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lunedì 6 gennaio 2014

L'Epifania del Signore in un'omelia siriaca del VI secolo


              Nelle acque della misericordia


di Manuel Nin

Una raccolta siriaca del VI secolo contiene una breve omelia sull'Epifania. Non commenta esplicitamente testi biblici, ma passa in rassegna i temi dell'Epifania ed elenca i benefici della celebrazione: "Sia benedetto l'Altissimo che, nella sua grazia, ci ha fatti degni di queste sante feste, affinché con le nostre lodi e i nostri canti diventiamo compagni degli angeli. Sia benedetto colui che soppianta le feste alle feste, le assemblee alle assemblee, e traccia nuovi sentieri affinché ci cammini la stirpe dei fedeli. Infatti al posto della feste degli idoli, ecco la nostra umanità che celebra le feste di Dio. Al posto delle assemblee dissolute che radunavano i demoni nel mondo, ecco le assemblee della temperanza che dappertutto raduna lo Spirito di Dio. Al posto dei cammini per cui la nostra natura umana correva verso gli idoli scolpiti, Cristo prepara nuovi cammini ai fedeli affinché per essi loro arrivino al luogo delle prosperità".
Un'omelia dello stesso manoscritto per il Natale indica che è stata pronunciata dal "superiore del monastero per i monaci e i fedeli accorsi al monastero per la festa del Natale". Quella sull'Epifania si colloca nello stesso contesto. E l'accorrere dei fedeli viene subito esplicitato: "Perché oggi Cristo esce verso il deserto incontro a Giovanni Battista. Allo stesso modo i fedeli, suoi discepoli, lasciano le loro case e accorrono verso i solitari. E mentre il Signore va al Giordano, loro corrono verso i monaci. Al posto di colui che non ha bisogno di essere battezzato, ecco coloro che corrono per essere purificati dal battesimo della preghiera. Al posto di colui che china il capo davanti a Giovanni, ecco coloro che chinano il capo alla destra dei suoi discepoli. Al posto di colui che ubbidisce al profeta da lui stesso mandato ci sono quelli che ubbidiscono alla voce della sua parola e corrono verso i loro fratelli e i loro figli come verso padri più grandi di loro".
Il testo accosta poi le due feste di Natale e dell'Epifania e accenna al tema della festa come manifestazione di Cristo agli uomini, che sgorga dalla voce del Padre e dalla testimonianza di Giovanni: "Nella prima festa lui nacque dal grembo, ma nella festa odierna si manifesta nel battesimo. Il Signore degli uomini era nascosto agli uomini benché fosse in mezzo a loro, e oggi è stato rivelato dalla voce del Padre, dalla venuta dello Spirito e dall'annuncio di Giovanni. Oggi la sposa ha riconosciuto il suo sposo; ha riconosciuto colui di cui ha sentito parlare Giovanni quando glielo mostrò col dito: Ecco l'Agnello di Dio".
L'uscita verso il deserto porta i fedeli non più all'incontro con Giovanni bensì all'incontro con Cristo stesso che perdona loro i peccati e fa loro dono dello Spirito Santo: "Oggi coloro che sono venuti invece di Giovanni il servo hanno trovato Gesù il Signore di tutto. Loro correvano verso il profeta, e hanno trovato il Signore dei profeti. Sono venuti verso il Battista per ricevere la remissione dei peccati, e hanno trovato colui che con la remissione dei peccati dà anche la santità dello Spirito. Si è rivelato nascosto nel grembo e si è manifestato oggi nel battesimo. La Vergine lo ha generato, essendo lui generato, ed il battesimo lo ha generato, benché non fosse necessario. Ha abitato il grembo e in esso è stato formato come neonato e ha formato noi come nuova creazione. È sceso nel battesimo, ha effuso lo Spirito e ci ha generati figli di Dio".
Noi tutti quindi - continua il testo - onoriamo con amore questo Signore mite che si è fatto conoscere in questi modi per vivificarci. Accorriamo verso colui che venne verso di noi. Accorriamo in ogni momento verso il perdono del pentimento. Santifichiamo la nostra anima nel desiderio di colui che ci santifica nelle acque della sua misericordia. Laviamoci da tutti i nostri mali e mostriamoci nella purezza". Il testo si conclude con un'esortazione a vivere e camminare nella luce che viene da Cristo: "Mostratevi nella luce nelle cose buone, affinché tutti noi siamo guidati dalla luce alla luce. Cioè dalla luce delle opere alla luce spirituale del regno di Cristo, per essere tutti noi degni della grazia e della misericordia di Gesù".


(©L'Osservatore Romano 5 gennaio 2014)

venerdì 27 dicembre 2013

Davanti alla nascita dell'unico salvatore


              Così grande da farsi bambino


di Hermann Geissler

Il Natale invita a guardare al presepio con stupore, ad aprire il nostro cuore per comprendere un po' perché Dio si è fatto bambino. Dio è più grande di ogni nostro pensiero, come hanno insegnato i grandi teologi. E ciò vale anche per il Messia, più grande delle nostre idee su di lui.
Così possiamo intuire in cosa consiste la vera potenza di Dio: nella sua bontà. "Dio è amore" scrive san Giovanni nella prima lettera, e aggiunge: "In questo si è manifestato l'amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito figlio nel mondo perché noi avessimo la vita per lui" (4, 8-9). Da sempre gli uomini hanno voluto essere vicini a Dio. Questo desiderio è divenuto realtà con la venuta di Gesù. Ora possiamo essere vicini a Dio, perché egli si è fatto vicino a noi. Ora tutti - in particolare i semplici, i poveri, i sofferenti, i bambini - hanno accesso al cuore di Dio.
L'amore ha spinto il Dio grande a farsi piccolo. Per cogliere il significato di questa umiltà, pensiamo all'inizio. Adamo ed Eva furono creati da Dio a sua immagine, con il compito di reggere il mondo servendo il creatore. Ma si ribellarono pensando che Dio avrebbe limitato la loro libertà. Questa superbia, che ha distrutto l'armonia fra Dio e le creature, si trova in qualche modo in ogni uomo come una "goccia di veleno" (Benedetto XVI).
Nel presepio vediamo il bambino: indifeso, totalmente dipendente da Maria e Giuseppe. Qui possiamo accorgerci che Dio è veramente diverso da come noi lo immagineremmo. Ha voluto liberarci dalla nostra superbia, scegliendo la strada dell'umiltà. Così ha voluto guarire il nostro cuore, liberandolo dal peccato, la causa più profonda dei mali del mondo. Il presepio ci spinge anche all'umiltà, sottomettendoci "gli uni agli altri nel timore di Cristo" (Efesini, 5, 21) e sapendo che l'umiltà è "la forza del Vangelo" (Papa Francesco).
Gesù vuol rinascere anche oggi nei nostri cuori. Dio si è fatto uomo perché noi diventassimo "partecipi della natura divina" (2 Pietro, 1, 4). Ciò è avvenuto nel momento del battesimo, quando abbiamo ricevuto la nuova vita, quella dei figli nel Figlio. Questa vita dobbiamo nutrire con la preghiera e far crescere tramite la grazia dei sacramenti. Questa vita è un grande mistero: mostra la grandezza di Dio che nel suo amore vuol entrare nel cuore di ognuno di noi e mostra la grandezza dell'uomo creato per Dio e che solo in Gesù trova la piena felicità e la vera pace. "Riconosci, o cristiano, la tua dignità. Ricorda a quale capo appartieni e di quale corpo sei membro. Ripensa che, liberato dal potere delle tenebre, sei stato trasferito nella luce e nel regno di Dio" (san Leone Magno).
Dio si è fatto bambino - per rivelarci il suo amore che ci attira, per mostrarci la sua umiltà che ci salva, per farci suoi figli che partecipano della sua stessa vita. Siamo grati e fieri di questa nostra vocazione cristiana e rendiamo testimonianza a quel Dio che è così grande da farsi bambino per noi.


(©L'Osservatore Romano 23-24 dicembre 2013)

domenica 24 novembre 2013

La regalità schernita di Cristo


                     Solo la fede vede oltre


di Inos Biffi

La regalità di Gesù ora non è evidente: può essere solo creduta. Si fatica a trovare gli indizi indubbi della signoria di Gesù di Nazaret. La storia, più che rivelare, nasconde che Gesù sia il re dell'universo. La ragione sta nel fatto che le prerogative di questa regalità sono singolari e tali da confondere la nostra concezione ed esperienza della regalità stessa. Intanto a essere strana è l'origine della signoria di Gesù, che è il suo sacrifico sulla croce. L'umanità con l'universo intero è acquistata a Gesù Cristo quando nel suo sangue, o nel suo amore, è redenta e liberata. Il mondo diventa possesso di Cristo quando egli per il mondo offre se stesso; gli uomini sono sua eredità perché sono termini del suo servizio. Quindi la carità è la genesi della regalità. Siamo agli antipodi di ogni forma di inganno o di violenza, di soddisfazione di volontà di potenza da cui facilmente le forme umane del potere appaiono generate e inquinate.
La solennità di Cristo Re non deve significare una volontà di ridurre il suo regno alle forme e alle dimensioni di questo mondo, con un'ambigua e inefficace teocrazia. Essa ci stimola la riflessione sul senso di Cristo e la storia dell'uomo; più personalmente: sulla presenza e l'azione di Gesù nella nostra vita, nella convinzione che i confini del Regno di Dio sono interiori, passano nell'intimo della nostra anima. La Chiesa vive di questa contemplazione, stupita e felice, di Cristo Signore. Lo stesso credente riceve da Gesù il criterio per valutare dove c'è il regno di questo mondo e dove invece c'è il regno di Gesù Cristo. C'è il regno di questo mondo dove a decidere e ad agire, non è la Parola di Dio, ma la menzogna e l'arbitrio; dove al posto della donazione della propria vita c'è l'appropriazione di quella del prossimo e invece del servizio c'è il comando come soddisfazione di sé. Non c'è il regno di Cristo là dove non è accolto il capovolgimento, che egli non solo ha predicato ma ha vissuto, del primo che si fa uomo ultimo. Gesù ha scelto i poveri, ma facendosi povero da ricco che era. E questo è il difficile.
E proprio come ultimo oggi, nel giorno della regalità, il vangelo di Luca presenta Gesù: cioè sulla croce, schernito, che non salva affatto se stesso, e la cui scritta sopra il capo: "Questi è il re dei Giudei" sembra crudele irrisione. Gesù, e quindi anche la sua Chiesa, non trionfano visibilmente in questo mondo: dove appaiono per lo più come sconfitti. Solo la fede sa vedere oltre.


(©L'Osservatore Romano 24 novembre 2013)

domenica 8 settembre 2013

Dall'antica Siria un'omelia per la Natività della Madre di Dio

 Oggi il mondo invecchiato accoglie gli inizi di una seconda creazione
di Manuel Nin

La festa della Natività della Madre di Dio è la prima nel calendario liturgico bizantino. Di questa parlano alcune omelie patristiche di tradizione greca, soprattutto quelle di due autori contemporanei tra di loro, ambedue di origine siriaca: Giovanni Damasceno e Andrea di Creta, di cui è importante la prima delle sue omelie sulla festa odierna. Andrea nacque nella seconda metà del VII secolo a Damasco, e divenne monaco a Gerusalemme presso il Santo Sepolcro. All'inizio dell'VIII secolo fu nominato vescovo di Gortina nell'isola di Creta; morì verso il 740. La figura della Madre di Dio occupa un posto rilevante nella sua riflessione teologica, legata sempre al mistero dell'incarnazione del Verbo e svolta in quattro omelie sulla Natività di Maria, in una sull'Annunciazione e in tre sulla Dormizione.
Andrea inizia la prima omelia mettendo l'accento sulla completezza o, se si vuole, sulla perfezione del mistero: "La celebrazione odierna è per noi l'inizio delle feste; è la prima per quanto riguarda la Legge e l'ombra, ma in realtà è anche l'inizio per quanto riguarda la grazia e la verità. Inoltre è anche centrale e finale, poiché essa contiene l'inizio che è il passaggio della Legge, il centro che è il collegamento degli estremi, e la fine che è la manifestazione della verità". Andrea presenta subito i due pilastri su cui si fonda il suo discorso, cioè la celebrazione della natività di Maria da una parte e il suo collegamento col mistero dell'incarnazione del Verbo di Dio dall'altra: "Questo è l'insieme dei benefici di Cristo verso di noi, questa è la manifestazione del mistero: la natura rinnovata, Dio e uomo, la divinizzazione dell'uomo assunto". L'espressione "natura rinnovata" adoperata qua da Andrea deve essere vista in riferimento alla natura umana rinnovata grazie all'incarnazione, benché una variante testuale sia "natura spogliata", con un riferimento alla natura divina fattasi piccola, svuotata, sulla base della lettera ai Filippesi (2, 9).
La festa della Natività di Maria è segnata dalla gioia, tema che si trova ripetutamente sottolineato nei testi della liturgia bizantina. È una gioia che per Andrea scaturisce sì dalla nascita della Madre di Dio, ma sopratutto dal suo collegamento con l'incarnazione del Verbo: "E tuttavia, al soggiorno di Dio fra gli uomini, splendido e luminoso, bisognava che ci fosse anche un inizio di gioia, attraverso la quale il grande dono della salvezza cammina verso di noi. Questo giorno gradito a Dio, il primo delle feste, portando sul capo la luce della verginità e come raccogliendo una corona di fiori illibati dai pascoli spirituali della Scrittura annuncia la gioia comune a tutta la creazione dicendo: Abbiate fiducia, la celebrazione è per il genetliaco ma anche per la rigenerazione della stirpe umana. Ora una vergine è generata, nutrita e plasmata, ed è preparata come Madre di Dio".
Andrea sviluppa poi il parallelo tra Maria e Davide, con uno sfondo cristologico chiaramente ispirato al concilio di Calcedonia: "Colei che discende da Davide ha riunito per noi, insieme a Davide, quest'assemblea spirituale: l'una, come Madre di Dio, presentando la sua nascita donata da Dio; l'altro mostrando la buona fortuna della sua stirpe e la straordinaria familiarità di Dio con gli uomini. Mirabile prodigio! L'una s'interpone fra l'altezza di Dio e la piccolezza della carne, e diventa madre del suo creatore; l'altro profetizza il futuro come già presente".
Andrea presenta poi colei che generò la Parola eterna fattasi carne: "Celebriamo in modo conveniente il mistero di questo giorno, e presentiamo in dono alla madre della Parola proprio le parole, dato che a lei null'altro è caro se non la parola e l'onore che viene dalle parole". La liturgia bizantina - e anche Andrea nella sua omelia ne è testimone - sottolinea i diversi ruoli che Maria stessa e Anna sua madre svolgono nella celebrazione odierna: sterile, donna, vergine, madre. "Le sterili accorrano con slancio, poiché colei che era sterile e senza figli ha generato la vergine del Figlio divino. Le madri esultino, poiché la madre senza prole ha partorito la madre e vergine pura. Le vergini gioiscano, poiché la terra non seminata ha prodotto mirabilmente colui che deriva dal Padre senza mutamento. Le donne si facciano forza poiché la donna, che anticamente con leggerezza diede inizio al peccato, ora ha introdotto la primizia della salvezza, e si mostra come eletta da Dio: madre che non conosce uomo, scelta dal creatore e restaurazione della nostra stirpe". L'autore continua il suo testo con una lunga serie di frasi che iniziano con la parola "oggi", dove presenta in modo sintetico e con immagini bibliche molto suggestive, il ruolo della Madre di Dio nel mistero della salvezza, e applica a Maria tutta una serie di titoli che verranno accolti dalla tradizione liturgica bizantina: "Oggi è stato edificato il santuario creato dal creatore di tutte le cose, e la creatura diventa per il creatore sua divina dimora. Oggi la natura prima ridotta a terra è divinizzata e la polvere si innalza verso la gloria suprema. Oggi Adamo, che presenta per noi a Dio la primizia che proviene da noi, gli offre Maria; e per mezzo di lei la primizia diventa pane per la rigenerazione della stirpe. Oggi la genuina nobiltà degli uomini riceve di nuovo il dono della prima divinizzazione. Oggi la natura generata, rimanendo unita alla madre di colui che è il più bello, riceve il fulgore della bellezza. Oggi la sterile [Anna] è scoperta come madre al di là di ogni speranza, e a sua volta la madre di un figlio senza padre [Maria] rende sante tutte le generazioni. Oggi inizia la rigenerazione della nostra natura, e il mondo invecchiato accoglie gli inizi di una seconda creazione da parte da Dio".
Per Andrea di Creta Maria partorisce senza le doglie del parto; non per mettere in dubbio la realtà dell'incarnazione del Verbo di Dio - il testo sottolinea appunto che Maria allatta il figlio - ma per preservarne la verginità anche dopo il parto: "Egli era Dio, anche se scelse di essere generato carnalmente, ma senza le doglie: in modo che da una parte ella, la madre, evitasse ciò che è proprio delle madri, pur nutrendo con il latte colui che aveva generato senza opera d'uomo; e in modo che dall'altra ella, la vergine, partorendo senza seme una prole, rimanesse vergine casta".
Andrea prosegue con un bel paragone tra la creazione di Adamo dalla terra vergine, e la ricreazione della stirpe umana da una madre vergine: "Il redentore del genere umano volendo presentare una nuova generazione, come prima plasmò il primo Adamo avendo preso del fango dalla terra ancora intatta e vergine, così anche ora operando da se stesso la sua propria incarnazione scelse da tutta la natura umana questa vergine pura e immacolata: e l'artefice di Adamo diventò nuovo Adamo affinché quello nuovo ed eterno salvasse l'antico". Andrea, infine, conclude la sua omelia esortando a imitare coloro che per noi sono dei modelli, cioè Gioacchino e Anna, genitori della Madre di Dio: "Se fra voi qualcuno è padre, imiti il padre della vergine. Se una madre sta allattando, gioisca con Anna, che dopo la sterilità allatta la fanciulla. Se c'è una vergine casta, divenga madre della Parola, ornando con la parola la fermezza della sua anima".

(©L'Osservatore Romano 8 settembre 2013)

giovedì 15 agosto 2013

Nel giorno dell'Assunzione Maria ci richiama a rendere forte la fede e sicura la speranza


                   Maestra di cristianesimo


di Salvatore M. Perrella

Il 15 agosto la cristianità intera celebra, sin dal secolo VIII, l'avvenimento dell'assunzione al cielo di Maria di Nazaret, madre del Crocifisso-Risorto, icona di coloro che accolgono nella fede la promessa di Dio in un futuro e in una "dimora" di luce e di pace, che a lei sono state donati in modo anticipato rispetto a noi. Ecco perché la liturgia del giorno pone come antifona d'inizio il noto brano di Apocalisse: "Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna ammantata di Sole, con la Luna sotto i suoi piedi e sul capo una corona di stelle" (12, 1).
La celebrazione liturgica rilegge questo brano apocalittico e lo rafforza nella prospettiva escatologica che tutti coinvolge con la proclamazione della prima Lettera ai Corinzi (15, 20-27), dove si afferma Cristo risorto come primizia di coloro che sono morti: grazie a lui e al suo mistero di Pasqua, la morte non fa più paura, non tiene più l'ultima mesta parola, in quanto tutti coloro che muoiono in Cristo riceveranno per mezzo suo la vita immortale, quella che ha come orizzonte permanente la comunione dei santi in Dio.
In questo giorno Maria ci richiama a rendere forte la fede e sicura la speranza. Tutti quelli che come lei "sono di Cristo" saranno con lui per sempre. Questa "bella notizia", passa però, per il pungiglione della morte (cfr. 1 Corinzi, 15, 55). Mentre per molti di noi la morte è un dramma, una iattura, una cancellazione del nostro essere, per la Vergine Maria non è stato, non è così. Per lei la morte, ha insegnato Giovanni Paolo II, è stata causata (ella è Immacolata, la resa Innocente dall'Amore trinitario), dal suo essere creatura umana, immersa nel cammino che inevitabilmente porta alla morte e a cui lo stesso Gesù si è volontariamente assoggettato. Per lei la morte, o Dormitio come la definisce l'Oriente cristiano, ha realizzato il ricongiungimento stabile con l'amato, con il Dio dell'alleanza e della promessa. Per cui il corpo mortale di Maria è stato rivestito di immortalità, compiendosi così in lei la parola della Scrittura: "La morte è stata inghiottita nella vittoria (…) Siano rese grazie a Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo" (1 Corinzi, 15, 55-57).


(©L'Osservatore Romano 14 agosto 2013)

Giovanni Damasceno per la Dormizione della Madre di Dio


       Tomba e morte non l'hanno trattenuta


di Manuel Nin

Nella tradizione bizantina la festa della Dormizione della Madre di Dio è il sigillo che chiude l'anno liturgico, così come quella della sua Natività è l'inizio. La nascita e la glorificazione della Madre di Dio sono infatti anche l'inizio e il destino di tutta la Chiesa, di cui Maria è figura (týpos). Nell'ufficiatura mattutina vi è un canone di san Giovanni Damasceno (VII-VIII secolo) dove, a partire dalle odi bibliche che sono alla base del mattutino bizantino, sono sviluppati aspetti del mistero celebrato grazie a una lettura cristologica dei testi veterotestamentari.
L'autore sottolinea come la festa diventi una liturgia: "Adorna di divina gloria, o Vergine, la tua sacra e illustre memoria ha convocato alla festa tutti i fedeli che, preceduti da Maria con danze e timpani, cantano al tuo unigenito: Si è reso grandemente glorioso". Il Damasceno collega la prima ode (Esodo, 15, 1-19) con il transito, vero esodo, di Maria in cielo: "Vergini giovinette, insieme alla profetessa Maria, cantate ora il canto dell'esodo: perché la Vergine, la sola Madre di Dio, è trasferita all'eredità celeste. Accogli da noi il canto per il tuo esodo, o madre del Dio vivente". Qui Giovanni enumera i titoli dati a Maria nella festa e nelle tradizioni cristiane: "Degnamente, come cielo vivente ti hanno accolta, o tutta pura, le divine tende celesti: e tu, nella tua radiosa bellezza, hai preso posto come sposa tutta immacolata presso colui che è re e Dio".
Il transito della Madre di Dio diventa quasi una liturgia che raduna il cielo e la terra, manifestata dall'icona della festa: "Quale sorgente viva e copiosa, o Madre di Dio, rafforza i tuoi cantori, che allestiscono per te una festa spirituale, e nel giorno della tua divina gloria di corone di gloria rendili degni. La folla dei teologi dai confini della terra, la moltitudine degli angeli dall'alto, tutti si affrettavano verso il monte Sion al cenno della divina potenza, per prestare ben doverosamente, o sovrana, il loro servizio alla tua sepoltura. Da tutte le generazioni ti diciamo beata, o Madre di Dio vergine, perché in te si è compiaciuto dimorare il Cristo Dio nostro, che nessuna dimora può ospitare. Beati siamo anche noi, che abbiamo te quale protezione: giorno e notte, infatti, tu intercedi per noi".
Giovanni presenta chiaramente il tema della morte della Madre di Dio. Il suo transito alla vita avviene, come per Cristo stesso, attraverso l'esperienza della morte: "Da te è sorta la vita, senza sciogliere i vincoli della tua verginità. Come ha dunque potuto l'immacolata dimora del tuo corpo, origine di vita, aver parte all'esperienza della morte? Tu che sei stata sacrario della vita hai raggiunto l'eterna vita: attraverso la morte, infatti, sei passata alla vita, tu che hai partorito colui che è la vita. Tomba e morte non hanno trattenuto la Madre di Dio, sempre desta con la sua intercessione. Quale madre della vita, alla vita l'ha trasferita colui che nel suo grembo sempre vergine aveva preso dimora".
Nell'ottava ode Giovanni prende spunto dal cantico dei tre fanciulli (Daniele, 3, 57-88) e ne fa un commento cristologico e mariologico: "Il parto della Madre di Dio, allora prefigurato, ha salvato nella fornace i fanciulli intemerati; ma ora che si è attuato convoca tutta la terra che salmeggia: Celebrate, opere, il Signore, e sovresaltatelo per tutti i secoli". Quasi come il giardino della tomba vuota di Cristo, anche la tomba di Maria diventa un nuovo paradiso: "Oh, le meraviglie della sempre vergine e Madre di Dio! Ha reso paradiso la tomba che ha abitata, e noi oggi attorniandola cantiamo gioiosi". La stessa fornace di Babilonia è figura del grembo di Maria: "Il potentissimo angelo di Dio mostrò ai fanciulli come la fiamma irrorasse di rugiada i santi e bruciasse invece gli empi; e così ha reso la Madre di Dio fonte vivificante dalla quale insieme zampillano la distruzione della morte e la vita per quanti cantano: Noi redenti celebriamo l'unico creatore, e lo sovresaltiamo per tutti i secoli".


(©L'Osservatore Romano 14 agosto 2013)

lunedì 5 agosto 2013

La festa della Trasfigurazione del Signore nella tradizione bizantina


     La natura umana riacquista la sua bellezza


di Manuel Nin

La Trasfigurazione è una delle dodici Grandi feste del calendario bizantino; ha un giorno di prefesta il 5 agosto e un'ottava che si conclude il 13. L'iconografia della festa riprende la narrazione evangelica mettendo il Signore trasfigurato al centro dell'icona, avvolto di luce; Mosè ed Elia ai lati e sotto i tre discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni che non osano quasi guardare la luce abbagliante che viene dal Signore.
Al vespro delle grandi feste l'ufficiatura bizantina ha due momenti che in qualche modo le caratterizzano: la litì e l'artoclasia. La litì ("supplica") è costituita dalla processione e dalle litanie che si cantano nel vespro, dopo le letture bibliche e i tropari che le seguono. Essa si svolge nella navata della chiesa, davanti all'iconostasi, e si conclude con l'artoclasia, cioè la frazione e distribuzione del pane, benedetto assieme all'olio e al vino.
Nella festa della Trasfigurazione del Signore durante la litì un lungo tropario, anonimo, riassume tutta la teologia della festa. Si tratta di una vera e propria mistagogia, per la Chiesa che lo canta, del mistero celebrato: Cristo glorioso trasfigurato sul Tabor di fronte ai discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni, alla presenza dei profeti Mosè ed Elia.
"Il Cristo, splendore anteriore al sole, mentre ancora era corporalmente sulla terra, compiendo divinamente prima della croce tutto ciò che attiene alla tremenda economia, oggi sul monte Tabor misticamente mostra l'immagine della Trinità". La prima parte del tropario situa la scena della Trasfigurazione dandone già un'interpretazione teologica. Due aspetti sono importanti: la Trasfigurazione di Cristo avviene prima della sua croce e in qualche modo per i discepoli la prepara; quindi essa è una teofania trinitaria. Diversi tropari del vespro infatti ripetono e mettono in evidenza questo "prima della sua croce". La Trasfigurazione del Signore, manifestando la sua divinità, prepara e sorregge i discepoli per l'altra grande manifestazione, quella della sua umanità sul Calvario.
"Conducendo infatti con sé in disparte i tre discepoli prescelti, Pietro, Giacomo e Giovanni, nasconde un poco la carne assunta e si trasfigura davanti a loro, manifestando la dignità della bellezza archetipa, seppure non nel suo pieno fulgore: l'ha infatti manifestata per dare loro piena certezza, ma non totalmente, per risparmiarli, perché a causa della visione non perdessero la vita, ed essa si adattasse piuttosto alle possibilità dei loro occhi corporali". La seconda parte del tropario colloca la presenza dei tre discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni sul Tabor.
La Trasfigurazione sarà per loro un intravedere la natura divina del Verbo incarnato; la carne che il Verbo ha assunto - e qui il tropario adopera un linguaggio cristologico fortemente alessandrino - viene messa quasi tra parentesi per mostrare a Pietro, Giacomo e Giovanni la bellezza della natura divina. Quasi che nel tropario la Trasfigurazione fosse messa in contrasto con quella manifestazione piena della natura più umana che mai del Verbo nell'orto di Getsemani, sempre davanti a Pietro, Giacomo e Giovanni. Nel Tabor, la visione è comunque velata, parziale, come lo fu quella di Mosè sul Sinai.
\"Parimenti prese il Cristo anche i sommi tra i profeti, Mosè ed Elia, come testimoni della sua divinità, perché attestassero che egli è verace irradiazione dell'essenza del Padre, colui che regna sui vivi e sui morti. Perciò anche la nube come tenda li avvolse, e attraverso la nube risuonò dall'alto la voce del Padre che confermava la loro testimonianza, dicendo: Questi è colui che, senza mutamento, dal seno, prima della stella mattutina, ho generato, il mio Figlio diletto; è colui che ho mandato a salvare quanti vengono battezzati nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo, e con fede confessano che è indivisibile l'unico potere della Deità: ascoltatelo!". La terza parte del tropario si sofferma sulla presenza di Mosè e di Elia sul Tabor che diventa quindi un nuovo Sinai.
Il testo è una parafrasi dei capitoli 24 e 33 del libro dell'Esodo - la nube che avvolge il monte durante la teofania e la voce di Dio dal Sinai - e che sono proclamati durante le letture fatte immediatamente prima nel vespro della festa. Mosè ed Elia diventano testimoni della divinità di Cristo, "verace irradiazione dell'essenza del Padre, colui che regna sui vivi e sui morti", espressione che è quasi una parafrasi della professione di fede quando proclama "luce da luce". La voce del Padre dall'alto del Tabor diventa quindi una professione di fede di tutta la Chiesa nel Dio uno e trino, e nel Figlio mandato per la salvezza di tutti gli uomini.
"Tu dunque, o Cristo Dio amico degli uomini, rischiara anche noi con la luce della tua gloria inaccessibile, e rendici degni eredi, tu che sei più che buono, del regno che non ha fine". Il testo si conclude con una preghiera a Cristo che verrà ripresa nel tropario proprio della festa: "Ti sei trasfigurato sul monte, o Cristo Dio, facendo vedere ai tuoi discepoli la tua gloria, per quanto lo potevano. Fa' risplendere anche su noi peccatori la tua eterna luce, per l'intercessione della Madre di Dio, o datore di luce: gloria a te".


(©L'Osservatore Romano 5-6 agosto 2013)

mercoledì 2 gennaio 2013

All'inizio dell'anno la solennità della Madre di Dio


        La garanzia dell'Incarnazione

                                             di Salvatore M. Perrella 



Il primo giorno di ogni anno la Chiesa celebra la solennità liturgica di Maria "madre di Dio-Theotókos"; siamo ancora pervasi dalla gioia del Natale per la commemorazione della nascita a Betlemme di Giudea dell'Emmanuele Dio-con-noi. Infatti, il Vangelo del giorno racconta la visita dei pastori nel luogo loro indicato dove "trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia" (Luca, 2, 16). Il Natale non è un racconto fiabesco, non è un mito senza storia; è evento di salvezza a cui il credente aderisce con fede e con grande riconoscenza e tenerezza per l'inedita via con cui il Figlio eterno di Dio si è rivestito della nostra carne mostrandosi ai pastori nella bellezza e fragilità di un bambino concepito, gestito e partorito dalla Vergine.
A tal riguardo, Benedetto XVI, nel suo recente volume L'infanzia di Gesù, afferma: "Gesù non è nato e comparso in pubblico nell'imprecisato "una volta" del mito. Egli appartiene ad un tempo esattamente databile e ad un ambiente geografico esattamente indicato: l'universale e il concreto si toccano a vicenda. In Lui, il Logos, la Ragione creatrice di tutte le cose, è entrato nel mondo, il Logos eterno si è fatto uomo, e di questo fa parte il contesto di luogo e tempo. La fede è legata a questa realtà concreta, anche se poi, in virtù della Risurrezione, lo spazio temporale e geografico viene superato e il "precedere in Galilea" (cfr. Matteo, 28, 7) da parte del Signore introduce nella vastità aperta dell'intera umanità (…). La storia dell'elezione fatta da Dio, fino ad allora limitata ad Israele, entra nella vastità del mondo, della storia universale. Dio, che è il Dio di Israele e di tutti i popoli, si dimostra come la vera guida di tutta la storia" (p. 77-78).


(©L'Osservatore Romano 30 dicembre 2012)

giovedì 27 dicembre 2012

Il grido della speranza e della fede nell'episodio in cui il neonato Gesù viene presentato ritualmente al tempio di Gerusalemme


                       L'attesa di Simeone


                       La venuta del Cristo è il grande evento che scuote i cuori,
                          atterrisce Erode e Gerusalemme ma esalta i giusti
 

                                                     di Gianfranco Ravasi


Quest'anno il periodo natalizio è scandito per molti lettori dal libro di Benedetto XVI dedicato ai Vangeli dell'infanzia di Gesù. Non vogliamo, perciò, sovrapporci alla sua lettura di quei 180 versetti distribuiti nei primi due capitoli dei Vangeli sia di Matteo sia di Luca. Abbiamo pensato solo di ritagliare una scena a prima vista un po' marginale del capitolo 2 di Luca e su di essa di intessere una riflessione di carattere spirituale, quasi da lectio divina. La scelta è caduta sull'episodio in cui il neonato Gesù viene presentato ritualmente al tempio di Gerusalemme, puntando innanzitutto sulla figura di Simeone. Sappiamo che il percorso drammatico di Giobbe aveva come approdo definitivo una stupenda professione di fede: "Io ti conoscevo per sentito dire, ora i miei occhi ti hanno visto" (42, 5). Lo stesso approdo è raggiunto da Simeone che, quando incontra Gesù nel tempio, esclama: "I miei occhi hanno visto la salvezza" (Luca, 2, 30). Il brano si trasforma, quindi, nella storia di un'attesa e di un incontro sorprendente. Come dice Samuel Beckett in Aspettando Godot, "l'aria è piena dei nostri gridi". E il grido dell'attesa e della speranza non è deluso.
La venuta del Cristo è il grande evento che scuote i cuori, che atterrisce Erode e, con lui, Gerusalemme, ma che esalta i giusti. Un testo gnostico del III secolo affermava: "Quando apparve il Verbo divino, che è nel cuore di quanti lo proferiscono, tra i vasi si produsse un generale turbamento perché gli uni erano vuoti e gli altri erano pieni, gli uni erano diritti e gli altri rovesciati". Prima di introdurre sulla scena la figura di Simeone, evochiamo sinteticamente il fondale che, in verità, è molto quotidiano. Eppure, questa è la prima visita del Signore nel suo tempio. Egli ora viene presentato per essere purificato secondo la normativa del Levitico (12, 6-8) e del libro dell'Esodo (13, 1-2); in realtà egli è colui che purifica, come aveva annunciato il profeta Malachia: "Ecco, io manderò un mio messaggero (...) subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate. Chi sopporterà il giorno della sua venuta? Chi resisterà al suo apparire? Egli è come il fuoco del fonditore e come la lisciva dei lavandai. Siederà per fondere e per purificare; purificherà i figli di Levi, li affinerà come oro e argento perché possano offrire al Signore un'oblazione secondo giustizia" (3, 1-3).
Gesù bambino entra, invece, coi suoi genitori come un semplice e povero membro del popolo dell'alleanza. Maria obbedisce alle norme legali e rituali e si sottopone alle prescrizioni della Legge che per quaranta giorni dal parto la tenevano lontana dal tempio perché considerata impura. Il quarantesimo giorno doveva recarsi al tempio e, nell'atrio delle donne, alla cosiddetta porta di Nicanore, era dichiarata pura da un sacerdote. Per la cerimonia era imposto il sacrificio di un agnello e di una colomba. Per i poveri, per i quali l'agnello era un lusso eccessivo, si poteva ricorrere a due colombe, stancamente ricevute da un sacerdote certamente più attento alla purificazione di un'aristocratica o della moglie di un collega. Maria è una donna osservante ed è una donna povera.


(©L'Osservatore Romano 27-28 dicembre 2012)

domenica 9 dicembre 2012

Con l'Immacolata Concezione la Madonna partecipa alla santità e alla grazia della Chiesa


Un privilegio
che la rende più umana



La Concezione Immacolata della Vergine non è merito, ma "arbitrio" e favore divino, non è esigenza e necessità, ma "fantasia" e libertà dello Spirito Santo. Si comprende questo carisma di Maria nella successione della creazione dell'uomo, che Dio decide di ideare a partire dal suo Figlio, dall'umanità del Verbo fatto carne. Il "privilegio" quindi dell'Immacolata Concezione, concesso in virtù dei meriti della croce e già a immagine della Risurrezione, non distanzia Maria dall'umanità, ma la rende prossima adesso e più operosamente vicina: dalla sua esistenza, e anzitutto dalla sua fede, passa il Figlio di Dio salvatore. Non la grazia, ma il peccato rende ostili all'uomo. Ai nostri giorni, comunque, osserva Michele Giulio Masciarelli, c'è una sorta "di "dogma" laico, di provenienza illuministica, secondo cui l'uomo risponde solo di quello che intenzionalmente fa. Questo dogma laico è universalmente ubbidito benché sia smentito dai fatti di vita: infatti è vero anche che l'esistenza dell'uomo non passa solo per la sua previdenza attenta, per la sua progettazione avveduta e magari astuta: morte, malattia, disgrazie, rovesci improvvisi, che si presentano come devastanti e irreparabili, ne sono l'inconfutabile conferma. Il cristianesimo, col mistero dell'Immacolata, contesta questo dogma laico ricordando a tutti che non incominciamo da noi e come vogliamo ma iniziamo per volontà di altri, nasciamo non scegliendo né da chi né luoghi e altre modalità d'esistenza. Maria, con questo suo mistero, ricorda non solo ai cristiani, ma a tutti che la vita dell'uomo non passa sempre e solo per il suo libero consenso: a Maria per la sua nascita immacolata non sono stati chiesti né il consenso né la collaborazione".
Esiste dunque un primato d'azione che non può né essere ignorato né essere depotenziato, in quanto sgorga e rimanda al disegno provvidente di Dio che hanno lo scopo di liberare ogni singola persona dai duri legacci dell'individualismo egocentrico incapace di fare il proprio genuino bene e inadatto a cogliere l'Altro e in lui gli altri. Il segreto dell'immensa interiorità di Maria è fare la volontà di Dio. A giudizio umano, chi potrebbe credere che della più perfetta di tutte le creature umane ci fosse raccontato così poco nella Scrittura? "Nessuna opera da lei intrapresa - scrive Antonio Rosmini - una vita che il mondo cieco direbbe di continua inazione, e che Dio dimostrò essere la più sublime, la più virtuosa, la più generosa di tutte le vite". "Così fece molto più Maria Santissima, di cui tante poche azioni si conoscono, che non facesse lo stesso San Paolo con tante fatiche e predicazioni". "Essendo la più santa delle pure creature - continua Rosmini - ella diveniva come il fine del mondo, dopo di Cristo, ed il fine dell'opera è quello che viene concepito il primo nella mente dell'artefice". Teologia che diventa architettura nel duomo di Santa Maria del Fiore a Firenze, o pittura sacra capace di parlare al cuore di chi la guarda, come nel caso della Pala di Brera di Piero della Francesca, chiamata anche Pala di Montefeltro dal nome del suo committente, Federico d'Urbino.


(©L'Osservatore Romano 8 dicembre 2012)

sabato 8 dicembre 2012

Maria e la preparazione del Natale nella tradizione bizantina


                          Viene l'agnella                   che porta in seno il Cristo

                                                                  di Manuel Nin

Nel vespro della festa di san Nicola la tradizione bizantina inserisce questo tropario della Madre di Dio: "Preparati, o grotta: perché viene l'agnella, portando in seno il Cristo. Ricevi, o greppia, colui che con la parola ha liberato noi abitanti della terra dal nostro agire contro ragione. Pastori che pernottate nei campi, testimoniate il tremendo prodigio. E voi magi dalla Persia, offrite al re oro, incenso e mirra: perché è apparso il Signore dalla Vergine madre. Inchinandosi davanti a lui come serva, la madre lo ha adorato, dicendo a colui che portava fra le braccia: Come sei stato seminato in me? O come in me sei stato generato, mio redentore e Dio?".
Le diverse figure che appaiono nel testo, diventano figura di un'altra realtà. Così, dire alla grotta "preparati" è dirlo alla Chiesa, della quale la grotta diventa la figura. Per accogliere Cristo, l'agnello, portato da sua madre, l'agnella, titolo legato alla divina maternità di Maria. Dei pastori, che pernottano nei campi, nella solitudine, il tropario chiede che diventino testimoni del mistero, passando dall'isolamento alla comunione. La conclusione si concentra in Maria, con una confessione di fede molto chiara, che afferma come il Signore appare e si manifesta "dalla Vergine madre".
Subito dopo, la festa del concepimento di Maria da Gioacchino e Anna ha come retroterra il Protovangelo di Giacomo, un testo apocrifo che è la fonte di molte feste dell'anno liturgico in diverse Chiese cristiane: "Una coppia venerabile di sposi - canta un tropario - dà come frutto la divina giovenca, dalla quale in modo inesprimibile procederà il vero vitello grasso, immolato per il mondo intero. Gioiosi, essi offrono dunque con compunzione al Signore una lode incessante, e tutto l'universo è loro debitore. Proclamiamoli dunque beati, e formiamo con fede un coro divino nella concezione della Madre del nostro Dio da loro generata, per la quale è donata copiosa la grande misericordia".
Questo tropario loda i genitori della Madre di Dio. La prima parte narra il concepimento della Madre di Dio da Gioacchino e Anna, coppia venerabile, e colei che ne viene generata riceve il titolo di giovenca. La generazione di Maria viene legata direttamente alla nascita di Cristo, il vitello grasso della parabola del figliol prodigo (Luca, 15, 11-32), immolato per il mondo attraverso una rilettura cristologica alla luce dell'episodio veterotestamentario della giovenca offerta da Abramo (Genesi, 15, 9) e dell'agnello immolato per la nostra redenzione nel libro dell'Apocalisse (5, 6).
La seconda parte del tropario canta la gioia di Gioacchino e Anna, e la loro lode a Dio. L'espressione "offrono dunque con compunzione al Signore una lode incessante" non è facile da tradurre. Forse il tropario ha il senso di lode data al Signore come frutto della mitezza, della semplicità, della preghiera (Gioacchino e Anna, nel Protovangelo di Giacomo, passano tre mesi da soli, lui sul monte, lei a casa, immersi nella preghiera).
Nella terza parte del tropario si percepisce la dimensione comunitaria del testo: tutti noi ci uniamo nella lode al Signore e a Gioacchino e Anna. Al centro di tutto il testo è Cristo, vitello grasso immolato che elargisce la grande e copiosa misericordia di Dio. Lui è il centro della nostra fede. Maria, di cui celebriamo il concepimento, ne è la giovenca, lo strumento di cui Dio si serve per portare al mondo il Salvatore. Gioacchino e Anna sono la coppia venerabile, gioiosi nel silenzio.
I testi della liturgia del periodo che precede il Natale ci avvicinano a uno dei misteri centrali della nostra fede. Sta a noi essere attenti alla Parola di Dio che ogni giorno, come una goccia d'acqua sulla roccia, prepara il nostro cuore.


(©L'Osservatore Romano 8 dicembre 2012)

mercoledì 21 novembre 2012

Mercoledì 21 novembre la giornata mondiale di preghiera e solidarietà

La clausura e la fede

La giornata mondiale delle claustrali ha molto a che fare con l'Anno della fede indetto da Benedetto XVI. Le vite di donne provenienti da paesi e culture diverse, anche professioniste che rinunciano alla carriera per ritirarsi in monastero e dedicarsi totalmente a Dio nella solitudine e nella preghiera, nel tempo delle agenzie di rating sono una proposta inconsueta di vita alternativa. 
Sono donne liberate dalle sirene dell'efficientismo produttivo e dal fascino di modelli privi di orizzonti spirituali. Privilegiano il silenzio anziché lo strepito e il frastuono e così vivendo, per i cristiani restano un richiamo palese di riflessione sulla qualità della fede professata e per i non credenti sono un invito a porsi domande su Dio: il medesimo che attira così fortemente giovani vite, consacrate perché in cerca di un amore appagante.
Nello stesso tempo le donne in clausura per amor di Dio, mentre stimolano la fede cristiana, a loro volta sono chiamate a rispondere ogni giorno in modo coerente alle esigenze della loro consacrazione. Anche a queste donne straordinarie il Vangelo rivolge ogni giorno la domanda rivolta da Gesù ai discepoli: "Chi dite voi che io sia?". Il segreto della fedeltà agli impegni di povertà, castità, obbedienza che caratterizzano la vita e la preghiera monastica sta anzitutto nella risposta di ciascuna donna consacrata a questa domanda di Cristo. Nella misura in cui la fede in Gesù è vissuta con amore, si hanno buoni motivi di fedeltà alla vocazione monastica. Se viene meno l'amore, sia nella vita cristiana che nella consacrazione totale a Dio, viene meno anche la fede.
La fede e l'amore per scegliere il monastero si alimentano con la preghiera. È proprio della vita monastica pregare sempre. Non è un caso che le donne consacrate siano chiamate e conosciute come oranti e trascorrono gran parte della vita pregando. La vita di preghiera non è una vita di lavativi e un po' fannulloni. Pregare è un intrattenersi a colloquio con una persona amata. Finché resiste l'amore, pregare ha un senso e aiuta a vivere coerentemente con l'amore. Progredire nell'amore anziché regredire non è una cosa scontata né facile. Sono coinvolte tutte le energie della persona. Nel monastero c'è in agguato la stanchezza per una vita apparentemente piatta e ripetitiva che concorre ad attenuare la fede o l'amore.
Ci sono due sante carmelitane di nome Teresa che hanno ben raccontato il loro percorso di vita consacrata e le fatiche superate per giungere a un rapporto vitale e costante con Dio. Teresa d'Avila e Teresa di Lisieux, donne sante e maestre della vita spirituale tanto da essere dichiarate dottore della Chiesa, hanno vissuto l'esperienza mistica raccontata nei loro scritti.Gabriele D'Annunzio
In definitiva la vita claustrale richiede molto amore. Si regge sull'amore. Nel mondo non ce n'è mai abbastanza. Perciò questi luoghi di preghiera, a detta dei Papi, restano essenziali per la Chiesa che vi attinge risorse spirituali per una fedele testimonianza.
c.d.c.

giovedì 1 novembre 2012

La solennità di Tutti i santi nei sermoni scritti da san Bernardo

Nella città del cielo


di Inos Biffi

"Oggi ci dai la gioia di contemplare la città del cielo": lo diciamo nel prefazio. Veramente è una contemplazione che avviene nella fede, nel ricordo e nel desiderio. Si tratta della città dei santi: "Pensare ad essi - dice san Bernardo - è come vederli. Noi siamo già in parte nella terra dei viventi; e non in una piccola parte, se alla memoria tien dietro il desiderio; i santi sono là con la presenza, noi attraverso il ricordo. Il primo desiderio che la memoria dei santi suscita e alimenta è di poter godere della loro comunione gioiosa, di meritare di essere concittadini delle anime beate, di essere di casa con loro, e di associarci al gruppo dei patriarchi, alla schiera dei profeti, al senato degli apostoli, al numeroso esercito dei martiri, al collegio dei confessori, al coro delle vergini: d'essere riuniti alla beata comunione di tutti i santi.
I santi sono la porzione di Chiesa già perfettamente riuscita; gli uomini nei quali la predestinazione si è realizzata; i figli di Dio, nei quali si è già rivelato, nella similitudine con Cristo, il mistero che già era presente in loro su questa terra. La santità non è qualche cosa che si aggiunga in sovrappiù al fine dell'uomo, ma è il suo compimento corrispondente al disegno di Dio; è l'effettuarsi dell'immagine di Cristo nell'uomo. Cristo è l'esemplare, il primo dei santi e l'artefice della nostra santità.


(©L'Osservatore Romano 1 novembre 2012)

venerdì 14 settembre 2012

Iconografia e innografia per l'Esaltazione della Croce nella tradizione bizantina

La porta del Paradiso

di Manuel Nin

La festa del 14 di settembre porta come titolo nei libri liturgici di tradizione bizantina: "Universale Esaltazione della Croce preziosa e vivificante". È una festa legata alla città di Gerusalemme e alla dedicazione della basilica della Risurrezione edificata sulla tomba del Signore nel 335, ed è anche una festa che celebra il ritrovamento della reliquia della Croce da parte dell'imperatrice Elena e del vescovo Macario. La Croce ha un posto rilevante nella liturgia bizantina: tutti i mercoledì e venerdì dell'anno viene commemorata col canto di un tropario; inoltre si commemora anche la terza domenica di Quaresima e i giorni 7 maggio e 1 agosto. Nei testi liturgici bizantini la Croce viene sempre presentata come luogo di vittoria: di vittoria di Cristo sulla morte, di vittoria della vita sulla morte, luogo di sconfitta e morte della morte. La celebrazione liturgica del 14 settembre nella tradizione bizantina è preceduta da un giorno di pre-festa il 13, in cui si celebra appunto la dedicazione della basilica della Risurrezione, e si estende con un'ottava fino al giorno 21 dello stesso mese di settembre.
L'icona della festa dell'esaltazione della Croce presenta la figura del vescovo Macario che innalza la santa Croce, con dei diaconi attorno; alcune delle icone introducono anche l'imperatrice Elena tra i personaggi. L'icona rappresenta proprio la celebrazione liturgica del giorno, con la grande benedizione e venerazione della Croce preziosa e vivificante. L'icona quindi fa presente il mistero che si celebra in questo giorno e la stessa liturgia della Chiesa che lo celebra. L'ostensione e l'esaltazione della Croce porta in primo luogo tutta la creazione alla lode di Colui che in essa è elevato e della sua vittoria sulla morte: "La Croce esaltata di Colui che in essa è stato elevato, induce tutta la creazione a celebrare l'immacolata passione: poiché, ucciso con essa colui che ci aveva uccisi, Egli ha ridato vita a noi che eravamo morti, ci ha dato bellezza e ci ha resi degni, nella sua compassione, per sua somma bontà, di prendere cittadinanza nei cieli. (...) Croce venerabilissima che le schiere angeliche circondano gioiose, oggi, nella tua esaltazione, per divino volere risollevi tutti coloro che, per l'inganno di quel frutto, erano stati scacciati ed erano precipitati nella morte (...) noi dunque acclamiamo: Esaltate Cristo, Dio più che buono, e prostratevi al suo divino sgabello".                                            
In uno dei lunghi tropari del vespro si passa quasi in rassegna tutta la teologia della Croce e il modo in cui la stessa Chiesa la professa e la vive. Mettendo in parallelo l'albero del Paradiso e l'albero della Croce, essa viene presentata e mostrata come luogo della salvezza e della vita; l'inganno del primo albero diventa vita nel secondo: "Venite, genti tutte, adoriamo il legno benedetto per il quale si è realizzata l'eterna giustizia: poiché colui che con l'albero ha ingannato il progenitore Adamo, viene adescato dalla Croce, e cade travolto in una funesta caduta, lui che si era tirannicamente impadronito di una creatura regale". Il veleno del serpente viene annullato dal sangue vivificante di Cristo sulla Croce: "Col sangue di Dio viene lavato il veleno del serpente, ed è annullata la maledizione della giusta condanna per l'ingiusta condanna inflitta al giusto: poiché con un albero bisognava risanare l'albero, e con la passione dell'impassibile distruggere nell'albero le passioni del condannato".
In questa festa la tradizione bizantina dà alla Croce di Cristo dei titoli che la collegano direttamente, come fa la liturgia stessa anche con la Madre di Dio, con il mistero della salvezza adoperato da Cristo stesso per mezzo della Croce. E in comune con le altre liturgie orientali, anche la tradizione bizantina dà alla Croce come primo il titolo di porta o chiave che riapre il Paradiso: "Gioisci, croce vivificante, porta del Paradiso, sostegno dei fedeli, muro fortificato della Chiesa: per te è annientata la corruzione, distrutta e inghiottita la potenza della morte, e noi siamo stati innalzati dalla terra al cielo. Arma invincibile, nemica dei demoni, gloria dei martiri, vero ornamento dei santi, porto di salvezza, tu doni al mondo la grande misericordia".
La Croce quindi presentata come luogo e fonte della salvezza che ci viene da Cristo: "Gioisci, Croce del Signore, per la quale è stato sciolto dalla maledizione il genere umano; sei segno della vera gioia, fortezza dei re, vigore dei giusti, decoro dei sacerdoti, tu che, venendo impressa, liberi da gravi mali; scettro di potenza col quale veniamo fatti pascolare; arma di pace, che gli angeli venerano con timore; divina gloria del Cristo. (...) Guida dei ciechi, medico degli infermi, Risurrezione di tutti i morti. (...) Croce preziosa, per la quale la corruzione è stata dissolta, l'incorruttibilità è fiorita, noi mortali siamo stati deificati. (...) Vedendoti oggi innalzata per mano di Pontefici, noi esaltiamo colui che in te è stato innalzato e veneriamo te, attingendo abbondantemente la grande misericordia".
La liturgia dell'esaltazione della Croce sviluppa tutta la tipologia veterotestamentaria che la tradizione patristica ha commentato sempre come prefigurazione della Croce di Cristo e della salvezza che da essa viene per il genere umano. Due sono i testi veterotestamentari che troviamo presenti nella liturgia della festa: in primo luogo Esodo 15, che è anche la prima delle letture del vespro, che narra l'incontro con le acque amare di Mara, risanate dal legno gettato in esse da Mosè; e qui va ricordato che nella tradizione bizantina il sacerdote per la consacrazione delle acque battesimali immerge per tre volte la croce nel catino dell'acqua. In secondo luogo Esodo 17, dove si narra la vittoria del popolo di Israele su Amalek per la preghiera di Mosè con le mani innalzate a forma di croce, prefigurazione di Cristo innalzato sulla Croce: "Tendendo le mani in alto Mosè ha prefigurato te, o Croce preziosa, vanto dei credenti, sostegno dei martiri lottatori, decoro degli apostoli, difesa dei giusti, salvezza di tutti i santi. (...) Ciò che Mosè prefigurò un tempo nella sua persona, mettendo così in rotta Amalek e abbattendolo, ciò che Davide cantore ordinò di venerare come sgabello dei tuoi piedi, la tua Croce preziosa, o Cristo Dio, questa noi peccatori baciamo oggi con labbra indegne, celebrando Te, che ti sei degnato di esservi confitto, e a Te gridiamo: Signore, assieme al ladrone, rendi degni anche noi del tuo regno".


(©L'Osservatore Romano 14 settembre 2012)

sabato 8 settembre 2012

La Nascita della Madre di Dio nella tradizione bizantina

                               
    Ecco la regina che germoglia da Iesse
di Manuel Nin

Come prima grande festa dell'anno liturgico, l'8 settembre la tradizione bizantina celebra la Nascita della Madre di Dio, con un giorno di prefesta e quattro di ottava (solo quattro per la vicinanza con la seconda delle grandi feste, quella dell'Esaltazione della santa Croce il 14 dello stesso mese). L'icona della festa è molto simile a quelle della nascita di Giovanni Battista e nascita di Cristo: Anna sdraiata al centro della scena iconografica e accudita da tre donne, guarda Gioacchino oppure la neonata, che viene lavata e curata dalle levatrici. A un lato dell'icona troviamo Gioacchino che guarda la moglie e la bimba.
Natività della Madre di Dio L'amore sponsale dei due anziani è sottolineato dal loro sguardo tenero e sereno. Due donne lavano Maria, avvolta in fasce come Cristo nell'icona di Natale e come l'anima di Maria accolta in cielo da Cristo stesso nell'icona della Dormizione della Madre di Dio. Come se il ciclo liturgico, in questa sua prima grande festa, volesse ricordarci attraverso l'icona l'ultima delle grandi feste, quella appunto della Dormizione: il mistero della nascita della Madre di Dio e quello della sua glorificazione in cielo.
Nell'ufficiatura, tema di sottofondo è la gioia che la nascita di Maria porta a tutto il mondo, per la sua nascita, ma anche perché questa preannuncia quella di colui che da lei si incarna per opera della Spirito Santo: "Con la tua natività, o immacolata, sono sorti sul mondo i raggi spirituali della gioia universale, che a tutti preannunciano il sole della gloria, Cristo Dio perché sei tu che ci procuri la presente letizia, sei tu la causa della gioia futura, tu il gaudio della divina beatitudine".
Riprendendo poi il saluto angelico del vangelo di Luca e sul modello dell'inno Akàthistos, Maria stessa è invitata alla gioia: "Gioisci, ricapitolazione dei mortali; gioisci, tempio del Signore; gioisci, monte santo; gioisci, mensa divina; gioisci, candelabro tutto luminoso; gioisci, vanto dei veri credenti, o venerabile; gioisci, Maria, madre del Cristo Dio; gioisci, tutta immacolata; gioisci, trono di fuoco; gioisci, dimora; gioisci, roveto incombusto; gioisci, speranza di tutti".
La liturgia sottolinea come Anna genera colei che a sua volta genererà la salvezza del genere umano: "Perché ecco, la regina, l'immacolata sposa del Padre, è germogliata dalla radice di Iesse". Dal parto di Anna scaturisce quindi la gioia: "Non partoriranno più figli nel dolore le donne, perché è fiorita la gioia, e la vita degli uomini abita nel mondo. Non saranno più rifiutati i doni di Gioacchino, perché il lamento di Anna si è mutato in gioia ed essa dice: Rallegratevi con me, tutti voi del popolo eletto Israele: poiché ecco, il Signore mi ha donato la reggia vivente della sua divina gloria, per la comune letizia, gioia e salvezza delle anime nostre".
In un tropario sono ben dieci i titoli cristologici dati alla Madre di Dio, conclusi da una professione di fede nel mistero dell'incarnazione del Verbo di Dio: "Venite, fedeli tutti, corriamo verso la Vergine, perché ecco, nasce colei che prima di essere concepita in seno è stata predestinata a essere madre del nostro Dio; il tesoro della verginità, la verga fiorita di Aronne, che spunta dalla radice di Iesse, l'annuncio dei profeti, il germoglio dei giusti Gioacchino e Anna nasce, e il mondo con lei si rinnova. Essa è partorita, e la Chiesa si riveste del proprio decoro. Il tempio santo, il ricettacolo della divinità, lo strumento verginale, il talamo regale nel quale è stato portato a compimento lo straordinario mistero della ineffabile unione delle nature che si congiungono in Cristo: adorando lui, celebriamo l'immacolata nascita della Vergine".
Diversi testi presentano il contrasto tra la sterilità di Anna e il parto verginale e divino di Maria, come quello che segue: "Oggi è il preludio della gioia universale. Oggi cominciano a spirare le aure che preannunciano la salvezza. La sterilità della nostra natura è finita, perché la sterile diventa madre di colei che resta vergine dopo aver partorito il Creatore, di colei dalla quale colui che è Dio per natura assume ciò che gli è estraneo, e, con la carne, per gli sviati opera la salvezza. Oggi la sterile Anna partorisce la Madre di Dio, prescelta fra tutte le generazioni per essere dimora del Re universale e Creatore, il Cristo Dio, a compimento della divina economia".
Un tropario del vespro, infine, mette in luce il mistero del Verbo di Dio incarnato: "Colui che ha consolidati i cieli con sapienza, nel suo amore per gli uomini si è preparato un cielo vivente".


(©L'Osservatore Romano 8 settembre 2012)

mercoledì 15 agosto 2012

Ferragosto di crisi, cerchiamo risposte nella luce di Maria

La riflessione di mons. Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto, sulla Festa dell'Assunzione
di S.E. Mons. Bruno Forte

ROMA, martedì, 14 agosto 2012 (ZENIT.org) - Si avvicina il “ferragosto” di quest’estate, calda non solo per il clima, ma anche per le fiammate della crisi che continua a colpire insieme con l’intero “villaggio globale” la nostra Europa. E ritorna nella liturgia della Chiesa la celebrazione dell’Assunzione di Maria.
Una memoria fuori del tempo? Un’evasione spirituale, proposta per estraniarsi dalle inquietanti provocazioni della storia? La risposta può sembrare paradossale, perché per certi aspetti è sì, per altri no. In realtà, la liturgia per sua natura celebra lo splendore dell’eternità nel tempo e tende a cogliere il senso del divenire temporale nell’orizzonte pacificante dell’eternità: la sua “attualità” sta spesso nel riproporre fedelmente ciò che è apparentemente “inattuale”, e tuttavia necessario.
Si tratta di un estraniarsi per appartenere: lo faceva comprendere il teologo evangelico Karl Barth, quando - nel profilarsi della barbarie nazista e delle sue violenze, di cui fu sempre fiero oppositore - osservava quanto fosse importante che i Benedettini della vicina Abbazia di Maria Laach continuassero a cantare le lodi di Dio senza fermarsi (l’osservazione è nel testo Esistenza teologica oggi del 1933).
Anche la celebrazione dell’assunzione della Madre di Gesù in cielo, nella pienezza della sua condizione corporea e spirituale, va letta in questa luce. Mi chiedo, dunque, in che senso può essere significativa per noi, figli di questa post-modernità spesso distratta rispetto alle cose ultime e indaffarata a risolvere i problemi dell’ora, e come può aiutarci ad alzare lo sguardo per scrutare nel mistero che la liturgia propone qualcosa del nostro destino ultimo e della luce che da esso viene su ciò che è penultimo.
È il teologo ortodosso Pavel Evdokimov, voce autorevole della tradizione orientale, a osservare che la storia di Maria è «la storia del mondo in compendio, la sua teologia in una sola parola» e che nell’integralità della sua vicenda ella è come «il dogma vivente, la verità sulla creatura realizzata» (La donna e la salvezza del mondo, 54 e 216). Nella Vergine Madre gli occhi della fede riconoscono la logica di Dio, manifestata in tutto l’arco della storia della salvezza: Maria è la donna, icona del Mistero.
Il riferimento a la donna intende evidenziare la concretezza di questa ragazza della terra d’Israele, cui secondo la fede cristiana è stato dato di vivere la singolare esperienza di diventare la madre del Messia. La grandezza di ciò che agli occhi di chi crede è avvenuto in lei non deve far dimenticare la quotidianità delle sue fatiche nella famiglia di Nazaret, l’oscurità dell’itinerario di fede in cui è avanzata, i condizionamenti ricevuti dall’ambiente che la circondava, l’aver conosciuto gli stati differenti dell’esperienza femminile.
Maria non è un mito, né un’astrazione, come mostrano i tratti profondamente ebraici della sua personalità di donna nutrita della spiritualità dell’ascolto, che fa nella storia la grandezza del popolo ebraico: “Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno” (Dt 6,4). Maria non è un caso dell’universale, ma la «Virgo singularis», la donna irripetibile nella sua storicità unica, il concreto femminile della persona, che l’Eterno ha eletto per la rivelazione del Mistero, «benedetta fra tutte le donne», come è «benedetto il frutto del suo grembo», Gesù (cf. Lc 1,42).
Non si tratta di sviluppare un’«ontologia del femminile», partendo dalla figura di Maria: i rischi di astrattezza di una simile ricerca dell’«eterno femminino» (Goethe) sono stati giustamente denunciati dal pensiero femminista. Si tratta piuttosto di indagare il mistero racchiuso in ogni donna, e quindi reciprocamente in ogni essere umano, a partire dal «caso» assolutamente singolare, che è la «Vergine Madre, figlia del suo Figlio».
Il significato universale di Maria, insomma, sta o cade con la sua singolarità di donna concreta: quanto più questa singolarità femminile sarà colta, tanto più il suo valore di archetipo per la dimensione femminile dell’essere umano si lascerà percepire e il mistero in lei riposto si farà penetrare.
Proprio così, nel cuore dell’estate, la celebrazione dell’assunzione di Maria diventa un richiamo a rispettare la dignità di ogni donna, a valorizzarne il mistero, a umanizzare il mondo rendendolo più accogliente nell’irripetibilità di ciascuno e nella reciprocità delle relazioni di vita e d’amore, che fanno la storia di tutti.
È questo gioco di visibile concretezza e d’invisibile profondità, che fa parlare di Maria come di un’icona del Mistero: in lei si offre il duplice movimento, che ogni icona tende a trasmettere, la discesa e l’ascesa, l’antropologia di Dio e la teologia dell’uomo. In lei risplende l’elezione dell’Eterno e il libero consenso della fede in Lui. C
ome «l’icona è la visione delle cose che non si vedono» (P. Evdokimov), così la Vergine è, allo sguardo della fede, l’«arca dell’alleanza», coperta dall’ombra dello Spirito, la dimora santa del Verbo della vita tra noi, la Madre cui rivolgersi con fiducia perché ci accompagni al Figlio. E come l’icona ha bisogno del colore e della forma per rendere presente il mistero che annuncia, così la Madre del Signore veicola il dono, che in lei si è reso presente, nella concretezza dei suoi tratti di donna libera e credente, nella sua corporeità destinata a vincere la morte, nel suo essere capace di speranza fino alla fine, oltre la fine.
Assunta in cielo nell’integralità del suo essere umano, la Vergine Madre testimonia l’infinita dignità di ogni persona, il valore del corpo da custodire e amare, il destino eterno da non obliare. Così la figura di Maria di Nazaret può divenire un singolare incoraggiamento a credere e sperare nel tempo che ci è dato di vivere, dove proprio la speranza appare dono prezioso e forza necessaria di trasformazione del presente.
Ci aiuta a comprenderlo il Poeta, con versi che - come sta mostrando in maniera singolare ai nostri giorni Roberto Benigni - riescono a parlare a tutti, credenti e non credenti, illuminando di luce e di bellezza la vita delle donne e degli uomini di ogni tempo: “Vergine Madre, figlia del tuo Figlio, / umile e alta più che creatura, / termine fisso, d’eterno consiglio, / tu se’ colei che l’umana natura, / nobilitasti sì, che ’l suo fattore / non disdegnò di farsi sua fattura. / Nel ventre tuo si raccese l’amore, / per lo cui caldo nell’eterna pace / così è germinato questo fiore. / Qui se’ a noi meridïana face / di caritate, e giuso, intra mortali, / se’ di speranza fontana vivace. / Donna, se’ tanto grande e tanto vali, / che qual vuol grazia, e a te non ricorre, / sua disianza vuol volar sanz’ ali. / La tua benignità non pur soccorre / a chi domanda, ma molte fïate / liberamente al dimandar precorre. / In te misericordia, in te pietate, / in te magnificenza, in te s’aduna / quantunque in creatura è di bontate” (Dante Alighieri, Paradiso,Canto XXXIII, 1-21). 

  
                                                                          
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