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domenica 8 settembre 2013

Dall'antica Siria un'omelia per la Natività della Madre di Dio

 Oggi il mondo invecchiato accoglie gli inizi di una seconda creazione
di Manuel Nin

La festa della Natività della Madre di Dio è la prima nel calendario liturgico bizantino. Di questa parlano alcune omelie patristiche di tradizione greca, soprattutto quelle di due autori contemporanei tra di loro, ambedue di origine siriaca: Giovanni Damasceno e Andrea di Creta, di cui è importante la prima delle sue omelie sulla festa odierna. Andrea nacque nella seconda metà del VII secolo a Damasco, e divenne monaco a Gerusalemme presso il Santo Sepolcro. All'inizio dell'VIII secolo fu nominato vescovo di Gortina nell'isola di Creta; morì verso il 740. La figura della Madre di Dio occupa un posto rilevante nella sua riflessione teologica, legata sempre al mistero dell'incarnazione del Verbo e svolta in quattro omelie sulla Natività di Maria, in una sull'Annunciazione e in tre sulla Dormizione.
Andrea inizia la prima omelia mettendo l'accento sulla completezza o, se si vuole, sulla perfezione del mistero: "La celebrazione odierna è per noi l'inizio delle feste; è la prima per quanto riguarda la Legge e l'ombra, ma in realtà è anche l'inizio per quanto riguarda la grazia e la verità. Inoltre è anche centrale e finale, poiché essa contiene l'inizio che è il passaggio della Legge, il centro che è il collegamento degli estremi, e la fine che è la manifestazione della verità". Andrea presenta subito i due pilastri su cui si fonda il suo discorso, cioè la celebrazione della natività di Maria da una parte e il suo collegamento col mistero dell'incarnazione del Verbo di Dio dall'altra: "Questo è l'insieme dei benefici di Cristo verso di noi, questa è la manifestazione del mistero: la natura rinnovata, Dio e uomo, la divinizzazione dell'uomo assunto". L'espressione "natura rinnovata" adoperata qua da Andrea deve essere vista in riferimento alla natura umana rinnovata grazie all'incarnazione, benché una variante testuale sia "natura spogliata", con un riferimento alla natura divina fattasi piccola, svuotata, sulla base della lettera ai Filippesi (2, 9).
La festa della Natività di Maria è segnata dalla gioia, tema che si trova ripetutamente sottolineato nei testi della liturgia bizantina. È una gioia che per Andrea scaturisce sì dalla nascita della Madre di Dio, ma sopratutto dal suo collegamento con l'incarnazione del Verbo: "E tuttavia, al soggiorno di Dio fra gli uomini, splendido e luminoso, bisognava che ci fosse anche un inizio di gioia, attraverso la quale il grande dono della salvezza cammina verso di noi. Questo giorno gradito a Dio, il primo delle feste, portando sul capo la luce della verginità e come raccogliendo una corona di fiori illibati dai pascoli spirituali della Scrittura annuncia la gioia comune a tutta la creazione dicendo: Abbiate fiducia, la celebrazione è per il genetliaco ma anche per la rigenerazione della stirpe umana. Ora una vergine è generata, nutrita e plasmata, ed è preparata come Madre di Dio".
Andrea sviluppa poi il parallelo tra Maria e Davide, con uno sfondo cristologico chiaramente ispirato al concilio di Calcedonia: "Colei che discende da Davide ha riunito per noi, insieme a Davide, quest'assemblea spirituale: l'una, come Madre di Dio, presentando la sua nascita donata da Dio; l'altro mostrando la buona fortuna della sua stirpe e la straordinaria familiarità di Dio con gli uomini. Mirabile prodigio! L'una s'interpone fra l'altezza di Dio e la piccolezza della carne, e diventa madre del suo creatore; l'altro profetizza il futuro come già presente".
Andrea presenta poi colei che generò la Parola eterna fattasi carne: "Celebriamo in modo conveniente il mistero di questo giorno, e presentiamo in dono alla madre della Parola proprio le parole, dato che a lei null'altro è caro se non la parola e l'onore che viene dalle parole". La liturgia bizantina - e anche Andrea nella sua omelia ne è testimone - sottolinea i diversi ruoli che Maria stessa e Anna sua madre svolgono nella celebrazione odierna: sterile, donna, vergine, madre. "Le sterili accorrano con slancio, poiché colei che era sterile e senza figli ha generato la vergine del Figlio divino. Le madri esultino, poiché la madre senza prole ha partorito la madre e vergine pura. Le vergini gioiscano, poiché la terra non seminata ha prodotto mirabilmente colui che deriva dal Padre senza mutamento. Le donne si facciano forza poiché la donna, che anticamente con leggerezza diede inizio al peccato, ora ha introdotto la primizia della salvezza, e si mostra come eletta da Dio: madre che non conosce uomo, scelta dal creatore e restaurazione della nostra stirpe". L'autore continua il suo testo con una lunga serie di frasi che iniziano con la parola "oggi", dove presenta in modo sintetico e con immagini bibliche molto suggestive, il ruolo della Madre di Dio nel mistero della salvezza, e applica a Maria tutta una serie di titoli che verranno accolti dalla tradizione liturgica bizantina: "Oggi è stato edificato il santuario creato dal creatore di tutte le cose, e la creatura diventa per il creatore sua divina dimora. Oggi la natura prima ridotta a terra è divinizzata e la polvere si innalza verso la gloria suprema. Oggi Adamo, che presenta per noi a Dio la primizia che proviene da noi, gli offre Maria; e per mezzo di lei la primizia diventa pane per la rigenerazione della stirpe. Oggi la genuina nobiltà degli uomini riceve di nuovo il dono della prima divinizzazione. Oggi la natura generata, rimanendo unita alla madre di colui che è il più bello, riceve il fulgore della bellezza. Oggi la sterile [Anna] è scoperta come madre al di là di ogni speranza, e a sua volta la madre di un figlio senza padre [Maria] rende sante tutte le generazioni. Oggi inizia la rigenerazione della nostra natura, e il mondo invecchiato accoglie gli inizi di una seconda creazione da parte da Dio".
Per Andrea di Creta Maria partorisce senza le doglie del parto; non per mettere in dubbio la realtà dell'incarnazione del Verbo di Dio - il testo sottolinea appunto che Maria allatta il figlio - ma per preservarne la verginità anche dopo il parto: "Egli era Dio, anche se scelse di essere generato carnalmente, ma senza le doglie: in modo che da una parte ella, la madre, evitasse ciò che è proprio delle madri, pur nutrendo con il latte colui che aveva generato senza opera d'uomo; e in modo che dall'altra ella, la vergine, partorendo senza seme una prole, rimanesse vergine casta".
Andrea prosegue con un bel paragone tra la creazione di Adamo dalla terra vergine, e la ricreazione della stirpe umana da una madre vergine: "Il redentore del genere umano volendo presentare una nuova generazione, come prima plasmò il primo Adamo avendo preso del fango dalla terra ancora intatta e vergine, così anche ora operando da se stesso la sua propria incarnazione scelse da tutta la natura umana questa vergine pura e immacolata: e l'artefice di Adamo diventò nuovo Adamo affinché quello nuovo ed eterno salvasse l'antico". Andrea, infine, conclude la sua omelia esortando a imitare coloro che per noi sono dei modelli, cioè Gioacchino e Anna, genitori della Madre di Dio: "Se fra voi qualcuno è padre, imiti il padre della vergine. Se una madre sta allattando, gioisca con Anna, che dopo la sterilità allatta la fanciulla. Se c'è una vergine casta, divenga madre della Parola, ornando con la parola la fermezza della sua anima".

(©L'Osservatore Romano 8 settembre 2013)

giovedì 15 agosto 2013

Giovanni Damasceno per la Dormizione della Madre di Dio


       Tomba e morte non l'hanno trattenuta


di Manuel Nin

Nella tradizione bizantina la festa della Dormizione della Madre di Dio è il sigillo che chiude l'anno liturgico, così come quella della sua Natività è l'inizio. La nascita e la glorificazione della Madre di Dio sono infatti anche l'inizio e il destino di tutta la Chiesa, di cui Maria è figura (týpos). Nell'ufficiatura mattutina vi è un canone di san Giovanni Damasceno (VII-VIII secolo) dove, a partire dalle odi bibliche che sono alla base del mattutino bizantino, sono sviluppati aspetti del mistero celebrato grazie a una lettura cristologica dei testi veterotestamentari.
L'autore sottolinea come la festa diventi una liturgia: "Adorna di divina gloria, o Vergine, la tua sacra e illustre memoria ha convocato alla festa tutti i fedeli che, preceduti da Maria con danze e timpani, cantano al tuo unigenito: Si è reso grandemente glorioso". Il Damasceno collega la prima ode (Esodo, 15, 1-19) con il transito, vero esodo, di Maria in cielo: "Vergini giovinette, insieme alla profetessa Maria, cantate ora il canto dell'esodo: perché la Vergine, la sola Madre di Dio, è trasferita all'eredità celeste. Accogli da noi il canto per il tuo esodo, o madre del Dio vivente". Qui Giovanni enumera i titoli dati a Maria nella festa e nelle tradizioni cristiane: "Degnamente, come cielo vivente ti hanno accolta, o tutta pura, le divine tende celesti: e tu, nella tua radiosa bellezza, hai preso posto come sposa tutta immacolata presso colui che è re e Dio".
Il transito della Madre di Dio diventa quasi una liturgia che raduna il cielo e la terra, manifestata dall'icona della festa: "Quale sorgente viva e copiosa, o Madre di Dio, rafforza i tuoi cantori, che allestiscono per te una festa spirituale, e nel giorno della tua divina gloria di corone di gloria rendili degni. La folla dei teologi dai confini della terra, la moltitudine degli angeli dall'alto, tutti si affrettavano verso il monte Sion al cenno della divina potenza, per prestare ben doverosamente, o sovrana, il loro servizio alla tua sepoltura. Da tutte le generazioni ti diciamo beata, o Madre di Dio vergine, perché in te si è compiaciuto dimorare il Cristo Dio nostro, che nessuna dimora può ospitare. Beati siamo anche noi, che abbiamo te quale protezione: giorno e notte, infatti, tu intercedi per noi".
Giovanni presenta chiaramente il tema della morte della Madre di Dio. Il suo transito alla vita avviene, come per Cristo stesso, attraverso l'esperienza della morte: "Da te è sorta la vita, senza sciogliere i vincoli della tua verginità. Come ha dunque potuto l'immacolata dimora del tuo corpo, origine di vita, aver parte all'esperienza della morte? Tu che sei stata sacrario della vita hai raggiunto l'eterna vita: attraverso la morte, infatti, sei passata alla vita, tu che hai partorito colui che è la vita. Tomba e morte non hanno trattenuto la Madre di Dio, sempre desta con la sua intercessione. Quale madre della vita, alla vita l'ha trasferita colui che nel suo grembo sempre vergine aveva preso dimora".
Nell'ottava ode Giovanni prende spunto dal cantico dei tre fanciulli (Daniele, 3, 57-88) e ne fa un commento cristologico e mariologico: "Il parto della Madre di Dio, allora prefigurato, ha salvato nella fornace i fanciulli intemerati; ma ora che si è attuato convoca tutta la terra che salmeggia: Celebrate, opere, il Signore, e sovresaltatelo per tutti i secoli". Quasi come il giardino della tomba vuota di Cristo, anche la tomba di Maria diventa un nuovo paradiso: "Oh, le meraviglie della sempre vergine e Madre di Dio! Ha reso paradiso la tomba che ha abitata, e noi oggi attorniandola cantiamo gioiosi". La stessa fornace di Babilonia è figura del grembo di Maria: "Il potentissimo angelo di Dio mostrò ai fanciulli come la fiamma irrorasse di rugiada i santi e bruciasse invece gli empi; e così ha reso la Madre di Dio fonte vivificante dalla quale insieme zampillano la distruzione della morte e la vita per quanti cantano: Noi redenti celebriamo l'unico creatore, e lo sovresaltiamo per tutti i secoli".


(©L'Osservatore Romano 14 agosto 2013)

lunedì 5 agosto 2013

La festa della Trasfigurazione del Signore nella tradizione bizantina


     La natura umana riacquista la sua bellezza


di Manuel Nin

La Trasfigurazione è una delle dodici Grandi feste del calendario bizantino; ha un giorno di prefesta il 5 agosto e un'ottava che si conclude il 13. L'iconografia della festa riprende la narrazione evangelica mettendo il Signore trasfigurato al centro dell'icona, avvolto di luce; Mosè ed Elia ai lati e sotto i tre discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni che non osano quasi guardare la luce abbagliante che viene dal Signore.
Al vespro delle grandi feste l'ufficiatura bizantina ha due momenti che in qualche modo le caratterizzano: la litì e l'artoclasia. La litì ("supplica") è costituita dalla processione e dalle litanie che si cantano nel vespro, dopo le letture bibliche e i tropari che le seguono. Essa si svolge nella navata della chiesa, davanti all'iconostasi, e si conclude con l'artoclasia, cioè la frazione e distribuzione del pane, benedetto assieme all'olio e al vino.
Nella festa della Trasfigurazione del Signore durante la litì un lungo tropario, anonimo, riassume tutta la teologia della festa. Si tratta di una vera e propria mistagogia, per la Chiesa che lo canta, del mistero celebrato: Cristo glorioso trasfigurato sul Tabor di fronte ai discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni, alla presenza dei profeti Mosè ed Elia.
"Il Cristo, splendore anteriore al sole, mentre ancora era corporalmente sulla terra, compiendo divinamente prima della croce tutto ciò che attiene alla tremenda economia, oggi sul monte Tabor misticamente mostra l'immagine della Trinità". La prima parte del tropario situa la scena della Trasfigurazione dandone già un'interpretazione teologica. Due aspetti sono importanti: la Trasfigurazione di Cristo avviene prima della sua croce e in qualche modo per i discepoli la prepara; quindi essa è una teofania trinitaria. Diversi tropari del vespro infatti ripetono e mettono in evidenza questo "prima della sua croce". La Trasfigurazione del Signore, manifestando la sua divinità, prepara e sorregge i discepoli per l'altra grande manifestazione, quella della sua umanità sul Calvario.
"Conducendo infatti con sé in disparte i tre discepoli prescelti, Pietro, Giacomo e Giovanni, nasconde un poco la carne assunta e si trasfigura davanti a loro, manifestando la dignità della bellezza archetipa, seppure non nel suo pieno fulgore: l'ha infatti manifestata per dare loro piena certezza, ma non totalmente, per risparmiarli, perché a causa della visione non perdessero la vita, ed essa si adattasse piuttosto alle possibilità dei loro occhi corporali". La seconda parte del tropario colloca la presenza dei tre discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni sul Tabor.
La Trasfigurazione sarà per loro un intravedere la natura divina del Verbo incarnato; la carne che il Verbo ha assunto - e qui il tropario adopera un linguaggio cristologico fortemente alessandrino - viene messa quasi tra parentesi per mostrare a Pietro, Giacomo e Giovanni la bellezza della natura divina. Quasi che nel tropario la Trasfigurazione fosse messa in contrasto con quella manifestazione piena della natura più umana che mai del Verbo nell'orto di Getsemani, sempre davanti a Pietro, Giacomo e Giovanni. Nel Tabor, la visione è comunque velata, parziale, come lo fu quella di Mosè sul Sinai.
\"Parimenti prese il Cristo anche i sommi tra i profeti, Mosè ed Elia, come testimoni della sua divinità, perché attestassero che egli è verace irradiazione dell'essenza del Padre, colui che regna sui vivi e sui morti. Perciò anche la nube come tenda li avvolse, e attraverso la nube risuonò dall'alto la voce del Padre che confermava la loro testimonianza, dicendo: Questi è colui che, senza mutamento, dal seno, prima della stella mattutina, ho generato, il mio Figlio diletto; è colui che ho mandato a salvare quanti vengono battezzati nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo, e con fede confessano che è indivisibile l'unico potere della Deità: ascoltatelo!". La terza parte del tropario si sofferma sulla presenza di Mosè e di Elia sul Tabor che diventa quindi un nuovo Sinai.
Il testo è una parafrasi dei capitoli 24 e 33 del libro dell'Esodo - la nube che avvolge il monte durante la teofania e la voce di Dio dal Sinai - e che sono proclamati durante le letture fatte immediatamente prima nel vespro della festa. Mosè ed Elia diventano testimoni della divinità di Cristo, "verace irradiazione dell'essenza del Padre, colui che regna sui vivi e sui morti", espressione che è quasi una parafrasi della professione di fede quando proclama "luce da luce". La voce del Padre dall'alto del Tabor diventa quindi una professione di fede di tutta la Chiesa nel Dio uno e trino, e nel Figlio mandato per la salvezza di tutti gli uomini.
"Tu dunque, o Cristo Dio amico degli uomini, rischiara anche noi con la luce della tua gloria inaccessibile, e rendici degni eredi, tu che sei più che buono, del regno che non ha fine". Il testo si conclude con una preghiera a Cristo che verrà ripresa nel tropario proprio della festa: "Ti sei trasfigurato sul monte, o Cristo Dio, facendo vedere ai tuoi discepoli la tua gloria, per quanto lo potevano. Fa' risplendere anche su noi peccatori la tua eterna luce, per l'intercessione della Madre di Dio, o datore di luce: gloria a te".


(©L'Osservatore Romano 5-6 agosto 2013)

sabato 8 dicembre 2012

Maria e la preparazione del Natale nella tradizione bizantina


                          Viene l'agnella                   che porta in seno il Cristo

                                                                  di Manuel Nin

Nel vespro della festa di san Nicola la tradizione bizantina inserisce questo tropario della Madre di Dio: "Preparati, o grotta: perché viene l'agnella, portando in seno il Cristo. Ricevi, o greppia, colui che con la parola ha liberato noi abitanti della terra dal nostro agire contro ragione. Pastori che pernottate nei campi, testimoniate il tremendo prodigio. E voi magi dalla Persia, offrite al re oro, incenso e mirra: perché è apparso il Signore dalla Vergine madre. Inchinandosi davanti a lui come serva, la madre lo ha adorato, dicendo a colui che portava fra le braccia: Come sei stato seminato in me? O come in me sei stato generato, mio redentore e Dio?".
Le diverse figure che appaiono nel testo, diventano figura di un'altra realtà. Così, dire alla grotta "preparati" è dirlo alla Chiesa, della quale la grotta diventa la figura. Per accogliere Cristo, l'agnello, portato da sua madre, l'agnella, titolo legato alla divina maternità di Maria. Dei pastori, che pernottano nei campi, nella solitudine, il tropario chiede che diventino testimoni del mistero, passando dall'isolamento alla comunione. La conclusione si concentra in Maria, con una confessione di fede molto chiara, che afferma come il Signore appare e si manifesta "dalla Vergine madre".
Subito dopo, la festa del concepimento di Maria da Gioacchino e Anna ha come retroterra il Protovangelo di Giacomo, un testo apocrifo che è la fonte di molte feste dell'anno liturgico in diverse Chiese cristiane: "Una coppia venerabile di sposi - canta un tropario - dà come frutto la divina giovenca, dalla quale in modo inesprimibile procederà il vero vitello grasso, immolato per il mondo intero. Gioiosi, essi offrono dunque con compunzione al Signore una lode incessante, e tutto l'universo è loro debitore. Proclamiamoli dunque beati, e formiamo con fede un coro divino nella concezione della Madre del nostro Dio da loro generata, per la quale è donata copiosa la grande misericordia".
Questo tropario loda i genitori della Madre di Dio. La prima parte narra il concepimento della Madre di Dio da Gioacchino e Anna, coppia venerabile, e colei che ne viene generata riceve il titolo di giovenca. La generazione di Maria viene legata direttamente alla nascita di Cristo, il vitello grasso della parabola del figliol prodigo (Luca, 15, 11-32), immolato per il mondo attraverso una rilettura cristologica alla luce dell'episodio veterotestamentario della giovenca offerta da Abramo (Genesi, 15, 9) e dell'agnello immolato per la nostra redenzione nel libro dell'Apocalisse (5, 6).
La seconda parte del tropario canta la gioia di Gioacchino e Anna, e la loro lode a Dio. L'espressione "offrono dunque con compunzione al Signore una lode incessante" non è facile da tradurre. Forse il tropario ha il senso di lode data al Signore come frutto della mitezza, della semplicità, della preghiera (Gioacchino e Anna, nel Protovangelo di Giacomo, passano tre mesi da soli, lui sul monte, lei a casa, immersi nella preghiera).
Nella terza parte del tropario si percepisce la dimensione comunitaria del testo: tutti noi ci uniamo nella lode al Signore e a Gioacchino e Anna. Al centro di tutto il testo è Cristo, vitello grasso immolato che elargisce la grande e copiosa misericordia di Dio. Lui è il centro della nostra fede. Maria, di cui celebriamo il concepimento, ne è la giovenca, lo strumento di cui Dio si serve per portare al mondo il Salvatore. Gioacchino e Anna sono la coppia venerabile, gioiosi nel silenzio.
I testi della liturgia del periodo che precede il Natale ci avvicinano a uno dei misteri centrali della nostra fede. Sta a noi essere attenti alla Parola di Dio che ogni giorno, come una goccia d'acqua sulla roccia, prepara il nostro cuore.


(©L'Osservatore Romano 8 dicembre 2012)

venerdì 14 settembre 2012

Iconografia e innografia per l'Esaltazione della Croce nella tradizione bizantina

La porta del Paradiso

di Manuel Nin

La festa del 14 di settembre porta come titolo nei libri liturgici di tradizione bizantina: "Universale Esaltazione della Croce preziosa e vivificante". È una festa legata alla città di Gerusalemme e alla dedicazione della basilica della Risurrezione edificata sulla tomba del Signore nel 335, ed è anche una festa che celebra il ritrovamento della reliquia della Croce da parte dell'imperatrice Elena e del vescovo Macario. La Croce ha un posto rilevante nella liturgia bizantina: tutti i mercoledì e venerdì dell'anno viene commemorata col canto di un tropario; inoltre si commemora anche la terza domenica di Quaresima e i giorni 7 maggio e 1 agosto. Nei testi liturgici bizantini la Croce viene sempre presentata come luogo di vittoria: di vittoria di Cristo sulla morte, di vittoria della vita sulla morte, luogo di sconfitta e morte della morte. La celebrazione liturgica del 14 settembre nella tradizione bizantina è preceduta da un giorno di pre-festa il 13, in cui si celebra appunto la dedicazione della basilica della Risurrezione, e si estende con un'ottava fino al giorno 21 dello stesso mese di settembre.
L'icona della festa dell'esaltazione della Croce presenta la figura del vescovo Macario che innalza la santa Croce, con dei diaconi attorno; alcune delle icone introducono anche l'imperatrice Elena tra i personaggi. L'icona rappresenta proprio la celebrazione liturgica del giorno, con la grande benedizione e venerazione della Croce preziosa e vivificante. L'icona quindi fa presente il mistero che si celebra in questo giorno e la stessa liturgia della Chiesa che lo celebra. L'ostensione e l'esaltazione della Croce porta in primo luogo tutta la creazione alla lode di Colui che in essa è elevato e della sua vittoria sulla morte: "La Croce esaltata di Colui che in essa è stato elevato, induce tutta la creazione a celebrare l'immacolata passione: poiché, ucciso con essa colui che ci aveva uccisi, Egli ha ridato vita a noi che eravamo morti, ci ha dato bellezza e ci ha resi degni, nella sua compassione, per sua somma bontà, di prendere cittadinanza nei cieli. (...) Croce venerabilissima che le schiere angeliche circondano gioiose, oggi, nella tua esaltazione, per divino volere risollevi tutti coloro che, per l'inganno di quel frutto, erano stati scacciati ed erano precipitati nella morte (...) noi dunque acclamiamo: Esaltate Cristo, Dio più che buono, e prostratevi al suo divino sgabello".                                            
In uno dei lunghi tropari del vespro si passa quasi in rassegna tutta la teologia della Croce e il modo in cui la stessa Chiesa la professa e la vive. Mettendo in parallelo l'albero del Paradiso e l'albero della Croce, essa viene presentata e mostrata come luogo della salvezza e della vita; l'inganno del primo albero diventa vita nel secondo: "Venite, genti tutte, adoriamo il legno benedetto per il quale si è realizzata l'eterna giustizia: poiché colui che con l'albero ha ingannato il progenitore Adamo, viene adescato dalla Croce, e cade travolto in una funesta caduta, lui che si era tirannicamente impadronito di una creatura regale". Il veleno del serpente viene annullato dal sangue vivificante di Cristo sulla Croce: "Col sangue di Dio viene lavato il veleno del serpente, ed è annullata la maledizione della giusta condanna per l'ingiusta condanna inflitta al giusto: poiché con un albero bisognava risanare l'albero, e con la passione dell'impassibile distruggere nell'albero le passioni del condannato".
In questa festa la tradizione bizantina dà alla Croce di Cristo dei titoli che la collegano direttamente, come fa la liturgia stessa anche con la Madre di Dio, con il mistero della salvezza adoperato da Cristo stesso per mezzo della Croce. E in comune con le altre liturgie orientali, anche la tradizione bizantina dà alla Croce come primo il titolo di porta o chiave che riapre il Paradiso: "Gioisci, croce vivificante, porta del Paradiso, sostegno dei fedeli, muro fortificato della Chiesa: per te è annientata la corruzione, distrutta e inghiottita la potenza della morte, e noi siamo stati innalzati dalla terra al cielo. Arma invincibile, nemica dei demoni, gloria dei martiri, vero ornamento dei santi, porto di salvezza, tu doni al mondo la grande misericordia".
La Croce quindi presentata come luogo e fonte della salvezza che ci viene da Cristo: "Gioisci, Croce del Signore, per la quale è stato sciolto dalla maledizione il genere umano; sei segno della vera gioia, fortezza dei re, vigore dei giusti, decoro dei sacerdoti, tu che, venendo impressa, liberi da gravi mali; scettro di potenza col quale veniamo fatti pascolare; arma di pace, che gli angeli venerano con timore; divina gloria del Cristo. (...) Guida dei ciechi, medico degli infermi, Risurrezione di tutti i morti. (...) Croce preziosa, per la quale la corruzione è stata dissolta, l'incorruttibilità è fiorita, noi mortali siamo stati deificati. (...) Vedendoti oggi innalzata per mano di Pontefici, noi esaltiamo colui che in te è stato innalzato e veneriamo te, attingendo abbondantemente la grande misericordia".
La liturgia dell'esaltazione della Croce sviluppa tutta la tipologia veterotestamentaria che la tradizione patristica ha commentato sempre come prefigurazione della Croce di Cristo e della salvezza che da essa viene per il genere umano. Due sono i testi veterotestamentari che troviamo presenti nella liturgia della festa: in primo luogo Esodo 15, che è anche la prima delle letture del vespro, che narra l'incontro con le acque amare di Mara, risanate dal legno gettato in esse da Mosè; e qui va ricordato che nella tradizione bizantina il sacerdote per la consacrazione delle acque battesimali immerge per tre volte la croce nel catino dell'acqua. In secondo luogo Esodo 17, dove si narra la vittoria del popolo di Israele su Amalek per la preghiera di Mosè con le mani innalzate a forma di croce, prefigurazione di Cristo innalzato sulla Croce: "Tendendo le mani in alto Mosè ha prefigurato te, o Croce preziosa, vanto dei credenti, sostegno dei martiri lottatori, decoro degli apostoli, difesa dei giusti, salvezza di tutti i santi. (...) Ciò che Mosè prefigurò un tempo nella sua persona, mettendo così in rotta Amalek e abbattendolo, ciò che Davide cantore ordinò di venerare come sgabello dei tuoi piedi, la tua Croce preziosa, o Cristo Dio, questa noi peccatori baciamo oggi con labbra indegne, celebrando Te, che ti sei degnato di esservi confitto, e a Te gridiamo: Signore, assieme al ladrone, rendi degni anche noi del tuo regno".


(©L'Osservatore Romano 14 settembre 2012)

sabato 8 settembre 2012

La Nascita della Madre di Dio nella tradizione bizantina

                               
    Ecco la regina che germoglia da Iesse
di Manuel Nin

Come prima grande festa dell'anno liturgico, l'8 settembre la tradizione bizantina celebra la Nascita della Madre di Dio, con un giorno di prefesta e quattro di ottava (solo quattro per la vicinanza con la seconda delle grandi feste, quella dell'Esaltazione della santa Croce il 14 dello stesso mese). L'icona della festa è molto simile a quelle della nascita di Giovanni Battista e nascita di Cristo: Anna sdraiata al centro della scena iconografica e accudita da tre donne, guarda Gioacchino oppure la neonata, che viene lavata e curata dalle levatrici. A un lato dell'icona troviamo Gioacchino che guarda la moglie e la bimba.
Natività della Madre di Dio L'amore sponsale dei due anziani è sottolineato dal loro sguardo tenero e sereno. Due donne lavano Maria, avvolta in fasce come Cristo nell'icona di Natale e come l'anima di Maria accolta in cielo da Cristo stesso nell'icona della Dormizione della Madre di Dio. Come se il ciclo liturgico, in questa sua prima grande festa, volesse ricordarci attraverso l'icona l'ultima delle grandi feste, quella appunto della Dormizione: il mistero della nascita della Madre di Dio e quello della sua glorificazione in cielo.
Nell'ufficiatura, tema di sottofondo è la gioia che la nascita di Maria porta a tutto il mondo, per la sua nascita, ma anche perché questa preannuncia quella di colui che da lei si incarna per opera della Spirito Santo: "Con la tua natività, o immacolata, sono sorti sul mondo i raggi spirituali della gioia universale, che a tutti preannunciano il sole della gloria, Cristo Dio perché sei tu che ci procuri la presente letizia, sei tu la causa della gioia futura, tu il gaudio della divina beatitudine".
Riprendendo poi il saluto angelico del vangelo di Luca e sul modello dell'inno Akàthistos, Maria stessa è invitata alla gioia: "Gioisci, ricapitolazione dei mortali; gioisci, tempio del Signore; gioisci, monte santo; gioisci, mensa divina; gioisci, candelabro tutto luminoso; gioisci, vanto dei veri credenti, o venerabile; gioisci, Maria, madre del Cristo Dio; gioisci, tutta immacolata; gioisci, trono di fuoco; gioisci, dimora; gioisci, roveto incombusto; gioisci, speranza di tutti".
La liturgia sottolinea come Anna genera colei che a sua volta genererà la salvezza del genere umano: "Perché ecco, la regina, l'immacolata sposa del Padre, è germogliata dalla radice di Iesse". Dal parto di Anna scaturisce quindi la gioia: "Non partoriranno più figli nel dolore le donne, perché è fiorita la gioia, e la vita degli uomini abita nel mondo. Non saranno più rifiutati i doni di Gioacchino, perché il lamento di Anna si è mutato in gioia ed essa dice: Rallegratevi con me, tutti voi del popolo eletto Israele: poiché ecco, il Signore mi ha donato la reggia vivente della sua divina gloria, per la comune letizia, gioia e salvezza delle anime nostre".
In un tropario sono ben dieci i titoli cristologici dati alla Madre di Dio, conclusi da una professione di fede nel mistero dell'incarnazione del Verbo di Dio: "Venite, fedeli tutti, corriamo verso la Vergine, perché ecco, nasce colei che prima di essere concepita in seno è stata predestinata a essere madre del nostro Dio; il tesoro della verginità, la verga fiorita di Aronne, che spunta dalla radice di Iesse, l'annuncio dei profeti, il germoglio dei giusti Gioacchino e Anna nasce, e il mondo con lei si rinnova. Essa è partorita, e la Chiesa si riveste del proprio decoro. Il tempio santo, il ricettacolo della divinità, lo strumento verginale, il talamo regale nel quale è stato portato a compimento lo straordinario mistero della ineffabile unione delle nature che si congiungono in Cristo: adorando lui, celebriamo l'immacolata nascita della Vergine".
Diversi testi presentano il contrasto tra la sterilità di Anna e il parto verginale e divino di Maria, come quello che segue: "Oggi è il preludio della gioia universale. Oggi cominciano a spirare le aure che preannunciano la salvezza. La sterilità della nostra natura è finita, perché la sterile diventa madre di colei che resta vergine dopo aver partorito il Creatore, di colei dalla quale colui che è Dio per natura assume ciò che gli è estraneo, e, con la carne, per gli sviati opera la salvezza. Oggi la sterile Anna partorisce la Madre di Dio, prescelta fra tutte le generazioni per essere dimora del Re universale e Creatore, il Cristo Dio, a compimento della divina economia".
Un tropario del vespro, infine, mette in luce il mistero del Verbo di Dio incarnato: "Colui che ha consolidati i cieli con sapienza, nel suo amore per gli uomini si è preparato un cielo vivente".


(©L'Osservatore Romano 8 settembre 2012)

lunedì 6 agosto 2012

La Trasfigurazione del Signore nella tradizione bizantina

Oggi la natura umana riacquista

la sua antica bellezza

di Manuel Nin

La festa della Trasfigurazione è una delle dodici Grandi feste del calendario bizantino, con una prefesta il 5 agosto e un’ottava che si conclude il 13. Già a partire dal bellissimo mosaico del vi secolo nel monastero di Santa Caterina del Sinai, l’iconografia riprende la narrazione evangelica con il Signore al centro, avvolto di luce, Mosè ed Elia ai lati e sotto i tre discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni che non osano quasi guardare la luce abbagliante.
In un tropario l’ufficiatura fa quasi una parafrasi dell’icona, come se l’innografo la leggesse: "Il mistero nascosto dall’eternità è stato negli ultimi tempi manifestato a Pietro, Giovanni e Giacomo dalla tua tremenda trasfigurazione. Essi, non sopportando il fulgore del tuo volto e lo splendore delle tue vesti, oppressi stavano curvi col volto a terra; nella loro estasi stupivano vedendo Mosè ed Elia che parlavano con te di quanto ti doveva accadere. Una voce da parte del Padre dava testimonianza, dicendo: Questi è il mio Figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto: ascoltatelo, egli donerà al mondo la grande misericordia".
La liturgia collega strettamente il mistero della trasfigurazione di Cristo alla sua passione: la salita sul Tabor e quella sul Calvario, dove la presenza dei discepoli meravigliata nell’ora della trasfigurazione viene smarrita in quella della passione: "Prima che tu salissi sulla croce, Signore, un monte ha raffigurato il cielo, e una nube lo sovrastava come tenda. Mentre tu ti trasfiguravi e ricevevi la testimonianza del Padre, erano con te Pietro, Giacomo e Giovanni, perché, dovendo essere con te anche nell’ora del tradimento, grazie alla contemplazione delle tue meraviglie non temessero di fronte ai tuoi patimenti. Prima della tua croce, o Signore, prendendo con te i discepoli su un alto monte, davanti a loro ti sei trasfigurato, illuminandoli con bagliori di potenza, volendo mostrare loro lo splendore della risurrezione".
Uno dei tropari del vespro accosta passione e risurrezione, mettendo in parallelo la presenza della luce abbagliante, gli angeli, il tremore della terra di fronte al Signore trasfigurato e risorto: "Prefigurando la tua risurrezione, o Cristo Dio, prendesti con te i tuoi tre discepoli, Pietro, Giacomo e Giovanni per salire sul Tabor. E mentre tu ti trasfiguravi, o Salvatore, il monte Tabor si ricopriva di luce. I tuoi discepoli, o Verbo, si gettarono a terra, non sopportando la vista della forma che non è dato contemplare. Gli angeli prestavano il loro servizio con timore e tremore; fremettero i cieli e la terra tremò, perché sulla terra vedevano il Signore della gloria".
La presenza di Mosè ed Elia esprime il collegamento con la teofania sul Sinai: "Colui che un tempo, mediante simboli, aveva parlato con Mosè sul monte Sinai, dicendo: Io sono Colui che è, trasfiguratosi oggi sul monte Tabor alla presenza dei discepoli, ha mostrato come in lui la natura umana riacquistasse la bellezza archetipa dell’immagine. Prendendo a testimoni di una tale grazia Mosè ed Elia, li rendeva partecipi della sua gioia, mentre essi preannunciavano il suo esodo tramite la croce e la salvifica risurrezione".
Tre testi veterotestamentari sono presenti come filo conduttore. Il primo è collegato a Mosè: "Colui che un tempo aveva parlato con Mosè sul monte Sinai trasfiguratosi oggi sul monte Tabor". Il secondo (2 Re, 2) a Elia: "Mosè il veggente ed Elia, l’auriga di fuoco, che senza bruciare ha corso i cieli, vedendoti nella nube al momento della tua trasfigurazione, hanno attestato che tu sei, o Cristo, l’autore della Legge e dei Profeti e colui che li porta a compimento". Il terzo (Salmi, 88, 12-13) a Davide: "Prevedendo in Spirito la tua venuta tra gli uomini, nella carne, o Figlio Unigenito, già da lungi Davide convocava la creazione alla festa, esclamando profeticamente: Il Tabor e l’Ermon nel tuo nome esulteranno".
La bellezza e la gloria di Cristo trasfigurato manifestano anche la bellezza e la gloria della natura umana rinnovata: "Oggi il Signore sul monte Tabor alla presenza dei discepoli ha mostrato come in lui la natura umana riacquistasse la bellezza archetipa dell’immagine. Salito infatti su questo monte, o Salvatore, insieme ai tuoi discepoli, trasfigurandoti hai reso di nuovo radiosa la natura un tempo oscuratasi in Adamo, facendola passare alla gloria e allo splendore della tua divinità". Infine, il canone del mattutino, opera di san Giovanni Damasceno, avvicina la teofania sul Sinai a quella sul Tabor: "La gloria che un tempo adombrava la tenda e parlava con Mosè tuo servo era figura della tua trasfigurazione. Tu che sei il Dio Verbo, sei divenuto pienamente uomo, congiungendo nella tua persona l’umanità alla pienezza della divinità".


(©L'Osservatore Romano 5 agosto 2012)
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