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lunedì 27 gennaio 2014

Auschwitz e la Giornata della Memoria


                          Vigile attenzione



"È fuor di dubbio - scrive Cristiana Dobner - che Auschwitz è una sorta di monumento, nel senso che raccoglie e testimonia l'efferatezza nazista e il dolore patito da Israele e da chi con Israele condivise il destino di non essere nazista o di essersi opposto al regime dominante. Però se fosse solo così, sarebbe ancora troppo poco, le ceneri sarebbero inerti. Auschwitz è ben di più, è memoria attiva, zikkaron, fertile, è cenere calda che trasmette vita. Non nel paradosso poetico che da morte dona vita, ma nella concezione biblica che conosce per esperienza che il Creatore vigila come sentinella e non dimentica il suo popolo. La sua è una memoria sempre attuale".
E se l'interrogativo immediato è "dov'era questo Creatore quando Israele subiva lo sterminio nazista?", esso però nella sua angoscia risulta monco, perché carente di una seconda parte: "Io, dov'ero, quando Israele subiva lo sterminio nazista?". Io non c'ero è risposta fasulla, perché il mio legame con tutta la storia mi interpella e mi pone su di un terreno che richiede risposta. Io, oggi, dove sono? Da che parte sto? Abito Auschwitz e mi proietto sulla storia oppure lo lascio al suo passato e così dono fertilizzante ai pregiudizi che hanno lastricato la strada che conduce ad Auschwitz? Ecco allora la necessità della memoria viva, palpitante. Uno zikkaron che attivi richiami e generi sempre rapporti chiari, liberi, di autentico apprezzamento.


(©L'Osservatore Romano 26 gennaio 2014)

mercoledì 22 gennaio 2014

Le differenze teologiche non precludono l'unità in Cristo

Sotto
lo stesso tetto

di fratel Alois

Recentemente (dal 28 dicembre al 1° gennaio) trentamila giovani di tutti i Paesi d'Europa si sono riuniti per cinque giorni a Strasburgo, in Francia. Sono stati accolti da migliaia di famiglie della città e dei piccoli centri situati sui due lati della frontiera franco-tedesca. Queste giornate di incontri e di ascolto reciproco hanno rivelato, tra i giovani cristiani e tra quanti li hanno accolti, un forte desiderio di raggiungere una migliore comprensione tra i popoli.
Il raduno di Strasburgo, città simbolo di riconciliazione, era il trentaseiesimo degli incontri europei che la nostra comunità di Taizé organizza ogni anno in una grande città del continente. Moltiplicando queste occasioni per intessere relazioni personali, vorremmo aiutare i giovani ad acquisire una vera coscienza europea. Il lavoro delle istituzioni è fondamentale ma, senza l'incontro tra le persone, l'Europa non si costruisce.
Certo, l'Europa vive un periodo di pace senza precedenti nella sua storia. Tuttavia, tra l'Est e l'Ovest, se non c'è più il Muro, esistono però ancora muri nelle coscienze. I giovani venuti a Strasburgo vorrebbero un'Europa aperta e solidale: solidarietà fra tutte le nazioni europee e con i popoli più poveri degli altri continenti. Ora aspirano a un'altra organizzazione economica: chiedono che la globalizzazione dell'economia sia associata a una globalizzazione della solidarietà. Si aspettano dai Paesi ricchi una maggiore generosità, che si esprima sia attraverso investimenti nei Paesi in via di sviluppo che vadano realmente a favore di una maggiore giustizia, sia attraverso un'accoglienza degna e responsabile degli immigrati di queste nazioni. I giovani sono consapevoli che, come cristiani, devono essere in prima linea per vivere la riconciliazione e la condivisione. Le ferite della storia lasciano spesso tracce profonde e segnano per generazioni le coscienze e le mentalità. Ma le umiliazioni subite non portano necessariamente alla violenza. Possono essere guarite. I giovani hanno in ogni caso una possibilità per dare il proprio contributo: rifiutarsi di trasmettere alla prossima generazione i rancori e le amarezze talvolta ancora vive. Non si tratta di dimenticare un passato doloroso ma di interrompere la catena che fa perdurare i risentimenti e di conseguenza di guarire poco a poco la memoria con il perdono. Senza perdono non c'è futuro per le società. Il formidabile slancio che è all'origine della costruzione europea è nato in buona parte da questa convinzione.
Con i giovani di diverse confessioni riuniti a Strasburgo, abbiamo ricordato che, se cerchiamo una riconciliazione tra cristiani, non è per ripiegarci su noi stessi. La cerchiamo affinché essa sia un segno del Vangelo e diventi un fermento di riavvicinamento tra gli uomini e tra i popoli. Cristiani riconciliati fanno udire la voce del Vangelo molto più chiaramente in un mondo che ha bisogno di fiducia per preparare un futuro di giustizia e di pace. 
Attualmente, tra cristiani separati in molteplici confessioni, rischiamo di fermarci a una tranquilla coesistenza. Come si può andare oltre? A Taizé ci stupiamo nel constatare che i giovani che passano insieme qualche giorno sulla nostra collina, ortodossi, protestanti e cattolici, si sentono profondamente uniti senza peraltro ridurre la loro fede al minimo comune denominatore né procedere a un livellamento dei loro valori. Al contrario, approfondiscono la propria fede. La fedeltà alla loro origine coabita con un'apertura a persone diverse da loro. Da dove viene tutto ciò? Dal fatto che hanno accettato di mettersi sotto lo stesso tetto e di volgersi insieme verso Dio. Se questo è possibile a Taizé, perché non dovrebbe esserlo anche altrove? Vorrei allora trovare le parole giuste per domandare ai cristiani delle diverse Chiese: non c'è un momento in cui bisognerebbe avere il coraggio di metterci insieme sotto lo stesso tetto, senza aspettare che tutte le formulazioni teologiche siano pienamente armonizzate? Non è possibile esprimere la nostra unità in Cristo - che non è diviso - constatando che le differenze che restano nell'espressione della fede non ci dividono? Ci saranno sempre delle differenze: esse avranno bisogno di dibattiti sinceri, ma spesso potranno anche essere un arricchimento.
Facciamo con i cristiani di altre confessioni tutto ciò che è possibile fare insieme, non facciamo nulla senza tener conto degli altri. Do qualche esempio. Pregare insieme una volta all'anno durante la settimana dell'unità dei cristiani non può bastare, anzi rischia di diventare un gesto un po' formale; perché non pregare insieme più spesso? In molti luoghi esistono collaborazioni interconfessionali, soprattutto nella pastorale carceraria e ospedaliera. Perché non moltiplicarli, piuttosto che lavorare in parallelo? Ciò si potrebbe attuare persino in ambiti delicati come il risveglio alla fede dei bambini e la pastorale dei giovani.
Nel metterci sotto lo stesso tetto, non dobbiamo aver paura che la verità del Vangelo venga diluita. Dobbiamo confidare nello Spirito Santo. Non si tratta di metterci insieme per essere più forti, ma per essere fedeli a Cristo dolce e umile di cuore. Da lui apprendiamo che la verità si fa sentire attraverso l'umiltà. Affronto, per finire, uno dei punti più delicati. I cristiani non potrebbero considerare che il vescovo di Roma è chiamato a sostenere la comunione tra tutti, una comunione in Cristo dove possono restare alcune espressioni teologiche che implicano delle differenze? Papa Francesco non ci indica forse la direzione mettendo come priorità per tutti l'annuncio della misericordia di Dio? Non perdiamo questo momento provvidenziale. Sono consapevole di toccare un tema scottante e di farlo forse in modo maldestro ma, per andare avanti, mi sembra inevitabile cercare il modo per intraprendere questa via di una diversità riconciliata.
Alla fine dell'incontro di Strasburgo molti giovani sono tornati nel proprio Paese decisi a essere portatori di pace e di riconciliazione. Sanno che tutti possono partecipare a una civiltà contraddistinta non dalla diffidenza ma dalla fiducia. Nella storia a volte sono bastate poche persone per far pendere la bilancia verso la pace.


(©L'Osservatore Romano 22 gennaio 2014)

venerdì 20 dicembre 2013

Nell'esortazione apostolica di Papa Francesco

La forza
di una parola nuova

di fratel Alois

Fin dall'inizio Papa Francesco ha toccato il cuore delle folle con i gesti. Con la Evangelii gaudium rivolge una parola a tutti. Questa parola ha tanta forza da poter infondere una vita nuova tra i cristiani. È una parola nuova, eppure è in linea con quella del suo predecessore. Quante volte Papa Benedetto ha parlato della gioia di credere! Quante volte, soprattutto nella Deus caritas est, ha insistito sulla necessità di una relazione personale con Dio che ci trasforma e ci apre agli altri!
Ho letto il bel testo nelle due prospettive che ci stanno a cuore a Taizé: la pastorale dei giovani e l'ecumenismo. L'esortazione parla ai giovani. Uno di loro, da lungo tempo malato, mi ha telefonato per dirmi: "Papa Francesco ci ha fatto uscire dalla nostra comodità". È vero: sulla scia di Benedetto XVI, il vescovo di Roma propone la radicalità del Vangelo come un cammino di felicità e i suoi appelli ci sconvolgono, ci mettono in discussione. Ma allo stesso tempo ci ricordano la tenerezza di Dio, la sua misericordia senza eccezioni. A ognuno vorrebbe dire: lasciati afferrare da questo amore!
Molti attendono un rinnovamento della Chiesa. Il Papa ha la semplicità di dire che non può farlo da solo e che non ha "una parola definitiva o completa su tutte le questioni che riguardano la Chiesa e il mondo". Fa appello a tutti, ha bisogno di tutti. E per dirlo trova un linguaggio che svegli e provoca. Il suo appello si rivolge soprattutto a noi che abbiamo responsabilità pastorali: senza la vicinanza a quanti soffrono, non troveremo il modo per rinnovare la Chiesa. Questo appello non sminuisce affatto il suo ruolo di pastore universale, ma responsabilizza le Chiese locali e tutti i cristiani, che lui vuole adulti. Tutti sono evangelizzatori. In questo fare appello alla collaborazione di tutti non vi è un atteggiamento simile a quello di Giovanni XXIII quando convocò il concilio?
Il Papa sottolinea con forza che Cristo si è fatto povero, sempre vicino ai poveri e agli esclusi: sono loro a evangelizzarci! E ne trae un appello alla solidarietà in vista della liberazione e della promozione dei poveri. Rispondendo a questo appello, i cristiani diventano segno di contraddizione nella società.
Il passo dedicato da Papa Francesco all'ecumenismo fornisce una base per andare avanti: la certezza che "l'ecumenismo è un apporto all'unità della famiglia umana" e che l'impegno per l'unità dei cristiani rimuove degli ostacoli all'evangelizzazione; il rammentare che c'è una gerarchia di verità e la bella affermazione che tutti dobbiamo "raccogliere quello che lo Spirito ha seminato in loro come un dono anche per noi".
Anche se il passo sull'ecumenismo è breve, il testo nel suo insieme può parlare ai non cattolici e già ne ho avuto conferma. A colpire è il fatto che Papa Francesco ponga al centro l'ascolto della Parola di Dio: l'annuncio del Vangelo è sempre al primo posto. Esorta tutti a mettersi sotto la Parola di Dio che "ci trascende sempre". E l'invito che rivolge ai sacerdoti affinché curino in modo particolare le loro omelie è significativo.
La nostra comunità di Taizé vorrebbe camminare sempre in comunione con il Papa. Dopo aver incontrato ogni anno Benedetto XVI, sono quindi lieto di essere stato ricevuto recentemente da Papa Francesco e di avergli potuto esprimere la nostra riconoscenza per lo slancio che ha dato ai cristiani. Attraverso il suo ministero, vediamo delinearsi quell'immagine della Chiesa che fratel Roger descriveva con queste parole: "Quando incessantemente la Chiesa ascolta, guarisce, riconcilia, essa diventa ciò che è nel più luminoso di se stessa, una comunione d'amore, compassione, consolazione, limpido riflesso del Cristo risorto. Mai distante, mai sulla difensiva, liberata dalle severità, essa può irradiare l'umile fiducia della fede fin nei nostri cuori umani".


(©L'Osservatore Romano 20 dicembre 2013)

mercoledì 13 novembre 2013

Il codice purpureo di Rossano al Quirinale per la visita del Pontefice

Quando i greci
si rifugiavano in Calabria

Louis Godart

In occasione della visita ufficiale di Papa Francesco, il Segretariato generale della Presidenza della Repubblica presenterà al Sommo Pontefice il famoso codice purpureo custodito presso il Museo Diocesano di Arte Sacra di Rossano e attualmente in restauro presso l'Istituto per il Restauro e la Conservazione del Patrimonio Archivistico e Librario. La presenza a Rossano di questo codice s'inserisce nella storia millenaria dei rapporti tra la Calabria e il mondo ellenico. Dall'alba della storia la Calabria è stata accogliente per le popolazioni provenienti dal mondo greco. Nel secondo millennio prima dell'era cristiana numerose sono le testimonianze di frequentazioni dei litorali calabresi da parte di popolazioni micenee provenienti dalla Grecia continentale.
Al primo millennio prima dell'era cristiana risale invece la grande colonizzazione greca. La crisi attraversata dalle società greche costringe i cittadini a emigrare alla ricerca di nuovi territori. Spinte dalle persecuzioni legate alle tensioni che lacerano le città elleniche o dalla fame, intere comunità greche tentano l'avventura occidentale. La storia delle migrazioni è eternamente dolorosa; una delle frasi più amare dell'intera letteratura greca è stata scritta da Pitagora costretto a lasciare la sua isola di Samo per cercare fortuna in Magna Grecia: "Lasciando la tua terra e salendo sulla nave, distogli lo sguardo dall'orizzonte che ti ha visto nascere". 
La seconda ellenizzazione della Calabria risale al periodo bizantino ed è probabilmente in seguito alle vicissitudini che colpiscono l'impero d'Oriente che la Calabria e Rossano accolgono il celebre Codex purpureus di Rossano. 
Tra l'VIII e il IX secolo si sviluppò a Bisanzio un movimento religioso che considerava idolatrico il culto delle immagini sacre e ne predicava la distruzione. La venerazione delle immagini (iconolatria) aveva raggiunto le proporzioni di un vero e proprio fanatismo che preoccupò le autorità ecclesiastiche, convinte che i fedeli fossero diventati adoratori delle sole immagini. In realtà la controversia sull'uso delle icone coinvolgeva questioni molto profonde che riguardavano la natura umana di Cristo e l'atteggiamento cristiano verso la materia. Secondo gli iconoduli (adoratori d'immagini) la rappresentazione di Cristo è un inno al dogma centrale del Cristianesimo che è Incarnazione. Vietare la raffigurazione di Cristo significa voler negare che Cristo è Dio e Uomo, entrato nella storia, vissuto in mezzo agli uomini e morto sulla croce come Dio e Uomo. Il movimento iconoclasta è stato anche probabilmente influenzato se non generato dalle accuse mosse al Cristianesimo dai fedeli dell'Islam che vieta le raffigurazioni di Dio, del profeta, persino del volto umano. 
L'imperatore Leone III Isaurico si convertì al movimento iconoclasta (726) e cominciò la persecuzione degli iconoduli. Fece chiudere monasteri e chiese ribelli e tentò di imporre anche a Roma la distruzione delle immagini sacre. Papa Gregorio III, dopo aver ricevuto l'ordine di vietare le icone religiose, si oppose con forza a questa ingiunzione. Nel novembre 731 riunì un sinodo per condannare il comportamento dell'imperatore. Vi parteciparono 93 vescovi e fu decretata la scomunica per chi avesse osato distruggere le icone. 
Nel 741 Costantino V, figlio di Leone III, salì sul trono di Bisanzio. A partire dagli anni 750, avviò una persecuzione violenta contro gli iconoduli. Convocò un sinodo nel 754 a Hieria che condannò esplicitamente il culto delle immagini e ordinò la loro distruzione. La popolazione e, in particolare, il ceto monastico si ribellarono alla politica di Costantino. Una feroce persecuzione si scatenò contro gli ordini religiosi. L'imperatore s'impossessò del ricco patrimonio di molti monasteri e la lotta contro le immagini diventò una lotta contro la potenza monastica e i suoi possedimenti che venivano confiscati e andavano a incrementare il tesoro imperiale. 
L'effetto dell'iconoclastia sull'arte bizantina è stato devastante e ha portato alla distruzione d'infinite raffigurazioni sacre tra cui molti capolavori d'arte e tanti codici miniati. Il movimento iconoclasta ha anche esacerbato i rapporti tra la Chiesa d'Oriente e quella d'Occidente. 
Il Codex purpureus è il più importante dei sette manoscritti miniati orientali esistenti al mondo, con 188 fogli conservati sui probabili quattrocento originari. Questo straordinario documento dell'arte e della cultura del VI secolo che originariamente comprendeva i quattro vangeli, preceduti dalla Lettera a Carpiano di Eusebio di Cesarea contiene nella forma attuale, oltre allo scritto introduttivo, l'intero testo di Matteo e quasi tutto quello di Marco illustrati da quattordici miniature, tutte su fogli riuniti in fascicoli separati in modo da presentare la storia della vita pubblica e della passione di Cristo, narrata in parallelo nei quattro vangeli, come un ciclo continuo. Sotto le dodici miniature narrative - cui se ne aggiungono una che fungeva da titolo alle perdute tavole dei canoni e un ritratto di Marco - si trovano inoltre i ritratti a mezzo busto dei profeti vetero testamentari, che tengono in mano dei rotoli di pergamena contenenti i testi che si riferiscono agli avvenimenti raffigurati nelle miniature superiori. In tal modo l'unione delle antiche profezie con le immagini della vita di Cristo costituisce un richiamo costante al compimento da parte di Gesù di quanto scritto: "Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi" (Luca, 24, 44). E ancora, nell'iconografia delle miniature è possibile cogliere con chiarezza rimandi alle interpretazioni teologiche di Origene, Eusebio e Metodio accolte dalla liturgia: a ulteriore testimonianza del grande interesse che il codice riveste dal punto di vista della storia della cultura e della spiritualità cristiana. 
Eccezionale è, altresì, l'importanza del manoscritto come opera d'arte: le miniature, nelle quali sono raffigurati episodi come la resurrezione di Lazzaro, l'ingresso a Gerusalemme, la cacciata dei mercanti dal tempio, la parabola delle dieci vergini, l'ultima cena, la lavanda dei piedi, la comunione degli Apostoli con il pane e con il vino, Cristo a Getsemani, la guarigione del cieco, la parabola del buon Samaritano, il processo davanti a Pilato, il rimorso e il suicidio di Giuda, la flagellazione di Cristo e la liberazione di Barabba costituiscono da una parte un documento rarissimo dell'arte sacra bizantina del tempo; dall'altra, ciascuna di esse è a suo modo un capolavoro dell'arte miniata, per la vivacità e insieme l'armonia con le quali le scene della vita di Cristo sono illustrate. Infine è da sottolineare l'unicità del codice dal punto di vista della realizzazione artigianale, con particolare riferimento alla colorazione purpurea dei fogli - ottenuta per mezzo dell'immersione in una sostanza dalla tinta rosso porpora, estratta da migliaia di molluschi - e all'uso di inchiostri a base d'oro e d'argento. 
Alcuni autori hanno avanzato l'ipotesi che il codice potrebbe essere giunto a Rossano all'indomani del 636-638, quando i monaci greco-melkiti di fronte all'espansione degli arabi musulmani hanno abbandonato la Palestina, la Siria, l'Egitto e la Cappadocia per cercare rifugio nell'Italia meridionale; altri invece propendono a ritenere che il manoscritto sia stato portato a Rossano da monaci iconoduli intorno alla metà dell'VIII secolo, nel momento delle feroci persecuzioni perpetrate dagli imperatori bizantini contro i monasteri dell'impero. Rossano allora e fino all'arrivo dei Normanni (quindi tra il 540 e il 1059), è una vera e propria roccaforte inespugnabile (Frurion), un centro politico e amministrativo di vitale importanza che diventerà, nel corso del X secolo, la capitale della dominazione bizantina in Italia. Da quando Rossano è diventata sede vescovile ospita monasteri con ricche biblioteche e officine in cui si copiano manoscritti (scriptoria); è stata patria di Papi come Giovanni VII, Zaccaria, Giovanni XVI, di santi come Nilo e Bartolomeo che fonderanno la celebre abbazia di Grottaferrata. La città, nota come "Rossano la bizantina", non poteva non esercitare un fascino sui monaci della diaspora e sembra logico ritenere che alcuni di loro, abbandonando la patria d'origine in seguito alle persecuzioni di Costantino V, abbiano scelto di rifugiarsi in Calabria e a Rossano, portando con sé il Codex purpureus, mirabile testimonianza dell'arte bizantina che l'intolleranza degli uomini al potere voleva distruggere.


(©L'Osservatore Romano 14 novembre 2013)

lunedì 4 novembre 2013

Perché fa discutere un'affermazione di Bill Gates

Internet salverà il mondo o solo le fotografie?

di Cristian Martini Grimaldi

Internet non salverà il mondo, ha detto Bill Gates in un'intervista al "Financial Times". Non si può non essere d'accordo. Ma stiamo scoprendo delle ovvietà. Se le affermazioni del fondatore di Microsoft fanno tanto discutere è perché invece sono un'eccezione. Se guardate a coloro che esaltano gli strumenti quali social network e affini, scoprirete che non si tratta solo di fanatici, ma di persone con un determinato interesse. Costoro, infatti, decantano le "doti salvifiche" della Rete per promuovere una propria attività. 
Il punto è che internet è strumento innovativo, certamente rivoluzionario e ormai essenziale: non c'è certo bisogno di esperti o tecnici che ce lo debbano spiegare. Ma una cosa sono le grandi idealità (come vorremmo che internet venisse utilizzato), un'altra cosa è come la gente veramente percepisce e realmente vive la Rete. 
Se si chiede a un giornalista cosa pensa di twitter, costui dirà che è un grande strumento di diffusione di informazioni come pochi altri al mondo. Poi ti capita di conoscere quei ragazzi che su twitter non hanno cinquemila follower e ti rendi conto che sono su twitter perché di twitter si parla tanto. Il che ricorda la storiella di quel tale che prendeva l'auto il giorno in cui erano autorizzate alla circolazione le targhe pari semplicemente perché la sua era pari, e non perché ne sentisse un reale bisogno. E però quello stesso utente twitter che in quella piattaforma non è molto attivo (perchè se non hai follower dov'è il divertimento?) posta foto in continuazione sul suo instagram. Infatti, se escogitare battutine salaci e giochini di parole per suscitare interesse (come accade su twitter) non è da tutti, su altri social, diciamo meno esigenti, basta qualche foto "artistica" e il gioco è fatto. 
E allora se uno dovesse rinnovare la domanda a questo utente medio dei social network, ovvero se internet salverà mai davvero il mondo, forse otterremo una risposta del genere: "Se salverà il mondo non lo so, ma intanto è il migliore strumento che ho per salvare le mie foto".
Quale sia poi il senso ultimo di salvare centinaia, anzi forse migliaia di foto, non è dato sapere. E forse è questa la domanda davvero interessante da porre a Gates.


(©L'Osservatore Romano 4-5 novembre 2013)

venerdì 27 settembre 2013

Il film vincitore a Venezia


                  Nelle periferie dell'anima


di Lucetta Scaraffia

Vi è una singolare coincidenza fra le parole di Papa Francesco, che incita fedeli e clero ad andare nelle "periferie" della società e dell'anima, e il film che ha vinto il festival di Venezia, Sacro Gra, dedicato al Grande raccordo anulare di Roma e meritoriamente prodotto dalla Rai. Costata anni di lavoro, l'opera non è di denuncia sociale, ma una narrazione poetica in cui la solitudine e l'estraneazione dell'essere umano di fronte all'invasione della tecnica vengono trasmesse da immagini e rumori: di vite passate in auto, di appartamenti piccoli e miseri, di locali squallidi.
Nel silenzio rotto raramente da voci umane si ascolta il rombo del nastro di asfalto che circonda la città, qualche aereo che passa a quota troppo bassa, la televisione accesa. E, ricorrente, l'urlo delle sirene. La tecnologia - rappresentata dal movimento incessante delle auto che produce intorno a sé degrado sociale e ambientale - conta i suoi caduti: scena che si ripete è l'ambulanza che arriva e carica il ferito in un incidente stradale.
Ma in questo paesaggio orribile, in questo frastuono incessante, in una condizione che ricorda un girone infernale, Dio è presente. Non tanto nei luoghi deputati a custodirlo - in una chiesa brutta e moderna il prete si aggira solitario - ma nell'animo degli esseri umani che abitano questo inferno. Fra le donne riunite all'aperto che pregano quasi con violenza, ma soprattutto nei delicati rapporti che riscaldano la vita quotidiana di chi, spinto ai margini della vita sociale, in questo inferno è costretto a vivere.
Rapporti umani, illuminati da sogni impossibili, ma che riescono a stabilire vere correnti amorose. Vincono su tutti per il calore e la freschezza quelli fra padre e figlia e madre e figlio, rappresentati in piccoli episodi e in ambienti di grande e suggestivo realismo. Ma anche il botanico che si aggira in una natura degradata e sporca per salvare le palme malate, ascoltando con timore e insieme muta ammirazione il rumore ingigantito degli insetti che le divorano, è un esempio di rapporto amoroso con l'ambiente.
L'amore trasmesso attraverso una parola o uno sguardo è così, in questo luogo terribile, la forza che permette di affrontare la morte, lasciata in mano alle ruspe e a operai indifferenti, affrontata come un fatto tecnico, una appendice del Gra. Ma Dio è anche nel finale, nell'unica musica del film, una vecchia canzone che si chiama Il cielo: certo, qui il cielo, nelle sue due accezioni - quella naturale e quella simbolica di sede di Dio - può sembrare lontano e indifferente, ma è l'unico luogo luminoso a cui gli occhi si possono volgere. Anche nel fragore delle auto e nella solitudine di una periferia degradata.


(©L'Osservatore Romano 27 settembre 2013)

mercoledì 25 settembre 2013

Gino Bartali dichiarato Giusto fra le Nazioni dallo Yad Vashem


                         Ancora campione


di Adam Smulevich

Campione in corsa, campione fuori dal contorno agonistico. Il pubblico riconoscimento dello Yad Vashem rappresenta l'attesissimo suggello a una storia memorabile, quella di Gino Bartali dichiarato Giusto tra le Nazioni. Forse Ginettaccio sarebbe addirittura scontento di questo tributo in virtù del proverbiale "Il bene si fa, ma non si dice" che tanto l'ha reso celebre in Italia e nel mondo. Di Bartali era già noto l'impegno come staffetta clandestina ma a mancare, per lungo tempo, è stata la dichiarazione diretta di un sopravvissuto o di un suo discendente. Nel 2005 il ciclista fu insignito della medaglia d'oro al valore civile dal presidente della Repubblica Italiana Carlo Azeglio Ciampi "per aver salvato la vita a circa 800 ebrei". Stante questo riconoscimento, restavano però degli interrogativi irrisolti. Chi erano questi ebrei? Quali i loro nomi, i loro volti, le loro storie? Materiale di cui lo Yad Vashem, per dar seguito alla pratica, aveva assoluto bisogno. I motivi di questa lacuna sono noti: oltre alla ritrosia di Ginettaccio, corredata da un'aneddotica leggendaria, la mancanza di un contatto diretto tra il ciclista e i tanti - uomini, donne e bambini - che beneficiarono del suo altruismo. Il corridore agiva infatti a stretto raccordo con una serie limitata di interlocutori: uomini della Delegazione per l'assistenza degli emigranti ebrei, esponenti del clero toscano, falsari che gli procuravano nuove identità per ebrei e perseguitati politici in fuga dall'Italia. L'amore, per Bartali, è stata la vita e la dignità dell'uomo prima di ogni altra cosa. È quanto emerge con le numerose testimonianze raccolte in seguito all'appello di Yad Vashem. Una su tutte, quella di Giorgio Goldenberg, descrive lo straordinario itinerario tracciato dal campione negli anni più bui. È la storia di un giovane ebreo fiumano, nascosto insieme alla sua famiglia in una casa in via del Bandino a Firenze. Giorgio, la sorella Tea, i genitori: quattro vite umane strappate alla barbarie della Shoah. L'iniziativa è di Gino e di suo cugino Armandino Sizzi, un duo affiatato ripetutamente esposto a pericoli ma incrollabile nella sua determinazione. Nessuno, oltre a loro, sapeva. Neanche Adriana, la compagna di una vita. Neanche una volta cessate le ostilità, quando tutto sarebbe stato più facile.


(©L'Osservatore Romano 25 settembre 2013

venerdì 20 settembre 2013

Nelle sale "Sacro Gra" di Gianfranco Rosi


                   Gran documentario ma...


di Emilio Ranzato

All'ombra del Grande Raccordo Anulare di Roma si nasconde un'umanità marginale, dimenticata, caratterizzata da attività solitarie eppure come unite dalla comune lontananza dal resto della città. Un pescatore di anguille, un botanico "medico" delle palme, un attore di fotoromanzi, uno pseudo principe alla ricerca di titoli nobiliari, un barelliere di ambulanza. Oltre a una serie di figure di contorno altrettanto sui generis. Di alcuni di essi intravediamo anche scampoli di quotidianità, attraversati da una vita sociale rarefatta che non fa che confermare la loro emarginazione. Sullo sfondo, l'imponente autostrada cittadina, testimone impassibile, e forse simbolica di un'indifferenza molto più generalizzata.
Compito di un buon documentarista è sicuramente quello di selezionare il reale a partire dalla materia prima, ossia i personaggi, le loro azioni e naturalmente l'ambientazione, che qui è la vera protagonista. In questo il regista Gianfranco Rosi si dimostra ispirato ma anche equilibrato. Nel quadro complessivo del sottobosco che gravita attorno al raccordo prevalgono la povertà e il degrado, nel migliore dei casi un'eccentrica sottocultura. Ma il tono non è mai compassionevole o paternalistico come è capitato spesso per altre forme di realismo del cinema italiano.
Inoltre il regista "sa stare" sul set accanto ai protagonisti. Sa far decantare le loro gesta a volte minute, a volte importanti, spesso in un modo o nell'altro eroiche, al fine di catturare un'emozione che sia pienamente genuina. Il che per un documentarista corrisponde a un'ottima direzioni di attori.
Quello che manca al film - al di là di qualche inquadratura inclinata che si fonde in un tutt'uno con le architetture assurdamente futuristiche dei palazzi delle periferie - è invece una spiccata ricerca espressiva, stilistica o anche solo estetica. Si ha l'impressione che Rosi, comprensibilmente innamoratosi del mostro di cemento e dei suoi caotici satelliti, si sia fidato troppo del loro fascino, al punto da credere che un intervento esterno appena evidente avrebbe guastato l'incantesimo. Piazzando la cinepresa nel punto giusto, spesso questo taglio rispettoso paga. In altri momenti, però, si rischia di scivolare nell'oggettività del servizio giornalistico, benché di alto livello.
In tal modo, anche la poetica rischia di perdersi in un percorso un po' ondivago. Se a tratti risulta chiaro ciò che ha detto il presidente di giuria Bernardo Bertolucci nell'assegnare alla pellicola il Leone d'oro all'ultimo festival di Venezia, ossia che il film arriva a dare significato al proprio titolo restituendo un senso del sacro, è vero anche che questa qualità il film la perde talvolta di vista, forse per il sin troppo rigoroso intento di inseguire fino in fondo l'idea di un affresco quanto più caleidoscopico. Intento, per l'appunto, di natura tipicamente giornalistica.


(©L'Osservatore Romano 20 settembre 2013)

domenica 1 settembre 2013

Il cardinale Carlo Maria Martini e la dimensione contemplativa dell'esistenza

Quella speranza
che resta sempre accesa

Oggi, 31 agosto, in occasione del primo anniversario della morte del cardinale Carlo Maria Martini, è stata celebrata nel pomeriggio, nel Duomo di Milano, una messa di suffragio. Pubblichiamo stralci dell'omelia pronunciata dal cardinale arcivescovo.

di Angelo Scola

Celebrare l'Eucaristia nel primo anniversario della dipartita dell'arcivescovo Carlo Maria è un'occasione privilegiata per rendere grazie a Dio del bene compiuto nel suo ministero episcopale. Il suo sguardo appassionato per tutti gli uomini continua ad accendere la speranza "che non delude" (Romani, 5, 5). Non delude perché proviene dall'amore stesso di Dio che gratuitamente si riversa nei nostri cuori. Non viene meno neppure quando siamo "deboli", "peccatori" e "nemici" (cfr. Romani, 5, 6-10). L'arcivescovo Carlo Maria fu indomito portatore di questa "speranza affidabile" (Spe salvi, 1 e 2) che deriva dalla fede incrollabile nella Risurrezione di Gesù. Fra le pagine che il cardinale ha dedicato alla morte e alla risurrezione ve n'è una assai penetrante che narra della straordinaria modalità con cui Gesù appare, risorto, ai suoi. Reincontrando la Maddalena, i discepoli di Emmaus, Pietro sul lago di Tiberiade, Gesù, che avrebbe potuto rimproverarli perché, presi dalla paura, l'avevano in vario modo abbandonato, invece "non giudica il comportamento che hanno avuto, non critica, non condanna, non rinfaccia i ricordi dolorosi della loro debolezza, ma conforta e consola" (Carlo Maria Martini, La trasformazione di Cristo e del cristiano alla luce del Tabor. Esercizi spirituali, Milano, Bur-Rizzoli, 2004, pag. 166). Consola perché non approfitta "dell'umiliazione altrui per schernire, schiacciare, mettere da parte, ma riabilita, ridà coraggio, ridà responsabilità" (ibidem, pag. 167). Con la luce della sua risurrezione li inoltra, in pienezza di verità, sulla strada di una responsabile novità.
Significativamente l'arcivescovo Carlo Maria ha dedicato la sua prima lettera pastorale alla preghiera contemplativa. In essa egli definisce l'uomo in questi termini: "Aperto al mistero, paradossale promontorio sporgente sull'Assoluto, essere eccentrico e insoddisfatto" (La dimensione contemplativa della vita, i). Apertura, sporgenza, eccentricità, insoddisfazione: non sono tutte categorie appropriate per descrivere la tensione positiva alla vita e alla vita "per sempre" che inquieta il cuore in ogni uomo rendendolo consapevole di non essere lontano da nessun altro uomo? Non esistono domande autentiche di un uomo che non siano di tutti gli uomini; le "periferie esistenziali" - per usare l'espressione di Papa Francesco - sono innanzitutto i confini della stessa esperienza di ciascuno di noi. La dimensione contemplativa dell'esistenza restituisce l'uomo a se stesso, affermava l'allora arcivescovo di Milano in quella prima lettera pastorale. Questo insegnamento riletto ora, alla fine del suo pellegrinaggio terreno, esprime bene il centro della sua personalità, della sua testimonianza di vita, della sua azione pastorale, della sua passione civile, dell'indomito tentativo di indagare gli interrogativi brucianti dell'uomo di oggi. Per questo la ricca complessità della sua persona e del suo insegnamento continuano a interrogare uomini e donne di ogni condizione. La dimensione contemplativa della vita del cardinal Martini rappresenta l'antefatto, l'orizzonte, il precedente di tutta la sua riflessione e di tutta la sua azione. Ciò che è stato e che viene detto e scritto sulla sua figura, sul suo pensiero e sulla sua opera diventerebbe facilmente unilaterale se non venisse collocato in questa unificante prospettiva.


(©L'Osservatore Romano 1 settembre 2013)

mercoledì 21 agosto 2013

Gesti e parole di Papa Francesco

Impronte di luce di OSCAR ANDRÉS RODRÍGUEZ MARADIAGA La notte del 13 marzo 2013 resterà indelebilmente impressa nel cuore di tutti quelli che come noi furono testimoni dell'infinita misericordia di Dio, che ci ha promesso "non vi lascerò soli" (Giovanni, 14, 18); nella persona di Jorge Mario Bergoglio, oggi Papa Francesco, era confermata una certezza che la Chiesa ha sperimentato nei suoi ventuno secoli di storia. Quella notte la Chiesa mostrò al mondo una vitalità sorprendente. La pioggia cadeva su Roma già da vari giorni e alla fine capimmo che era beneaugurante: tutti sentimmo che c'era un'aria fresca, nuova, l'aria dello Spirito Santo che non ha mai lasciato la sua Chiesa, e che quella notte ci faceva respirare a pieni polmoni, ci faceva intuire la grandezza di chi, sapendosi piccolo, si affidava senza riserve nelle mani di Dio per iniziare un grande servizio nella Chiesa per il Regno. Ascoltando le prime parole di Papa Francesco, ricordavo quel Salmo che tante volte ho meditato: "Signore, non si inorgoglisce il mio cuore, né i miei occhi si insuperbiscono; non cerco cose superiori alle mie forze" (130, 1). Guardavo su quel balcone della basilica Vaticana, non solo un caro amico che Dio aveva scelto come successore dell'apostolo Pietro, ma un sacerdote nel senso pieno della parola. Lo vedevo rimirare il popolo che gli era affidato, lo ascoltavo e mi sembrava incarnasse l'essenza dell'ecclesiologia del concilio Vaticano II. Lì, infatti, ne rappresentava l'icona un pastore col cuore di un vero discepolo di Cristo, a lui consacrato e pronto a continuare nella sua fedele sequela in un servizio nuovo ed esigente. I giorni seguenti all'elezione di Papa Francesco sono stati i giorni nei quali, come figlio della Chiesa, mi sono sentito più profondamente legato a essa, ponendomi nella scia della sua intenzione: sentirci Chiesa, saperci Chiesa, appartenervi in modo responsabile. Papa Francesco già ci chiede di riconsiderare in modo diverso il nostro battesimo, la nostra vocazione particolare. Se ci pensiamo bene, dobbiamo ammettere che non ci dice nulla di nuovo, ma sa dircelo in un modo che ci tocca dentro: la forza dei suoi gesti e delle sue parole ci dimostra che ciò che crediamo non è qualcosa di meramente cerebrale, la fede non si chiude nei confini di una semplice concettualizzazione, ma pervade la vita intera. Come Paolo dice Caritas Christi urget nos, oggi Papa Francesco sembra dirci, con la mano del Papa Benedetto sulla sua spalla: Fides urget nos. Chi, come me, ha conosciuto bene Jorge Mario Bergoglio prima che fosse scelto dalla Provvidenza divina a svolgere il servizio di vescovo di Roma - la "Chiesa che presiede nella carità" (Lumen gentium, n. 13), come ricordava nelle sue prime parole - sa che Dio non sbaglia mai e che ci ha dato il Santo Padre di cui avevamo bisogno. Per tanti Papa Francesco era un completo sconosciuto e molti hanno tentato di spiegare il mistero che avvolge questo Papa, venuto "dalla fine del mondo". Si è versato molto inchiostro in questi primi mesi dall'elezione di Jorge Mario Bergoglio. Ammettiamolo: si è scritto anche qualcosa di leggendario su di lui, sia pure con buone intenzioni, e ho l'impressione che il primo a esserne sorpreso sia lo stesso Papa che non si aspettava questa designazione da parte della misericordia di Dio e, malgrado il grande onere ricevuto, continua a essere quello che è sempre stato. Non c'è niente da decifrare; bisogna solo scoprire ciò che il nuovo Papa vuole essere, ossia la trasparenza della Grazia di Dio che agisce in lui e che egli mostra attraverso i suoi gesti e le sue parole. Molto si è scritto, molto si è detto su Papa Francesco, ma il lavoro di monsignor Michele Giulio Masciarelli è uno dei migliori che ho potuto trovare in questi mesi. Leggendolo attentamente, il lettore si rende conto che si trova di fronte a un materiale tanto ampio che potrebbe servire da base per degli Esercizi Spirituali, intensi e ben articolati. L'equilibrio e l'intelligenza di far spazio alla sua sensibilità artistica, la quale si concretizza in tredici poesie che scandiscono il testo, il ricorso agli echi della tradizione patristica, della riflessione teologica, fanno di questo libro un trattato di "assiologia della fede": così che la lettura di questo libro, oltre a essere piacevole, interroga, stimola, obbliga a riflettere. Sono profondamente grato a monsignor Masciarelli non solo per questo libro, ma perché con esso ci dà l'occasione d'incontrare, come grazie a Dio tante volte accade, fratelli nella fede che hanno quella sapienza del cuore che egli scopre in Papa Francesco. Non è facile scrivere su qualcuno che ogni giorno sta lasciando una traccia, ma monsignor Masciarelli, come un vero "archeologo della carità", ha saputo trovare le impronte di luce, di bontà, di spirito evangelico che il Papa imprime con i suoi gesti e con le sue parole: sono le impronte create da un discepolo che conosce bene e segue con fedeltà il suo maestro e Signore. Questo bel libro ci stimola a non assuefarci alle meraviglie di Dio, a scoprire l'umiltà, la tenerezza, la fede, la misericordia e il perdono di Dio. Siamo portati così a scoprire, alla fine del libro, alcuni significativi gruppi di parole e di verbi che Papa Francesco organizza triadicamente e che monsignor Masciarelli ha chiamato "tripodi", per così dire pedagogici: sono così intesi che, a partire da essi, si è invitati alla contemplazione dell'Amore "tripersonale" di Dio: "Ecco sono tre: l'Amante, l'Amato, l'Amore" (De Trinitate, VIII, 10, 14). Il libro di monsignor Masciarelli mostra come, sulla scia del concilio Vaticano II, che è il fondale luminoso e fisso dei gesti e delle parole di Papa Francesco, possiamo trovare una Chiesa che abbia la coscienza di essere spazio di "fratellanza" per rispondere ai bisogni dei più poveri e dei più indifesi. Questa Chiesa fraterna evoca la figura di santa Maria, la Madre, alla quale con tanta tenerezza si riferisce il Santo Padre, perché ce la vuole mostrare come l'immagine più bella e più attraente della Chiesa di Gesù. (©L'Osservatore Romano 22 agosto 2013

venerdì 9 agosto 2013

Rileggendo Edith Stein nel giorno della memoria liturgica


             La risorsa di non avere risorse


di Carla Bettinelli

Non ci si salva da soli. Il filo rosso che lega le pagine di Stare davanti a Dio per tutti, l'ultimo libro di Marco Paolinelli dedicato a Edith Stein e Gertrud von le Fort (Roma, Edizioni Ocd, 2013, pagine 590, euro 28) è evidente: la teoria moderna dell'autosalvezza della persona è falsa. L'autore attinge informazioni da documenti originali, ne coglie il messaggio e delinea per noi l'idea che Stein ha della modernità, epoca in cui domina l'illusione che la persona si possa liberare dai propri limiti grazie alla scienza. Stein si opporrà alle filosofie e ideologie "che mutilano l'uomo nella sua relazione di figliolanza con Dio"; la sua è un'opposizione serrata, diretta, senza compromessi perché queste false percezioni della realtà delle cose sradicano la persona dal suo fondamento. Il mondo, luogo in cui ci si sente a casa secondo l'espressione di Scientia crucis, è sempre presente nello "stare davanti a Dio per tutti" di Edith. Via alla Redenzione e alla Risurrezione è la Croce. Stein comprende che il "soffrire" è "offrire sé". Cristo soffre prima e poi sulla Croce su cui muore, ma: ma, innanzi tutto, si offre al Padre.
La "saccente" Edith - definita così dai compagni di corso perché considerava suo diritto puntare il dito sulle loro mancanze - capterà il "lieto" messaggio del Venerdì Santo quando le brillerà innanzi la Croce di luce di Cristo. Con "gli occhi nuovi" della fede comprende che, come leggiamo nell'enciclica Lumen fidei di Papa Francesco, essendo questa luce capace di illuminare tutta l'esistenza dell'uomo non può procedere da noi stessi, deve venire da una fonte più originaria, deve venire, in definitiva, da Dio (cfr. n. 4). "Arresa" a Cristo, riconoscerà che l'umanesimo laico è "un'illusione forse splendida di grandezza e di esaltazione, ma falsa radicalmente". Percorrerà allora il cammino del diventare "piccola", figlia, sull'esempio di Teresa del Bambino Gesù. Dei "piccoli" apprenderà la sapienza dell'abbandono. Nel suo caso, al Padre, soprattutto nel Carmelo claustrale.
In una lettera a Roman Ingarden del 1917 esprime la convinzione che nessuno può dissuaderla dalla certezza che la storia ha un senso. Nel 1918 scrive: "Noi causiamo gli eventi e ne siamo responsabili. Eppure in fondo non sappiamo quello che facciamo, e non possiamo fermare la storia, anche se le rifiutiamo il nostro contributo". In seguito, convertita e monaca, dirà che niente succede a caso. Nella domenica di Passione del 1938 si pone in questo campo di battaglia con l'offerta di sé "al Cuore di Gesù come vittima di espiazione per la vera pace; che la potenza dell'Anticristo, se possibile, crolli senza che scoppi una nuova guerra mondiale, e un nuovo ordine si possa costruire (…) So che sono un nulla, ma Gesù lo vuole, ed Egli certamente in questi giorni chiamerà altri a fare lo stesso".


(©L'Osservatore Romano 9 agosto 2013)

mercoledì 7 agosto 2013

Il cardinale Turkson a Hiroshima nell'anniversario del bombardamento atomico


                  Dalla sofferenza alla pace 

 


Pregare per le vittime della tragedia nucleare, riaffermare l'inutilità della guerra, invitare a divenire operatori di pace. Con questa triplice motivazione il cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson si trova da lunedì 5 agosto in Giappone, dov'è in corso la commemorazione del 68° anniversario del bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki che ha provocato decine di migliaia di morti.
Il porporato è stato invitato dalla Conferenza episcopale giapponese, che annualmente promuove l'iniziativa "Dieci giorni per la pace", proprio per mantenere viva la memoria di quei terribili giorni d'inizio agosto del 1945. A Hiroshima, nella cattedrale cittadina, il cardinale Turkson ha celebrato lunedì la "messa per la pace".
Martedì 6, sempre a Hiroshima, il cardinale ha partecipato a un incontro interreligioso, insieme a buddisti, scintoisti e a cristiani di varie confessioni. Nel suo intervento, intitolato "dalla sofferenza alla costruzione della pace", ha ricordato lo storico viaggio di Giovanni Paolo II che nel 1981 visitando Hiroshima disse: "Che la guerra non venga mai più tollerata", poiché i conflitti sono causati dagli uomini, non sono punizioni divine o catastrofi naturali: sono il prodotto dei peccati dell'umanità che ne è responsabile.
In proposito, il porporato ha citato anche il pensiero di Papa Francesco, che ha denunciato come la potenza atomica possa causare la distruzione dell'umanità, sottolineando che nessuno sforzo di "pacificazione" sarà duraturo, né potranno esserci armonia e felicità per una società che ignora, mette ai margini e abbandona nella periferia una parte di sé.
Mercoledì 7 agosto, il cardinale Turkson si trasferisce a Nagasaki, la città vittima del secondo bombardamento atomico, dove resterà fino a venerdì 9.


(©L'Osservatore Romano 7 agosto 2013)

martedì 6 agosto 2013

Il 6 agosto 1978 moriva Paolo VI


                         Mistica e modernità 


di Patrice Mahieu

Pubblichiamo in una nostra traduzione un articolo uscito su «la Croix» del 29-30 giugno scorso. L’autore, monaco di Solesmes, ha scritto, tra l’altro, «Paul vi, maître spirituel» (Fayard - Le Sarment) e «Paul vi et les orthodoxes» (Les Éditions du Cerf).

Il 30 giugno 1963, a piazza San Pietro, ha luogo, per l'ultima volta nella storia della Chiesa cattolica, l'incoronazione di un Papa. Paolo VI, eletto il 21 giugno, riceve la tiara offertagli dai suoi fedeli milanesi. Il Pontefice è ben preparato da una trentina d'anni di lavoro nella Curia romana e da nove anni passati a capo della più grande diocesi cattolica del mondo, Milano, ma la chiave di lettura del pontificato va forse ricercata soprattutto nella sua dimensione mistica.
Sull'esempio di sant'Agostino, il suo principale maestro spirituale, sin dagli scritti giovanili si nota in Giovanni Battista Montini un'impetuosa nostalgia di Dio, che si unisce all'esultanza e alla meraviglia di ciò che gli è stato già permesso di scoprire: "La Vita sei Tu, Dio sospeso come una lampada beatificante sulla penombra della nostra balbettante esperienza". Di fatto Paolo VI è un mistico che possiede il linguaggio delle proprie esperienze: "Come abbagliato dal sole, io chiudo gli occhi davanti al mistero infinito della Santissima Trinità, e solo serbo nel cuore una impressione di beatitudine oceanica".
L'amore per la Chiesa costituisce il fattore unificante della sua esistenza - "mi sembra di aver vissuto per essa e solo per essa" - e implica due esigenze: il rinnovamento o la riforma della Chiesa, e la conversione personale dei suoi membri. È la seconda esigenza a rendere possibile la prima. Dall'impegno personale a seguire Cristo e dall'energia spirituale e morale che ciò esige, deriverà la possibilità per la Chiesa di manifestarsi come "Cristo la vuole: una, santa, tutta rivolta verso la perfezione alla quale egli l'ha chiamata ed abilitata". Dall'autenticità di questo percorso di conversione, esposto nell'enciclica programmatica Ecclesiam suam, dipendono due linee di forza del pontificato montiniano: il dialogo di vita e di salvezza con il mondo e il ripristino della piena unità tra i cristiani.
Per Paolo VI una Chiesa che vive più profondamente il suo mistero, nello stesso slancio di amore che l'unisce al suo Signore, può donarsi al mondo per metterlo in contatto vitale con il Vangelo: "La Chiesa deve venire a dialogo col mondo in cui si trova a vivere. La Chiesa si fa parola; la Chiesa si fa messaggio; la Chiesa si fa colloquio". Se degli errori devono essere denunciati, la Chiesa tuttavia si caratterizza per una corrente di affetto e di ammirazione per il mondo moderno. In questo legame di fiducia, l'evangelizzazione, animata da una totale fedeltà a Cristo, può essere accolta dalla mentalità contemporanea. Di fatto, "nessuno è estraneo al suo cuore. Nessuno è indifferente per il suo ministero".
In questo movimento di rinnovamento interiore che fa della Chiesa un segno più leggibile della presenza e dell'azione di Dio, Paolo VI prova l'acuto sentimento della necessità dell'unità dei discepoli di Cristo. Il suo pontificato è totalmente impegnato in tal senso, soprattutto nella ricerca di una comunione piena con le Chiese ortodosse. La sua amicizia con il Patriarca Atenagora costituisce uno dei tratti più luminosi del suo ministero romano. Mentre una commissione segreta e ufficiale, composta da due cattolici e due ortodossi, nel 1971 ha appena concluso il suo rapporto, affermando che una concelebrazione tra Paolo VI e Atenagora è possibile, il Papa scrive al Patriarca: "Tra la nostra Chiesa e le venerabili Chiese ortodosse esiste già una comunione quasi totale. Lo Spirito ci ha permesso in questi ultimi anni di riprendere viva coscienza di tale fatto. Egli mette nei nostri cuori una ferma volontà di fare tutto il possibile per affrettare il giorno tanto desiderato in cui, al termine di una concelebrazione, potremo comunicare insieme allo stesso calice del Signore".
Purificazione della Chiesa e dei suoi membri, tensione spirituale nell'evangelizzazione, umiltà e dialogo con il mondo, l'ecclesiologia delle Chiese sorelle che permette di prevedere una comunione piena tra la Chiesa d'occidente e le Chiese d'oriente: questi assi fondamentali del pontificato montiniano non trovano forse un'eco nelle parole, negli orientamenti di Papa Francesco? La loro fecondità dipende in gran parte dall'impegno di tutti in un percorso veramente spirituale in cui il primato assegnato all'accoglienza della volontà di Dio permette di prendere decisioni audaci, in quanto aperte al soffio dello Spirito. Per esempio, è irrealistico pensare che le Chiese ortodosse possano accordarsi per accettare Roma come centro di unità, e che Roma, ispirandosi al primo millennio, metta concretamente in atto una forma differenziata e modulata di questo ministero di unità? Davvero le intuizioni di Paolo VI non hanno perso la loro attualità.


(©L'Osservatore Romano 5-6 agosto 2013)

lunedì 5 agosto 2013

La festa della Trasfigurazione del Signore nella tradizione bizantina


     La natura umana riacquista la sua bellezza


di Manuel Nin

La Trasfigurazione è una delle dodici Grandi feste del calendario bizantino; ha un giorno di prefesta il 5 agosto e un'ottava che si conclude il 13. L'iconografia della festa riprende la narrazione evangelica mettendo il Signore trasfigurato al centro dell'icona, avvolto di luce; Mosè ed Elia ai lati e sotto i tre discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni che non osano quasi guardare la luce abbagliante che viene dal Signore.
Al vespro delle grandi feste l'ufficiatura bizantina ha due momenti che in qualche modo le caratterizzano: la litì e l'artoclasia. La litì ("supplica") è costituita dalla processione e dalle litanie che si cantano nel vespro, dopo le letture bibliche e i tropari che le seguono. Essa si svolge nella navata della chiesa, davanti all'iconostasi, e si conclude con l'artoclasia, cioè la frazione e distribuzione del pane, benedetto assieme all'olio e al vino.
Nella festa della Trasfigurazione del Signore durante la litì un lungo tropario, anonimo, riassume tutta la teologia della festa. Si tratta di una vera e propria mistagogia, per la Chiesa che lo canta, del mistero celebrato: Cristo glorioso trasfigurato sul Tabor di fronte ai discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni, alla presenza dei profeti Mosè ed Elia.
"Il Cristo, splendore anteriore al sole, mentre ancora era corporalmente sulla terra, compiendo divinamente prima della croce tutto ciò che attiene alla tremenda economia, oggi sul monte Tabor misticamente mostra l'immagine della Trinità". La prima parte del tropario situa la scena della Trasfigurazione dandone già un'interpretazione teologica. Due aspetti sono importanti: la Trasfigurazione di Cristo avviene prima della sua croce e in qualche modo per i discepoli la prepara; quindi essa è una teofania trinitaria. Diversi tropari del vespro infatti ripetono e mettono in evidenza questo "prima della sua croce". La Trasfigurazione del Signore, manifestando la sua divinità, prepara e sorregge i discepoli per l'altra grande manifestazione, quella della sua umanità sul Calvario.
"Conducendo infatti con sé in disparte i tre discepoli prescelti, Pietro, Giacomo e Giovanni, nasconde un poco la carne assunta e si trasfigura davanti a loro, manifestando la dignità della bellezza archetipa, seppure non nel suo pieno fulgore: l'ha infatti manifestata per dare loro piena certezza, ma non totalmente, per risparmiarli, perché a causa della visione non perdessero la vita, ed essa si adattasse piuttosto alle possibilità dei loro occhi corporali". La seconda parte del tropario colloca la presenza dei tre discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni sul Tabor.
La Trasfigurazione sarà per loro un intravedere la natura divina del Verbo incarnato; la carne che il Verbo ha assunto - e qui il tropario adopera un linguaggio cristologico fortemente alessandrino - viene messa quasi tra parentesi per mostrare a Pietro, Giacomo e Giovanni la bellezza della natura divina. Quasi che nel tropario la Trasfigurazione fosse messa in contrasto con quella manifestazione piena della natura più umana che mai del Verbo nell'orto di Getsemani, sempre davanti a Pietro, Giacomo e Giovanni. Nel Tabor, la visione è comunque velata, parziale, come lo fu quella di Mosè sul Sinai.
\"Parimenti prese il Cristo anche i sommi tra i profeti, Mosè ed Elia, come testimoni della sua divinità, perché attestassero che egli è verace irradiazione dell'essenza del Padre, colui che regna sui vivi e sui morti. Perciò anche la nube come tenda li avvolse, e attraverso la nube risuonò dall'alto la voce del Padre che confermava la loro testimonianza, dicendo: Questi è colui che, senza mutamento, dal seno, prima della stella mattutina, ho generato, il mio Figlio diletto; è colui che ho mandato a salvare quanti vengono battezzati nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo, e con fede confessano che è indivisibile l'unico potere della Deità: ascoltatelo!". La terza parte del tropario si sofferma sulla presenza di Mosè e di Elia sul Tabor che diventa quindi un nuovo Sinai.
Il testo è una parafrasi dei capitoli 24 e 33 del libro dell'Esodo - la nube che avvolge il monte durante la teofania e la voce di Dio dal Sinai - e che sono proclamati durante le letture fatte immediatamente prima nel vespro della festa. Mosè ed Elia diventano testimoni della divinità di Cristo, "verace irradiazione dell'essenza del Padre, colui che regna sui vivi e sui morti", espressione che è quasi una parafrasi della professione di fede quando proclama "luce da luce". La voce del Padre dall'alto del Tabor diventa quindi una professione di fede di tutta la Chiesa nel Dio uno e trino, e nel Figlio mandato per la salvezza di tutti gli uomini.
"Tu dunque, o Cristo Dio amico degli uomini, rischiara anche noi con la luce della tua gloria inaccessibile, e rendici degni eredi, tu che sei più che buono, del regno che non ha fine". Il testo si conclude con una preghiera a Cristo che verrà ripresa nel tropario proprio della festa: "Ti sei trasfigurato sul monte, o Cristo Dio, facendo vedere ai tuoi discepoli la tua gloria, per quanto lo potevano. Fa' risplendere anche su noi peccatori la tua eterna luce, per l'intercessione della Madre di Dio, o datore di luce: gloria a te".


(©L'Osservatore Romano 5-6 agosto 2013)

mercoledì 31 luglio 2013

Il tema della prossima Giornata mondiale


                La fraternità via per la pace    

                    Proposta in alternativa alla globalizzazione dell’indifferenza 

 
"Fraternità, fondamento e via per la pace": è il tema scelto da Papa Francesco per prossima Giornata mondiale per la pace, giunta alla quarantasettesima edizione, la prima del pontificato di Jorge Mario Bergoglio. Nel primo giorno del nuovo anno il messaggio scritto dal Santo Padre per la circostanza - voluta da Paolo VI - viene inviato alle Chiese particolari e alle cancellerie di tutto il mondo, per richiamare il valore essenziale della pace e la necessità di operare instancabilmente per conseguirla. Papa Francesco ha scelto come tema del suo primo messaggio la "fraternità". Sin dall'inizio del suo ministero di vescovo di Roma, del resto, ne ha sottolineato l'importanza, al fine di superare una "cultura dello scarto" e di promuovere la "cultura dell'incontro", per camminare verso la realizzazione di un mondo più giusto e pacifico. La fraternità è una "dote" che ogni uomo e donna reca con sé in quanto essere umano, figlio di uno stesso Padre. Davanti ai molteplici drammi che colpiscono la famiglia dei popoli - povertà, fame, sottosviluppo, conflitti, migrazioni, inquinamento, disuguaglianza, ingiustizia, criminalità organizzata e fondamentalismi - la fraternità è "fondamento" e via per la pace.
La cultura del benessere fa perdere il senso della "responsabilità e della relazione fraterna". Gli altri, anziché nostri "simili", appaiono antagonisti o nemici e sono spesso "cosificati". Non è raro che i poveri e i bisognosi vengano considerati un "fardello", un impedimento allo sviluppo. Tutt'al più sono oggetto di aiuto assistenzialistico o compassionevole. Non sono visti cioè come "fratelli", chiamati a condividere i doni del creato, i beni del progresso e della cultura, a partecipare alla stessa "mensa" della vita in pienezza, a essere protagonisti dello sviluppo integrale ed inclusivo.
La fraternità, dono e impegno che viene da Dio Padre, sollecita all'impegno di essere solidali contro le diseguaglianze e la povertà che indeboliscono il vivere sociale, a prendersi cura di ogni persona, specie del più piccolo ed indifeso, ad amarla come se stessi, con il cuore stesso di Gesù Cristo.
In un mondo che accresce costantemente la propria interdipendenza, non può mancare il "bene" della fraternità, che vince il diffondersi di quella "globalizzazione dell'indifferenza", alla quale il Santo Padre ha più volte accennato. La "globalizzazione dell'indifferenza" deve lasciare posto a una "globalizzazione della fraternità", affinché quest'ultima impronti tutti gli aspetti della vita, compresi l'economia, la finanza, la società civile, la politica, la ricerca, lo sviluppo, le istituzioni pubbliche e culturali.
Papa Francesco, all'inizio del suo ministero, con un messaggio che si pone in continuità con quello dei predecessori, propone dunque la via della fraternità, per dare un volto più umano al mondo.


(©L'Osservatore Romano 1° agosto 2013)
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