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lunedì 6 gennaio 2014

L'Epifania del Signore in un'omelia siriaca del VI secolo


              Nelle acque della misericordia


di Manuel Nin

Una raccolta siriaca del VI secolo contiene una breve omelia sull'Epifania. Non commenta esplicitamente testi biblici, ma passa in rassegna i temi dell'Epifania ed elenca i benefici della celebrazione: "Sia benedetto l'Altissimo che, nella sua grazia, ci ha fatti degni di queste sante feste, affinché con le nostre lodi e i nostri canti diventiamo compagni degli angeli. Sia benedetto colui che soppianta le feste alle feste, le assemblee alle assemblee, e traccia nuovi sentieri affinché ci cammini la stirpe dei fedeli. Infatti al posto della feste degli idoli, ecco la nostra umanità che celebra le feste di Dio. Al posto delle assemblee dissolute che radunavano i demoni nel mondo, ecco le assemblee della temperanza che dappertutto raduna lo Spirito di Dio. Al posto dei cammini per cui la nostra natura umana correva verso gli idoli scolpiti, Cristo prepara nuovi cammini ai fedeli affinché per essi loro arrivino al luogo delle prosperità".
Un'omelia dello stesso manoscritto per il Natale indica che è stata pronunciata dal "superiore del monastero per i monaci e i fedeli accorsi al monastero per la festa del Natale". Quella sull'Epifania si colloca nello stesso contesto. E l'accorrere dei fedeli viene subito esplicitato: "Perché oggi Cristo esce verso il deserto incontro a Giovanni Battista. Allo stesso modo i fedeli, suoi discepoli, lasciano le loro case e accorrono verso i solitari. E mentre il Signore va al Giordano, loro corrono verso i monaci. Al posto di colui che non ha bisogno di essere battezzato, ecco coloro che corrono per essere purificati dal battesimo della preghiera. Al posto di colui che china il capo davanti a Giovanni, ecco coloro che chinano il capo alla destra dei suoi discepoli. Al posto di colui che ubbidisce al profeta da lui stesso mandato ci sono quelli che ubbidiscono alla voce della sua parola e corrono verso i loro fratelli e i loro figli come verso padri più grandi di loro".
Il testo accosta poi le due feste di Natale e dell'Epifania e accenna al tema della festa come manifestazione di Cristo agli uomini, che sgorga dalla voce del Padre e dalla testimonianza di Giovanni: "Nella prima festa lui nacque dal grembo, ma nella festa odierna si manifesta nel battesimo. Il Signore degli uomini era nascosto agli uomini benché fosse in mezzo a loro, e oggi è stato rivelato dalla voce del Padre, dalla venuta dello Spirito e dall'annuncio di Giovanni. Oggi la sposa ha riconosciuto il suo sposo; ha riconosciuto colui di cui ha sentito parlare Giovanni quando glielo mostrò col dito: Ecco l'Agnello di Dio".
L'uscita verso il deserto porta i fedeli non più all'incontro con Giovanni bensì all'incontro con Cristo stesso che perdona loro i peccati e fa loro dono dello Spirito Santo: "Oggi coloro che sono venuti invece di Giovanni il servo hanno trovato Gesù il Signore di tutto. Loro correvano verso il profeta, e hanno trovato il Signore dei profeti. Sono venuti verso il Battista per ricevere la remissione dei peccati, e hanno trovato colui che con la remissione dei peccati dà anche la santità dello Spirito. Si è rivelato nascosto nel grembo e si è manifestato oggi nel battesimo. La Vergine lo ha generato, essendo lui generato, ed il battesimo lo ha generato, benché non fosse necessario. Ha abitato il grembo e in esso è stato formato come neonato e ha formato noi come nuova creazione. È sceso nel battesimo, ha effuso lo Spirito e ci ha generati figli di Dio".
Noi tutti quindi - continua il testo - onoriamo con amore questo Signore mite che si è fatto conoscere in questi modi per vivificarci. Accorriamo verso colui che venne verso di noi. Accorriamo in ogni momento verso il perdono del pentimento. Santifichiamo la nostra anima nel desiderio di colui che ci santifica nelle acque della sua misericordia. Laviamoci da tutti i nostri mali e mostriamoci nella purezza". Il testo si conclude con un'esortazione a vivere e camminare nella luce che viene da Cristo: "Mostratevi nella luce nelle cose buone, affinché tutti noi siamo guidati dalla luce alla luce. Cioè dalla luce delle opere alla luce spirituale del regno di Cristo, per essere tutti noi degni della grazia e della misericordia di Gesù".


(©L'Osservatore Romano 5 gennaio 2014)

venerdì 27 dicembre 2013

Davanti alla nascita dell'unico salvatore


              Così grande da farsi bambino


di Hermann Geissler

Il Natale invita a guardare al presepio con stupore, ad aprire il nostro cuore per comprendere un po' perché Dio si è fatto bambino. Dio è più grande di ogni nostro pensiero, come hanno insegnato i grandi teologi. E ciò vale anche per il Messia, più grande delle nostre idee su di lui.
Così possiamo intuire in cosa consiste la vera potenza di Dio: nella sua bontà. "Dio è amore" scrive san Giovanni nella prima lettera, e aggiunge: "In questo si è manifestato l'amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito figlio nel mondo perché noi avessimo la vita per lui" (4, 8-9). Da sempre gli uomini hanno voluto essere vicini a Dio. Questo desiderio è divenuto realtà con la venuta di Gesù. Ora possiamo essere vicini a Dio, perché egli si è fatto vicino a noi. Ora tutti - in particolare i semplici, i poveri, i sofferenti, i bambini - hanno accesso al cuore di Dio.
L'amore ha spinto il Dio grande a farsi piccolo. Per cogliere il significato di questa umiltà, pensiamo all'inizio. Adamo ed Eva furono creati da Dio a sua immagine, con il compito di reggere il mondo servendo il creatore. Ma si ribellarono pensando che Dio avrebbe limitato la loro libertà. Questa superbia, che ha distrutto l'armonia fra Dio e le creature, si trova in qualche modo in ogni uomo come una "goccia di veleno" (Benedetto XVI).
Nel presepio vediamo il bambino: indifeso, totalmente dipendente da Maria e Giuseppe. Qui possiamo accorgerci che Dio è veramente diverso da come noi lo immagineremmo. Ha voluto liberarci dalla nostra superbia, scegliendo la strada dell'umiltà. Così ha voluto guarire il nostro cuore, liberandolo dal peccato, la causa più profonda dei mali del mondo. Il presepio ci spinge anche all'umiltà, sottomettendoci "gli uni agli altri nel timore di Cristo" (Efesini, 5, 21) e sapendo che l'umiltà è "la forza del Vangelo" (Papa Francesco).
Gesù vuol rinascere anche oggi nei nostri cuori. Dio si è fatto uomo perché noi diventassimo "partecipi della natura divina" (2 Pietro, 1, 4). Ciò è avvenuto nel momento del battesimo, quando abbiamo ricevuto la nuova vita, quella dei figli nel Figlio. Questa vita dobbiamo nutrire con la preghiera e far crescere tramite la grazia dei sacramenti. Questa vita è un grande mistero: mostra la grandezza di Dio che nel suo amore vuol entrare nel cuore di ognuno di noi e mostra la grandezza dell'uomo creato per Dio e che solo in Gesù trova la piena felicità e la vera pace. "Riconosci, o cristiano, la tua dignità. Ricorda a quale capo appartieni e di quale corpo sei membro. Ripensa che, liberato dal potere delle tenebre, sei stato trasferito nella luce e nel regno di Dio" (san Leone Magno).
Dio si è fatto bambino - per rivelarci il suo amore che ci attira, per mostrarci la sua umiltà che ci salva, per farci suoi figli che partecipano della sua stessa vita. Siamo grati e fieri di questa nostra vocazione cristiana e rendiamo testimonianza a quel Dio che è così grande da farsi bambino per noi.


(©L'Osservatore Romano 23-24 dicembre 2013)

domenica 24 novembre 2013

La regalità schernita di Cristo


                     Solo la fede vede oltre


di Inos Biffi

La regalità di Gesù ora non è evidente: può essere solo creduta. Si fatica a trovare gli indizi indubbi della signoria di Gesù di Nazaret. La storia, più che rivelare, nasconde che Gesù sia il re dell'universo. La ragione sta nel fatto che le prerogative di questa regalità sono singolari e tali da confondere la nostra concezione ed esperienza della regalità stessa. Intanto a essere strana è l'origine della signoria di Gesù, che è il suo sacrifico sulla croce. L'umanità con l'universo intero è acquistata a Gesù Cristo quando nel suo sangue, o nel suo amore, è redenta e liberata. Il mondo diventa possesso di Cristo quando egli per il mondo offre se stesso; gli uomini sono sua eredità perché sono termini del suo servizio. Quindi la carità è la genesi della regalità. Siamo agli antipodi di ogni forma di inganno o di violenza, di soddisfazione di volontà di potenza da cui facilmente le forme umane del potere appaiono generate e inquinate.
La solennità di Cristo Re non deve significare una volontà di ridurre il suo regno alle forme e alle dimensioni di questo mondo, con un'ambigua e inefficace teocrazia. Essa ci stimola la riflessione sul senso di Cristo e la storia dell'uomo; più personalmente: sulla presenza e l'azione di Gesù nella nostra vita, nella convinzione che i confini del Regno di Dio sono interiori, passano nell'intimo della nostra anima. La Chiesa vive di questa contemplazione, stupita e felice, di Cristo Signore. Lo stesso credente riceve da Gesù il criterio per valutare dove c'è il regno di questo mondo e dove invece c'è il regno di Gesù Cristo. C'è il regno di questo mondo dove a decidere e ad agire, non è la Parola di Dio, ma la menzogna e l'arbitrio; dove al posto della donazione della propria vita c'è l'appropriazione di quella del prossimo e invece del servizio c'è il comando come soddisfazione di sé. Non c'è il regno di Cristo là dove non è accolto il capovolgimento, che egli non solo ha predicato ma ha vissuto, del primo che si fa uomo ultimo. Gesù ha scelto i poveri, ma facendosi povero da ricco che era. E questo è il difficile.
E proprio come ultimo oggi, nel giorno della regalità, il vangelo di Luca presenta Gesù: cioè sulla croce, schernito, che non salva affatto se stesso, e la cui scritta sopra il capo: "Questi è il re dei Giudei" sembra crudele irrisione. Gesù, e quindi anche la sua Chiesa, non trionfano visibilmente in questo mondo: dove appaiono per lo più come sconfitti. Solo la fede sa vedere oltre.


(©L'Osservatore Romano 24 novembre 2013)
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