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giovedì 5 febbraio 2015
giovedì 25 aprile 2013
Il vicesegretario dei democratici avvia le consultazioni
A Enrico Letta
l'incarico di formare il nuovo Governo
di Marco Bellizi
Il presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, ha affidato mercoledì mattina, al vicesegretario del Partito democratico (Pd), Enrico Letta, l'incarico di formare il nuovo Governo. Uscendo dall'incontro avuto al Quirinale, Letta, che come da prassi ha accettato l'incarico con riserva, ha annunciato che comincerà giovedì le consultazioni con le forze politiche, alle quali proporrà un Governo "di servizio al Paese". L'Esecutivo - ha aggiunto - "non nascerà a tutti i costi ma solo se ci saranno le condizioni"; si tratta infatti di un tentativo "complesso" e "difficile". Nel programma, secondo Letta, oltre agli interventi per fronteggiare un'emergenza che per gli italiani "è ormai insopportabile", dovranno figurare "le riforme costituzionali necessarie a ridurre il numero dei parlamentari" e la legge elettorale, la quale "ha bloccato la situazione a tal punto che, anche se si rivotasse immediatamente, la situazione non cambierebbe".
Il capo dello Stato ha espresso fiducia nel tentativo di Letta. Napolitano ha sottolineato come la "larga convergenza" fra le forze politiche sia "la sola prospettiva possibile" e ha dunque auspicato la "massima collaborazione" e il "rispetto" reciproco fra i partiti. La scelta di un alto dirigente del Pd conferma la volontà, espressa con fermezza dal capo dello Stato, di dare vita a un Esecutivo "politico", nel quale cioè il grado di impegno dei partiti sia rilevante. Di fronte alla necessità di interventi incisivi per contrastare la crisi economica e occupazionale, tenendo al contempo fermo l'equilibrio dei conti pubblici, si ritiene indispensabile cioè che chi si assume la responsabilità di governare il Paese lo faccia senza la tentazione di farsi indietro, spinto dal timore di deludere il proprio elettorato. Non a caso il segretario del Popolo della libertà (Pdl), Angelino Alfano, mercoledì mattina, poco prima che si diffondesse la notizia dell'incarico a Letta, aveva avvertito di non essere disponibile a un Governo "balneare"; creato per superare l'estate ma con vita breve, in attesa di nuove elezioni.
Dopo la scelta del potenziale presidente del Consiglio, il nodo da sciogliere è perciò quello dei ministri. Come accennato, il Pdl chiede che il Pd si assuma in pieno la responsabilità del Governo, anche al di là di Letta, attraverso la scelta di nomi che ne rappresentino tutte le correnti. Il partito di Berlusconi infatti può sempre contare sull'arma delle elezioni, forte dei sondaggi che, a causa anche delle vicende post-elettorali del Pd, lo descriverebbero in netto vantaggio. Anche per questo, nelle ultime ore, diversi esponenti del Pdl hanno precisato che l'azione del Governo non può prescindere da alcuni punti cari all'elettorato di centrodestra, vale a dire l'abolizione dell'Imu, la riduzione delle tasse, la defiscalizzazione delle nuove assunzioni. Provvedimenti che dovranno essere armonizzati con la necessità di tenere conto di una crisi economica che, nelle previsioni degli esperti, non allenterà la morsa a breve termine. Né queste difficoltà, per il Pdl, possono essere superate con un Esecutivo tecnico; un'esperienza già fatta e che Berlusconi e i suoi ritengono esaurita.
Nel Pd, ancora alle prese con un complicato redde rationem, le preoccupazioni sono diverse e per molti versi all'opposto. Ha provato in qualche modo a farle uscire allo scoperto lo stesso Alfano, quando ha avvertito che il Pdl non sarà disposto ad assistere passivamente al ripetersi di un altro "caso Marini". Il timore è appunto che anche sul nome di Enrico Letta si giochino i veti delle diverse correnti del Pd, finendo con il coinvolgere anche il Pdl in una nuova situazione di caos istituzionale. La riunione della direzione del Pd - nella quale si sono poste come condizioni per la partecipazione al nuovo Governo l'impegno per il lavoro e le riforme istituzionali - non è stata sufficiente a ricompattare le fila di un partito sprofondato in una crisi difficile da prevedere nelle sue dimensioni.
Pier Luigi Bersani, che ha formalizzato le sue già annunciate dimissioni da segretario, aveva condotto una campagna elettorale sobria e realista, adatta a una forza politica che si accingeva a prendere in mano il Governo del Paese. Per rispondere alla voglia di partecipazione degli elettori, dimostrata dalle primarie, aveva anche sostenuto la scelta dal basso di una parte consistente di candidature parlamentari: si è pensato così di rispondere alla sfida del Movimento 5 Stelle, togliendogli l'esclusività delle istanze di cambiamento.
Un cambiamento che però, invece di essere guidato, è stato subito. Dentro la confezione non si è visto il contenuto. E alle spalle di Bersani c'era un partito che lo stesso segretario non ha più saputo interpretare. Da qui le vicende che hanno condotto alla rielezione di Giorgio Napolitano, votato dal Parlamento a larga maggioranza, con 738 voti. E da qui le incognite che ancora pesano sulla formazione e sul destino del nuovo Governo che Enrico Letta ha accettato di provare a formare. Un Governo che, al di là delle dichiarazioni di buona volontà dei partiti, sferzati con severità dal capo dello Stato nel suo discorso di insediamento, dipende pur sempre dai numeri in Parlamento. Ed è evidente che, di fronte a un Pd che non recuperasse al più presto una voce sola, il Governo sarebbe debole e con prospettive troppo a termine. Non è un buon viatico per un Esecutivo che non può limitarsi a gestire la sola emergenza.
Nell'importante intervento a Montecitorio, il presidente Napolitano, non ha soltanto condannato la gestione dell'impasse istituzionale di questi ultimi due mesi ma ha bollato senza mezzi termini l'"incapacità", la "sterilità", la "sordità" e l'"irresponsabilità" manifestate dalle forze politiche nei sette anni del suo primo mandato presidenziale, a partire dalle mancate riforme istituzionali; fra queste, soprattutto, la riforma elettorale.
(©L'Osservatore Romano 24-25 aprile 2013)
martedì 23 aprile 2013
L'Italia garantita da Napolitano
di Marco Bellizi
L'Italia ha ufficialmente il suo dodicesimo presidente della Repubblica. Giorgio Napolitano, rieletto sabato fra gli applausi del Parlamento con una maggioranza larghissima di voti, dopo aver giurato sulla Costituzione e pronunciato a Montecitorio il suo discorso di insediamento, ha ora il compito gravoso di dare un Governo al Paese. A quasi 88 anni, il presidente dovrà supplire così all'incapacità fin qui dimostrata dai partiti, gli stessi che nelle scorse settimane hanno accolto con scetticismo, se non con sufficienza, l'iniziativa, assunta dallo stesso capo dello Stato, di affidare a due commissioni il compito di individuare un programma che potesse essere condiviso per il bene del Paese.
Il compito però non è facile né scontato negli esiti, nonostante la grande fiducia e la grande speranza che, a ragione, si nutrono nei confronti di Napolitano, in primo luogo per la sua capacità di interpretare in maniera impeccabile il ruolo di garante della Costituzione, più che, meramente, di arbitro della competizione politica.
Lo spettacolo ancora una volta caotico che le forze politiche hanno saputo offrire in questi giorni non rassicura, così come non è confortante il panorama alla vigilia delle consultazioni che si terranno al Quirinale.
Sullo sfondo si agitano infatti la crisi clamorosa del Partito democratico, da molti anni ripiegato sulla sola identità antiberlusconiana, e sul quale ora si allungano le ombre di una scissione, e l'ipotesi di un Governo la cui capacità riformatrice potrebbe essere fatalmente ostacolata da una lunga e demagogica campagna elettorale condotta da chi si preoccupa piuttosto di vincere le prossime elezioni. Il paradosso, al quale purtroppo gli italiani sono stati costretti ad abituarsi, è che, a parte le riforme istituzionali, risulta problematico non tanto individuare un programma di interventi necessario al Paese quanto scegliere la giusta composizione dei membri del Governo, a partire dal presidente del Consiglio.
I veti che hanno paralizzato il Parlamento al momento di scegliere il capo dello Stato continuano a essere esercitati in una fase in cui gli italiani, che negli ultimi tempi stanno scendendo in piazza più frequentemente del solito, si aspettano un sussulto di etica politica e risposte a una richiesta di cambiamento che non può più essere, per molti motivi, ignorata. Queste forze politiche si affidano dunque a Napolitano per sciogliere il nodo principale, quello di decidere se l'Italia debba avere ora un Governo al quale rimangano estranei i partiti o se questi debbano essere coinvolti nell'Esecutivo in modo da assumersi finalmente la responsabilità politica del suo operato e della sua sorte.
(©L'Osservatore Romano 22-23 aprile 2013)
martedì 31 gennaio 2012
La morte di Oscar Luigi Scalfaro

Il rigoroso senso civico di uno statista cattolico
di MARCO BELLIZI
Uno statista cattolico dal rigoroso senso civico, strenuo difensore della Costituzione e dei valori fondanti della Repubblica, che seppe testimoniare con coerenza e integrità. Così il mondo politico italiano ha ricordato Oscar Luigi Scalfaro, ex presidente della Repubblica, morto nella notte fra sabato e domenica all'età di 93 anni. Il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, in una nota ha reso omaggio, "con profonda commozione", alla figura dell'uomo politico, "ricordando tutto quel che egli ha dato al servizio del Paese, e l'amicizia limpida e affettuosa che mi ha donato".
Analoghe manifestazioni di cordoglio sono arrivate dai presidenti di Senato e Camera dei deputati, Renato Schifani e Gianfranco Fini, e dal presidente del Consiglio, Mario Monti. "Per chi lo ha conosciuto - ha detto Schifani - per chi ha apprezzato nel corso degli anni il suo impegno a difesa della Costituzione, la ferita della sua scomparsa è particolarmente dolorosa". Egli, ha aggiunto, ha fornito "un esempio insostituibile di senso civico". Secondo Fini, Scalfaro, animato "da un operoso rigore ideale", "si è sempre impegnato a rafforzare la Repubblica fondata sulla Carta costituzionale di cui fu costantemente strenuo difensore". Anche Monti ha voluto sottolineare la difesa dei "valori fondanti della Repubblica", che lo statista ora scomparso ha testimoniato "con la sua azione ed il suo rigore", "a tutti gli italiani, in particolare ai giovani". Nato a Novara il 9 settembre 1918, ancora dodicenne Scalfaro si iscrisse alla Gioventù Italiana di Azione Cattolica. Fu poi attivo negli ambienti della Federazione universitaria cattolica italiana. Laureatosi in giurisprudenza nel 1941 presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore, a Milano, entrò in magistratura nel 1943. Nel maggio 1945 divenne consulente giuridico del Tribunale d'emergenza di Novara, uno dei tribunali speciali voluti dagli angloamericani per porre fine ai processi sommari nei confronti dei fascisti e dei presunti collaborazionisti, e successivamente ne divenne pubblico ministero.Scalfaro entrò in politica nel 1946, anno in cui, nelle elezioni per l'Assemblea costituente, si candidò come indipendente nelle liste della Democrazia cristiana (Dc). Eletto, si impegnò perché la nuova Costituzione non prevedesse la pena di morte. Iscrittosi alla Dc, Scalfaro partecipò all'accesa campagna elettorale del 1948. Entrò nel Governo nel febbraio del 1954, chiamato dal presidente del Consiglio Mario Scelba a ricoprire il ruolo di segretario del Consiglio dei ministri e sottosegretario al Turismo e spettacolo. Nella Dc, fu esponente del "centrismo popolare", che annoverava, oltre allo stesso Scelba, Guido Gonella, Roberto Lucifredi e Mario Martinelli. Tornò nel Governo nel 1972, con il primo Governo Andreotti, quando ricoprì la carica di ministro dei Trasporti. L'anno successivo, con il secondo Governo Andreotti, divenne ministro della Pubblica istruzione. Fu poi uno dei più attivi promotori del referendum abrogativo della legge sul divorzio, che si tenne nel 1974. Tornò nell'Esecutivo nel 1983, chiamato dal presidente del Consiglio Bettino Craxi a ricoprire la carica di ministro dell'Interno. Al Viminale Scalfaro dovette affrontare eventi drammatici, dalla strage del rapido 904 (dicembre 1984), all'omicidio dell'economista Ezio Tarantelli, per opera delle Brigate rosse, (marzo 1985), al tentato omicidio del giudice Carlo Palermo (aprile 1985).Il 24 aprile 1992 fu eletto presidente della Camera dei deputati, incarico che ricoprì per breve tempo: a seguito delle dimissioni presentate dal presidente della Repubblica Francesco Cossiga, Scalfaro fu infatti eletto al Quirinale (28 maggio 1992), pochi giorni dopo la strage mafiosa di Capaci, dove persero la vita il giudice Giovanni Falcone, sua moglie e tre uomini della scorta.Furono i sette anni nei quali si portò a compimento il passaggio dalla cosiddetta prima Repubblica alla seconda, a seguito dei noti eventi di "tangentopoli". Furono inoltre gli anni della formazione del nuovo partito di Forza Italia, fondato da Silvio Berlusconi, e dell'affermazione della Lega Nord, oltre che delle progressive mutazioni dei partiti eredi della tradizione comunista e della destra post-fascista; gli anni della tendenze alla riforma della Costituzione materiale, con l'entrata a regime del sistema elettorale maggioritario e l'orientamento di una parte del mondo politico verso il passaggio da una forma di governo assemblearista a una democrazia nella quale il Governo avesse maggiori poteri e autonomia nei confronti del Parlamento. Scalfaro si schierò per la conservazione della Carta fondamentale, di cui era stato estensore.Da capo dello Stato, si adoperò inoltre affinché si arrivasse a una legge - approvata nel dicembre 1993 - per garantire più efficacemente il pluralismo in campagna elettorale. Risale allo stesso anno uno dei suoi interventi più incisivi, il discorso con il quale volle difendersi, con un messaggio televisivo, dalle accuse rivoltegli nell'ambito di un'inchiesta sui fondi riservati del Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica (Sisde). Con la caduta, nel 1994, del primo Governo Berlusconi, Scalfaro diede il via libera a un Esecutivo tecnico, a guida Lamberto Dini, appoggiato da una maggioranza parlamentare formata da partiti che alle elezioni si erano presentati in schieramenti opposti, come consentito dalla Costituzione italiana, che non prevede vincoli di mandato per i parlamentari. Ciò provocò la forte polemica di una parte del centrodestra: è in quei giorni che fu coniata la definizione polemica di "Governo del ribaltone".La ferma e costante volontà di difendere i valori costituzionali è testimoniata dall'attività condotta da Scalfaro anche dopo il termine del mandato presidenziale, nell'ambito del comitato "Salviamo la Costituzione", cui ha dedicato l'ultima parte della sua vita, con la parentesi della temporanea presidenza del Senato, nel 2006. Ha detto ancora il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel suo messaggio di cordoglio: "Scalfaro è stato un protagonista della vita politica democratica. Esempio di coerenza ideale e di integrità morale, ha avuto per supremo riferimento la legge, la Costituzione, le istituzioni".
(©L'Osservatore Romano 30-31 gennaio 2012)
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