esserne sorpreso sia lo stesso Papa che non si aspettava questa designazione da parte della misericordia di Dio e, malgrado il grande onere ricevuto, continua a essere quello che è sempre stato. Non c'è niente da decifrare; bisogna solo scoprire ciò che il nuovo Papa vuole essere, ossia la trasparenza della Grazia di Dio che agisce in lui e che egli mostra attraverso i suoi gesti e le sue parole.
Molto si è scritto, molto si è detto su Papa Francesco, ma il lavoro di monsignor Michele Giulio Masciarelli è uno dei migliori che ho potuto trovare in questi mesi. Leggendolo attentamente, il lettore si rende conto che si trova di fronte a un materiale tanto ampio che potrebbe servire da base per degli Esercizi Spirituali, intensi e ben articolati.
L'equilibrio e l'intelligenza di far spazio alla sua sensibilità artistica, la quale si concretizza in tredici poesie che scandiscono il testo, il ricorso agli echi della tradizione patristica, della riflessione teologica, fanno di questo libro un trattato di "assiologia della fede": così che la lettura di questo libro, oltre a essere piacevole, interroga, stimola, obbliga a riflettere.
Sono profondamente grato a monsignor Masciarelli non solo per questo libro, ma perché con esso ci dà l'occasione d'incontrare, come grazie a Dio tante volte accade, fratelli nella fede che hanno quella sapienza del cuore che egli scopre in Papa Francesco. Non è facile scrivere su qualcuno che ogni giorno sta lasciando una traccia, ma monsignor Masciarelli, come un vero "archeologo della carità", ha saputo trovare le impronte di luce, di bontà, di spirito evangelico che il Papa imprime con i suoi gesti e con le sue parole: sono le impronte create da un discepolo che conosce bene e segue con fedeltà il suo maestro e Signore.
Questo bel libro ci stimola a non assuefarci alle meraviglie di Dio, a scoprire l'umiltà, la tenerezza, la fede, la misericordia e il perdono di Dio. Siamo portati così a scoprire, alla fine del libro, alcuni significativi gruppi di parole e di verbi che Papa Francesco organizza triadicamente e che monsignor Masciarelli ha chiamato "tripodi", per così dire pedagogici: sono così intesi che, a partire da essi, si è invitati alla contemplazione dell'Amore "tripersonale" di Dio: "Ecco sono tre: l'Amante, l'Amato, l'Amore" (De Trinitate, VIII, 10, 14).
Il libro di monsignor Masciarelli mostra come, sulla scia del concilio Vaticano II, che è il fondale luminoso e fisso dei gesti e delle parole di Papa Francesco, possiamo trovare una Chiesa che abbia la coscienza di essere spazio di "fratellanza" per rispondere ai bisogni dei più poveri e dei più indifesi. Questa Chiesa fraterna evoca la figura di santa Maria, la Madre, alla quale con tanta tenerezza si riferisce il Santo Padre, perché ce la vuole mostrare come l'immagine più bella e più attraente della Chiesa di Gesù.
(©L'Osservatore Romano 22 agosto 2013
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domenica 18 agosto 2013
Ecumenismo ed ecclesiologia della comunità fondata da frère Roger
I cerchi concentrici di Taizé
di fratel Emile
La comunità di Taizé è ecumenica fin dall'inizio, negli anni Quaranta, ma lo è molto di più a partire dagli anni Sessanta, quando alcuni fratelli cattolici furono autorizzati ad entrarvi. Frère Roger tentò più volte di esprimere quel che egli stesso viveva e sperimentava e che chiamava "riconciliazione interiore". Non si trattava, né per lui né per la comunità nel suo insieme, di contentarsi di un piccolo denominatore comune, madi aprirsi a tutti i doni che Dio ha elargito al suo popolo fin dalla nascita della fede cristiana. Così disse frère Roger nel corso di uno dei primi incontri europei a Roma: "Ho trovato la mia identità di cristiano riconciliando in me stesso la fede delle mie origini con il mistero della fede cattolica, senza rottura di comunione con nessuno".
Frère Roger raccontava spesso che durante il suo ultimo incontro con Giovanni xxiii, nel 1963, disse al Pontefice che avrebbe desiderato ricevere da lui un testamento spirituale, chiedendo in particolare il posto che Taizé doveva occupare nella Chiesa. Giovanni xxiii rispose facendo degli ampi gesti con le mani: "La Chiesa cattolica è fatta di cerchi concentrici sempre più grandi". Il Papa non precisò in quale cerchio egli vedeva collocato Taizé, ma frère Roger comprese che il Papa intendeva dirgli: voi siete già all'interno, continuate semplicemente su questa via. Ed è quel che egli fece.
Esiste un segreto riguardo alla fiducia nella misericordia di Dio, una misericordia che non sottovaluta quel che Dio è capace di fare. Vorrei in proposito riferirmi a quanto il grande biblista francese padre Jacques Guillet ci disse un giorno a Taizé: se volete comprendere cosa significa che Dio è Onnipotente, dovete considerare quel che accadde nell'Ultima Cena; la notte in cui Gesù fu tradito e catturato ha una intensità particolare, il male ha un suo spessore, una sua consistenza. Il complotto per liquidare Gesù era già in azione, egli avrebbe potuto fuggire, allontanarsi da Gerusalemme, rifugiarsi in Galilea. Noi non dovremmo dimenticarlo; egli non l'ha fatto perché sapeva che suo Padre non era lontano. Il Padre era presente quella notte. Le potenze del male sembravano ormai prossime alla vittoria perché si avvicinava il momento in cui esse avrebbero potuto metter fine alla vita del Signore. Ma subito Gesù capovolge tutto, come nelle beatitudini dicendo: "Nessuno me la toglie (la mia vita) ma io la dono da me stesso" (Giovanni, 10, 18), o, nel linguaggio dei sinottici: "Questo è il mio corpo che è offerto per voi" (Luca, 22, 19); "Questo è il sangue dell'Alleanza versato per molti in remissione dei peccati" (Matteo, 26, 28). Chi ha la vittoria? Le potenze del male? No, la vittoria è di un amore che dona liberamente, un amore più grande dell'odio che è in azione, capace di assumere questo odio. E così l'odio è preso in trappola, perché serve solo a rivelare l'ampiezza di un amore, l'estensione del perdono. Nell'Ultima Cena noi vediamo che Dio, la sua misericordia, crea con quel che noi mettiamo nelle sue mani. Egli prende quel che è là per trasformarlo, non come un mago, ma attraverso il dono di se stesso. E amando di più.
(©L'Osservatore Romano 17-18 agosto 2013)
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giovedì 15 agosto 2013
Nel giorno dell'Assunzione Maria ci richiama a rendere forte la fede e sicura la speranza
Maestra di cristianesimo
di Salvatore M. Perrella
Il 15 agosto la cristianità intera celebra, sin dal secolo VIII, l'avvenimento dell'assunzione al cielo di Maria di Nazaret, madre del Crocifisso-Risorto, icona di coloro che accolgono nella fede la promessa di Dio in un futuro e in una "dimora" di luce e di pace, che a lei sono state donati in modo anticipato rispetto a noi.Ecco perché la liturgia del giorno pone come antifona d'inizio il noto brano di Apocalisse: "Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna ammantata di Sole, con la Luna sotto i suoi piedi e sul capo una corona di stelle" (12, 1).
La celebrazione liturgica rilegge questo brano apocalittico e lo rafforza nella prospettiva escatologica che tutti coinvolge con la proclamazione della prima Lettera ai Corinzi (15, 20-27), dove si afferma Cristo risorto come primizia di coloro che sono morti: grazie a lui e al suo mistero di Pasqua, la morte non fa più paura, non tiene più l'ultima mesta parola, in quanto tutti coloro che muoiono in Cristo riceveranno per mezzo suo la vita immortale, quella che ha come orizzonte permanente la comunione dei santi in Dio.
In questo giorno Maria ci richiama a rendere forte la fede e sicura la speranza. Tutti quelli che come lei "sono di Cristo" saranno con lui per sempre. Questa "bella notizia", passa però, per il pungiglione della morte (cfr. 1 Corinzi, 15, 55). Mentre per molti di noi la morte è un dramma, una iattura, una cancellazione del nostro essere, per la Vergine Maria non è stato, non è così. Per lei la morte, ha insegnato Giovanni Paolo II, è stata causata (ella è Immacolata, la resa Innocente dall'Amore trinitario), dal suo essere creatura umana, immersa nel cammino che inevitabilmente porta alla morte e a cui lo stesso Gesù si è volontariamente assoggettato. Per lei la morte, o Dormitio come la definisce l'Oriente cristiano, ha realizzato il ricongiungimento stabile con l'amato, con il Dio dell'alleanza e della promessa. Per cui il corpo mortale di Maria è stato rivestito di immortalità, compiendosi così in lei la parola della Scrittura: "La morte è stata inghiottita nella vittoria (…) Siano rese grazie a Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo" (1 Corinzi, 15, 55-57).
(©L'Osservatore Romano 14 agosto 2013)
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