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martedì 6 agosto 2013

Il 6 agosto 1978 moriva Paolo VI


                         Mistica e modernità 


di Patrice Mahieu

Pubblichiamo in una nostra traduzione un articolo uscito su «la Croix» del 29-30 giugno scorso. L’autore, monaco di Solesmes, ha scritto, tra l’altro, «Paul vi, maître spirituel» (Fayard - Le Sarment) e «Paul vi et les orthodoxes» (Les Éditions du Cerf).

Il 30 giugno 1963, a piazza San Pietro, ha luogo, per l'ultima volta nella storia della Chiesa cattolica, l'incoronazione di un Papa. Paolo VI, eletto il 21 giugno, riceve la tiara offertagli dai suoi fedeli milanesi. Il Pontefice è ben preparato da una trentina d'anni di lavoro nella Curia romana e da nove anni passati a capo della più grande diocesi cattolica del mondo, Milano, ma la chiave di lettura del pontificato va forse ricercata soprattutto nella sua dimensione mistica.
Sull'esempio di sant'Agostino, il suo principale maestro spirituale, sin dagli scritti giovanili si nota in Giovanni Battista Montini un'impetuosa nostalgia di Dio, che si unisce all'esultanza e alla meraviglia di ciò che gli è stato già permesso di scoprire: "La Vita sei Tu, Dio sospeso come una lampada beatificante sulla penombra della nostra balbettante esperienza". Di fatto Paolo VI è un mistico che possiede il linguaggio delle proprie esperienze: "Come abbagliato dal sole, io chiudo gli occhi davanti al mistero infinito della Santissima Trinità, e solo serbo nel cuore una impressione di beatitudine oceanica".
L'amore per la Chiesa costituisce il fattore unificante della sua esistenza - "mi sembra di aver vissuto per essa e solo per essa" - e implica due esigenze: il rinnovamento o la riforma della Chiesa, e la conversione personale dei suoi membri. È la seconda esigenza a rendere possibile la prima. Dall'impegno personale a seguire Cristo e dall'energia spirituale e morale che ciò esige, deriverà la possibilità per la Chiesa di manifestarsi come "Cristo la vuole: una, santa, tutta rivolta verso la perfezione alla quale egli l'ha chiamata ed abilitata". Dall'autenticità di questo percorso di conversione, esposto nell'enciclica programmatica Ecclesiam suam, dipendono due linee di forza del pontificato montiniano: il dialogo di vita e di salvezza con il mondo e il ripristino della piena unità tra i cristiani.
Per Paolo VI una Chiesa che vive più profondamente il suo mistero, nello stesso slancio di amore che l'unisce al suo Signore, può donarsi al mondo per metterlo in contatto vitale con il Vangelo: "La Chiesa deve venire a dialogo col mondo in cui si trova a vivere. La Chiesa si fa parola; la Chiesa si fa messaggio; la Chiesa si fa colloquio". Se degli errori devono essere denunciati, la Chiesa tuttavia si caratterizza per una corrente di affetto e di ammirazione per il mondo moderno. In questo legame di fiducia, l'evangelizzazione, animata da una totale fedeltà a Cristo, può essere accolta dalla mentalità contemporanea. Di fatto, "nessuno è estraneo al suo cuore. Nessuno è indifferente per il suo ministero".
In questo movimento di rinnovamento interiore che fa della Chiesa un segno più leggibile della presenza e dell'azione di Dio, Paolo VI prova l'acuto sentimento della necessità dell'unità dei discepoli di Cristo. Il suo pontificato è totalmente impegnato in tal senso, soprattutto nella ricerca di una comunione piena con le Chiese ortodosse. La sua amicizia con il Patriarca Atenagora costituisce uno dei tratti più luminosi del suo ministero romano. Mentre una commissione segreta e ufficiale, composta da due cattolici e due ortodossi, nel 1971 ha appena concluso il suo rapporto, affermando che una concelebrazione tra Paolo VI e Atenagora è possibile, il Papa scrive al Patriarca: "Tra la nostra Chiesa e le venerabili Chiese ortodosse esiste già una comunione quasi totale. Lo Spirito ci ha permesso in questi ultimi anni di riprendere viva coscienza di tale fatto. Egli mette nei nostri cuori una ferma volontà di fare tutto il possibile per affrettare il giorno tanto desiderato in cui, al termine di una concelebrazione, potremo comunicare insieme allo stesso calice del Signore".
Purificazione della Chiesa e dei suoi membri, tensione spirituale nell'evangelizzazione, umiltà e dialogo con il mondo, l'ecclesiologia delle Chiese sorelle che permette di prevedere una comunione piena tra la Chiesa d'occidente e le Chiese d'oriente: questi assi fondamentali del pontificato montiniano non trovano forse un'eco nelle parole, negli orientamenti di Papa Francesco? La loro fecondità dipende in gran parte dall'impegno di tutti in un percorso veramente spirituale in cui il primato assegnato all'accoglienza della volontà di Dio permette di prendere decisioni audaci, in quanto aperte al soffio dello Spirito. Per esempio, è irrealistico pensare che le Chiese ortodosse possano accordarsi per accettare Roma come centro di unità, e che Roma, ispirandosi al primo millennio, metta concretamente in atto una forma differenziata e modulata di questo ministero di unità? Davvero le intuizioni di Paolo VI non hanno perso la loro attualità.


(©L'Osservatore Romano 5-6 agosto 2013)

lunedì 5 agosto 2013

La festa della Trasfigurazione del Signore nella tradizione bizantina


     La natura umana riacquista la sua bellezza


di Manuel Nin

La Trasfigurazione è una delle dodici Grandi feste del calendario bizantino; ha un giorno di prefesta il 5 agosto e un'ottava che si conclude il 13. L'iconografia della festa riprende la narrazione evangelica mettendo il Signore trasfigurato al centro dell'icona, avvolto di luce; Mosè ed Elia ai lati e sotto i tre discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni che non osano quasi guardare la luce abbagliante che viene dal Signore.
Al vespro delle grandi feste l'ufficiatura bizantina ha due momenti che in qualche modo le caratterizzano: la litì e l'artoclasia. La litì ("supplica") è costituita dalla processione e dalle litanie che si cantano nel vespro, dopo le letture bibliche e i tropari che le seguono. Essa si svolge nella navata della chiesa, davanti all'iconostasi, e si conclude con l'artoclasia, cioè la frazione e distribuzione del pane, benedetto assieme all'olio e al vino.
Nella festa della Trasfigurazione del Signore durante la litì un lungo tropario, anonimo, riassume tutta la teologia della festa. Si tratta di una vera e propria mistagogia, per la Chiesa che lo canta, del mistero celebrato: Cristo glorioso trasfigurato sul Tabor di fronte ai discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni, alla presenza dei profeti Mosè ed Elia.
"Il Cristo, splendore anteriore al sole, mentre ancora era corporalmente sulla terra, compiendo divinamente prima della croce tutto ciò che attiene alla tremenda economia, oggi sul monte Tabor misticamente mostra l'immagine della Trinità". La prima parte del tropario situa la scena della Trasfigurazione dandone già un'interpretazione teologica. Due aspetti sono importanti: la Trasfigurazione di Cristo avviene prima della sua croce e in qualche modo per i discepoli la prepara; quindi essa è una teofania trinitaria. Diversi tropari del vespro infatti ripetono e mettono in evidenza questo "prima della sua croce". La Trasfigurazione del Signore, manifestando la sua divinità, prepara e sorregge i discepoli per l'altra grande manifestazione, quella della sua umanità sul Calvario.
"Conducendo infatti con sé in disparte i tre discepoli prescelti, Pietro, Giacomo e Giovanni, nasconde un poco la carne assunta e si trasfigura davanti a loro, manifestando la dignità della bellezza archetipa, seppure non nel suo pieno fulgore: l'ha infatti manifestata per dare loro piena certezza, ma non totalmente, per risparmiarli, perché a causa della visione non perdessero la vita, ed essa si adattasse piuttosto alle possibilità dei loro occhi corporali". La seconda parte del tropario colloca la presenza dei tre discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni sul Tabor.
La Trasfigurazione sarà per loro un intravedere la natura divina del Verbo incarnato; la carne che il Verbo ha assunto - e qui il tropario adopera un linguaggio cristologico fortemente alessandrino - viene messa quasi tra parentesi per mostrare a Pietro, Giacomo e Giovanni la bellezza della natura divina. Quasi che nel tropario la Trasfigurazione fosse messa in contrasto con quella manifestazione piena della natura più umana che mai del Verbo nell'orto di Getsemani, sempre davanti a Pietro, Giacomo e Giovanni. Nel Tabor, la visione è comunque velata, parziale, come lo fu quella di Mosè sul Sinai.
\"Parimenti prese il Cristo anche i sommi tra i profeti, Mosè ed Elia, come testimoni della sua divinità, perché attestassero che egli è verace irradiazione dell'essenza del Padre, colui che regna sui vivi e sui morti. Perciò anche la nube come tenda li avvolse, e attraverso la nube risuonò dall'alto la voce del Padre che confermava la loro testimonianza, dicendo: Questi è colui che, senza mutamento, dal seno, prima della stella mattutina, ho generato, il mio Figlio diletto; è colui che ho mandato a salvare quanti vengono battezzati nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo, e con fede confessano che è indivisibile l'unico potere della Deità: ascoltatelo!". La terza parte del tropario si sofferma sulla presenza di Mosè e di Elia sul Tabor che diventa quindi un nuovo Sinai.
Il testo è una parafrasi dei capitoli 24 e 33 del libro dell'Esodo - la nube che avvolge il monte durante la teofania e la voce di Dio dal Sinai - e che sono proclamati durante le letture fatte immediatamente prima nel vespro della festa. Mosè ed Elia diventano testimoni della divinità di Cristo, "verace irradiazione dell'essenza del Padre, colui che regna sui vivi e sui morti", espressione che è quasi una parafrasi della professione di fede quando proclama "luce da luce". La voce del Padre dall'alto del Tabor diventa quindi una professione di fede di tutta la Chiesa nel Dio uno e trino, e nel Figlio mandato per la salvezza di tutti gli uomini.
"Tu dunque, o Cristo Dio amico degli uomini, rischiara anche noi con la luce della tua gloria inaccessibile, e rendici degni eredi, tu che sei più che buono, del regno che non ha fine". Il testo si conclude con una preghiera a Cristo che verrà ripresa nel tropario proprio della festa: "Ti sei trasfigurato sul monte, o Cristo Dio, facendo vedere ai tuoi discepoli la tua gloria, per quanto lo potevano. Fa' risplendere anche su noi peccatori la tua eterna luce, per l'intercessione della Madre di Dio, o datore di luce: gloria a te".


(©L'Osservatore Romano 5-6 agosto 2013)

lunedì 6 agosto 2012

La Trasfigurazione del Signore nella tradizione bizantina

Oggi la natura umana riacquista

la sua antica bellezza

di Manuel Nin

La festa della Trasfigurazione è una delle dodici Grandi feste del calendario bizantino, con una prefesta il 5 agosto e un’ottava che si conclude il 13. Già a partire dal bellissimo mosaico del vi secolo nel monastero di Santa Caterina del Sinai, l’iconografia riprende la narrazione evangelica con il Signore al centro, avvolto di luce, Mosè ed Elia ai lati e sotto i tre discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni che non osano quasi guardare la luce abbagliante.
In un tropario l’ufficiatura fa quasi una parafrasi dell’icona, come se l’innografo la leggesse: "Il mistero nascosto dall’eternità è stato negli ultimi tempi manifestato a Pietro, Giovanni e Giacomo dalla tua tremenda trasfigurazione. Essi, non sopportando il fulgore del tuo volto e lo splendore delle tue vesti, oppressi stavano curvi col volto a terra; nella loro estasi stupivano vedendo Mosè ed Elia che parlavano con te di quanto ti doveva accadere. Una voce da parte del Padre dava testimonianza, dicendo: Questi è il mio Figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto: ascoltatelo, egli donerà al mondo la grande misericordia".
La liturgia collega strettamente il mistero della trasfigurazione di Cristo alla sua passione: la salita sul Tabor e quella sul Calvario, dove la presenza dei discepoli meravigliata nell’ora della trasfigurazione viene smarrita in quella della passione: "Prima che tu salissi sulla croce, Signore, un monte ha raffigurato il cielo, e una nube lo sovrastava come tenda. Mentre tu ti trasfiguravi e ricevevi la testimonianza del Padre, erano con te Pietro, Giacomo e Giovanni, perché, dovendo essere con te anche nell’ora del tradimento, grazie alla contemplazione delle tue meraviglie non temessero di fronte ai tuoi patimenti. Prima della tua croce, o Signore, prendendo con te i discepoli su un alto monte, davanti a loro ti sei trasfigurato, illuminandoli con bagliori di potenza, volendo mostrare loro lo splendore della risurrezione".
Uno dei tropari del vespro accosta passione e risurrezione, mettendo in parallelo la presenza della luce abbagliante, gli angeli, il tremore della terra di fronte al Signore trasfigurato e risorto: "Prefigurando la tua risurrezione, o Cristo Dio, prendesti con te i tuoi tre discepoli, Pietro, Giacomo e Giovanni per salire sul Tabor. E mentre tu ti trasfiguravi, o Salvatore, il monte Tabor si ricopriva di luce. I tuoi discepoli, o Verbo, si gettarono a terra, non sopportando la vista della forma che non è dato contemplare. Gli angeli prestavano il loro servizio con timore e tremore; fremettero i cieli e la terra tremò, perché sulla terra vedevano il Signore della gloria".
La presenza di Mosè ed Elia esprime il collegamento con la teofania sul Sinai: "Colui che un tempo, mediante simboli, aveva parlato con Mosè sul monte Sinai, dicendo: Io sono Colui che è, trasfiguratosi oggi sul monte Tabor alla presenza dei discepoli, ha mostrato come in lui la natura umana riacquistasse la bellezza archetipa dell’immagine. Prendendo a testimoni di una tale grazia Mosè ed Elia, li rendeva partecipi della sua gioia, mentre essi preannunciavano il suo esodo tramite la croce e la salvifica risurrezione".
Tre testi veterotestamentari sono presenti come filo conduttore. Il primo è collegato a Mosè: "Colui che un tempo aveva parlato con Mosè sul monte Sinai trasfiguratosi oggi sul monte Tabor". Il secondo (2 Re, 2) a Elia: "Mosè il veggente ed Elia, l’auriga di fuoco, che senza bruciare ha corso i cieli, vedendoti nella nube al momento della tua trasfigurazione, hanno attestato che tu sei, o Cristo, l’autore della Legge e dei Profeti e colui che li porta a compimento". Il terzo (Salmi, 88, 12-13) a Davide: "Prevedendo in Spirito la tua venuta tra gli uomini, nella carne, o Figlio Unigenito, già da lungi Davide convocava la creazione alla festa, esclamando profeticamente: Il Tabor e l’Ermon nel tuo nome esulteranno".
La bellezza e la gloria di Cristo trasfigurato manifestano anche la bellezza e la gloria della natura umana rinnovata: "Oggi il Signore sul monte Tabor alla presenza dei discepoli ha mostrato come in lui la natura umana riacquistasse la bellezza archetipa dell’immagine. Salito infatti su questo monte, o Salvatore, insieme ai tuoi discepoli, trasfigurandoti hai reso di nuovo radiosa la natura un tempo oscuratasi in Adamo, facendola passare alla gloria e allo splendore della tua divinità". Infine, il canone del mattutino, opera di san Giovanni Damasceno, avvicina la teofania sul Sinai a quella sul Tabor: "La gloria che un tempo adombrava la tenda e parlava con Mosè tuo servo era figura della tua trasfigurazione. Tu che sei il Dio Verbo, sei divenuto pienamente uomo, congiungendo nella tua persona l’umanità alla pienezza della divinità".


(©L'Osservatore Romano 5 agosto 2012)
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