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mercoledì 21 agosto 2013

Gesti e parole di Papa Francesco

Impronte di luce di OSCAR ANDRÉS RODRÍGUEZ MARADIAGA La notte del 13 marzo 2013 resterà indelebilmente impressa nel cuore di tutti quelli che come noi furono testimoni dell'infinita misericordia di Dio, che ci ha promesso "non vi lascerò soli" (Giovanni, 14, 18); nella persona di Jorge Mario Bergoglio, oggi Papa Francesco, era confermata una certezza che la Chiesa ha sperimentato nei suoi ventuno secoli di storia. Quella notte la Chiesa mostrò al mondo una vitalità sorprendente. La pioggia cadeva su Roma già da vari giorni e alla fine capimmo che era beneaugurante: tutti sentimmo che c'era un'aria fresca, nuova, l'aria dello Spirito Santo che non ha mai lasciato la sua Chiesa, e che quella notte ci faceva respirare a pieni polmoni, ci faceva intuire la grandezza di chi, sapendosi piccolo, si affidava senza riserve nelle mani di Dio per iniziare un grande servizio nella Chiesa per il Regno. Ascoltando le prime parole di Papa Francesco, ricordavo quel Salmo che tante volte ho meditato: "Signore, non si inorgoglisce il mio cuore, né i miei occhi si insuperbiscono; non cerco cose superiori alle mie forze" (130, 1). Guardavo su quel balcone della basilica Vaticana, non solo un caro amico che Dio aveva scelto come successore dell'apostolo Pietro, ma un sacerdote nel senso pieno della parola. Lo vedevo rimirare il popolo che gli era affidato, lo ascoltavo e mi sembrava incarnasse l'essenza dell'ecclesiologia del concilio Vaticano II. Lì, infatti, ne rappresentava l'icona un pastore col cuore di un vero discepolo di Cristo, a lui consacrato e pronto a continuare nella sua fedele sequela in un servizio nuovo ed esigente. I giorni seguenti all'elezione di Papa Francesco sono stati i giorni nei quali, come figlio della Chiesa, mi sono sentito più profondamente legato a essa, ponendomi nella scia della sua intenzione: sentirci Chiesa, saperci Chiesa, appartenervi in modo responsabile. Papa Francesco già ci chiede di riconsiderare in modo diverso il nostro battesimo, la nostra vocazione particolare. Se ci pensiamo bene, dobbiamo ammettere che non ci dice nulla di nuovo, ma sa dircelo in un modo che ci tocca dentro: la forza dei suoi gesti e delle sue parole ci dimostra che ciò che crediamo non è qualcosa di meramente cerebrale, la fede non si chiude nei confini di una semplice concettualizzazione, ma pervade la vita intera. Come Paolo dice Caritas Christi urget nos, oggi Papa Francesco sembra dirci, con la mano del Papa Benedetto sulla sua spalla: Fides urget nos. Chi, come me, ha conosciuto bene Jorge Mario Bergoglio prima che fosse scelto dalla Provvidenza divina a svolgere il servizio di vescovo di Roma - la "Chiesa che presiede nella carità" (Lumen gentium, n. 13), come ricordava nelle sue prime parole - sa che Dio non sbaglia mai e che ci ha dato il Santo Padre di cui avevamo bisogno. Per tanti Papa Francesco era un completo sconosciuto e molti hanno tentato di spiegare il mistero che avvolge questo Papa, venuto "dalla fine del mondo". Si è versato molto inchiostro in questi primi mesi dall'elezione di Jorge Mario Bergoglio. Ammettiamolo: si è scritto anche qualcosa di leggendario su di lui, sia pure con buone intenzioni, e ho l'impressione che il primo a esserne sorpreso sia lo stesso Papa che non si aspettava questa designazione da parte della misericordia di Dio e, malgrado il grande onere ricevuto, continua a essere quello che è sempre stato. Non c'è niente da decifrare; bisogna solo scoprire ciò che il nuovo Papa vuole essere, ossia la trasparenza della Grazia di Dio che agisce in lui e che egli mostra attraverso i suoi gesti e le sue parole. Molto si è scritto, molto si è detto su Papa Francesco, ma il lavoro di monsignor Michele Giulio Masciarelli è uno dei migliori che ho potuto trovare in questi mesi. Leggendolo attentamente, il lettore si rende conto che si trova di fronte a un materiale tanto ampio che potrebbe servire da base per degli Esercizi Spirituali, intensi e ben articolati. L'equilibrio e l'intelligenza di far spazio alla sua sensibilità artistica, la quale si concretizza in tredici poesie che scandiscono il testo, il ricorso agli echi della tradizione patristica, della riflessione teologica, fanno di questo libro un trattato di "assiologia della fede": così che la lettura di questo libro, oltre a essere piacevole, interroga, stimola, obbliga a riflettere. Sono profondamente grato a monsignor Masciarelli non solo per questo libro, ma perché con esso ci dà l'occasione d'incontrare, come grazie a Dio tante volte accade, fratelli nella fede che hanno quella sapienza del cuore che egli scopre in Papa Francesco. Non è facile scrivere su qualcuno che ogni giorno sta lasciando una traccia, ma monsignor Masciarelli, come un vero "archeologo della carità", ha saputo trovare le impronte di luce, di bontà, di spirito evangelico che il Papa imprime con i suoi gesti e con le sue parole: sono le impronte create da un discepolo che conosce bene e segue con fedeltà il suo maestro e Signore. Questo bel libro ci stimola a non assuefarci alle meraviglie di Dio, a scoprire l'umiltà, la tenerezza, la fede, la misericordia e il perdono di Dio. Siamo portati così a scoprire, alla fine del libro, alcuni significativi gruppi di parole e di verbi che Papa Francesco organizza triadicamente e che monsignor Masciarelli ha chiamato "tripodi", per così dire pedagogici: sono così intesi che, a partire da essi, si è invitati alla contemplazione dell'Amore "tripersonale" di Dio: "Ecco sono tre: l'Amante, l'Amato, l'Amore" (De Trinitate, VIII, 10, 14). Il libro di monsignor Masciarelli mostra come, sulla scia del concilio Vaticano II, che è il fondale luminoso e fisso dei gesti e delle parole di Papa Francesco, possiamo trovare una Chiesa che abbia la coscienza di essere spazio di "fratellanza" per rispondere ai bisogni dei più poveri e dei più indifesi. Questa Chiesa fraterna evoca la figura di santa Maria, la Madre, alla quale con tanta tenerezza si riferisce il Santo Padre, perché ce la vuole mostrare come l'immagine più bella e più attraente della Chiesa di Gesù. (©L'Osservatore Romano 22 agosto 2013

lunedì 12 agosto 2013

mercoledì 7 agosto 2013

Il cardinale Turkson a Hiroshima nell'anniversario del bombardamento atomico


                  Dalla sofferenza alla pace 

 


Pregare per le vittime della tragedia nucleare, riaffermare l'inutilità della guerra, invitare a divenire operatori di pace. Con questa triplice motivazione il cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson si trova da lunedì 5 agosto in Giappone, dov'è in corso la commemorazione del 68° anniversario del bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki che ha provocato decine di migliaia di morti.
Il porporato è stato invitato dalla Conferenza episcopale giapponese, che annualmente promuove l'iniziativa "Dieci giorni per la pace", proprio per mantenere viva la memoria di quei terribili giorni d'inizio agosto del 1945. A Hiroshima, nella cattedrale cittadina, il cardinale Turkson ha celebrato lunedì la "messa per la pace".
Martedì 6, sempre a Hiroshima, il cardinale ha partecipato a un incontro interreligioso, insieme a buddisti, scintoisti e a cristiani di varie confessioni. Nel suo intervento, intitolato "dalla sofferenza alla costruzione della pace", ha ricordato lo storico viaggio di Giovanni Paolo II che nel 1981 visitando Hiroshima disse: "Che la guerra non venga mai più tollerata", poiché i conflitti sono causati dagli uomini, non sono punizioni divine o catastrofi naturali: sono il prodotto dei peccati dell'umanità che ne è responsabile.
In proposito, il porporato ha citato anche il pensiero di Papa Francesco, che ha denunciato come la potenza atomica possa causare la distruzione dell'umanità, sottolineando che nessuno sforzo di "pacificazione" sarà duraturo, né potranno esserci armonia e felicità per una società che ignora, mette ai margini e abbandona nella periferia una parte di sé.
Mercoledì 7 agosto, il cardinale Turkson si trasferisce a Nagasaki, la città vittima del secondo bombardamento atomico, dove resterà fino a venerdì 9.


(©L'Osservatore Romano 7 agosto 2013)

martedì 6 agosto 2013

Il 6 agosto 1978 moriva Paolo VI


                         Mistica e modernità 


di Patrice Mahieu

Pubblichiamo in una nostra traduzione un articolo uscito su «la Croix» del 29-30 giugno scorso. L’autore, monaco di Solesmes, ha scritto, tra l’altro, «Paul vi, maître spirituel» (Fayard - Le Sarment) e «Paul vi et les orthodoxes» (Les Éditions du Cerf).

Il 30 giugno 1963, a piazza San Pietro, ha luogo, per l'ultima volta nella storia della Chiesa cattolica, l'incoronazione di un Papa. Paolo VI, eletto il 21 giugno, riceve la tiara offertagli dai suoi fedeli milanesi. Il Pontefice è ben preparato da una trentina d'anni di lavoro nella Curia romana e da nove anni passati a capo della più grande diocesi cattolica del mondo, Milano, ma la chiave di lettura del pontificato va forse ricercata soprattutto nella sua dimensione mistica.
Sull'esempio di sant'Agostino, il suo principale maestro spirituale, sin dagli scritti giovanili si nota in Giovanni Battista Montini un'impetuosa nostalgia di Dio, che si unisce all'esultanza e alla meraviglia di ciò che gli è stato già permesso di scoprire: "La Vita sei Tu, Dio sospeso come una lampada beatificante sulla penombra della nostra balbettante esperienza". Di fatto Paolo VI è un mistico che possiede il linguaggio delle proprie esperienze: "Come abbagliato dal sole, io chiudo gli occhi davanti al mistero infinito della Santissima Trinità, e solo serbo nel cuore una impressione di beatitudine oceanica".
L'amore per la Chiesa costituisce il fattore unificante della sua esistenza - "mi sembra di aver vissuto per essa e solo per essa" - e implica due esigenze: il rinnovamento o la riforma della Chiesa, e la conversione personale dei suoi membri. È la seconda esigenza a rendere possibile la prima. Dall'impegno personale a seguire Cristo e dall'energia spirituale e morale che ciò esige, deriverà la possibilità per la Chiesa di manifestarsi come "Cristo la vuole: una, santa, tutta rivolta verso la perfezione alla quale egli l'ha chiamata ed abilitata". Dall'autenticità di questo percorso di conversione, esposto nell'enciclica programmatica Ecclesiam suam, dipendono due linee di forza del pontificato montiniano: il dialogo di vita e di salvezza con il mondo e il ripristino della piena unità tra i cristiani.
Per Paolo VI una Chiesa che vive più profondamente il suo mistero, nello stesso slancio di amore che l'unisce al suo Signore, può donarsi al mondo per metterlo in contatto vitale con il Vangelo: "La Chiesa deve venire a dialogo col mondo in cui si trova a vivere. La Chiesa si fa parola; la Chiesa si fa messaggio; la Chiesa si fa colloquio". Se degli errori devono essere denunciati, la Chiesa tuttavia si caratterizza per una corrente di affetto e di ammirazione per il mondo moderno. In questo legame di fiducia, l'evangelizzazione, animata da una totale fedeltà a Cristo, può essere accolta dalla mentalità contemporanea. Di fatto, "nessuno è estraneo al suo cuore. Nessuno è indifferente per il suo ministero".
In questo movimento di rinnovamento interiore che fa della Chiesa un segno più leggibile della presenza e dell'azione di Dio, Paolo VI prova l'acuto sentimento della necessità dell'unità dei discepoli di Cristo. Il suo pontificato è totalmente impegnato in tal senso, soprattutto nella ricerca di una comunione piena con le Chiese ortodosse. La sua amicizia con il Patriarca Atenagora costituisce uno dei tratti più luminosi del suo ministero romano. Mentre una commissione segreta e ufficiale, composta da due cattolici e due ortodossi, nel 1971 ha appena concluso il suo rapporto, affermando che una concelebrazione tra Paolo VI e Atenagora è possibile, il Papa scrive al Patriarca: "Tra la nostra Chiesa e le venerabili Chiese ortodosse esiste già una comunione quasi totale. Lo Spirito ci ha permesso in questi ultimi anni di riprendere viva coscienza di tale fatto. Egli mette nei nostri cuori una ferma volontà di fare tutto il possibile per affrettare il giorno tanto desiderato in cui, al termine di una concelebrazione, potremo comunicare insieme allo stesso calice del Signore".
Purificazione della Chiesa e dei suoi membri, tensione spirituale nell'evangelizzazione, umiltà e dialogo con il mondo, l'ecclesiologia delle Chiese sorelle che permette di prevedere una comunione piena tra la Chiesa d'occidente e le Chiese d'oriente: questi assi fondamentali del pontificato montiniano non trovano forse un'eco nelle parole, negli orientamenti di Papa Francesco? La loro fecondità dipende in gran parte dall'impegno di tutti in un percorso veramente spirituale in cui il primato assegnato all'accoglienza della volontà di Dio permette di prendere decisioni audaci, in quanto aperte al soffio dello Spirito. Per esempio, è irrealistico pensare che le Chiese ortodosse possano accordarsi per accettare Roma come centro di unità, e che Roma, ispirandosi al primo millennio, metta concretamente in atto una forma differenziata e modulata di questo ministero di unità? Davvero le intuizioni di Paolo VI non hanno perso la loro attualità.


(©L'Osservatore Romano 5-6 agosto 2013)

mercoledì 31 luglio 2013

Il tema della prossima Giornata mondiale


                La fraternità via per la pace    

                    Proposta in alternativa alla globalizzazione dell’indifferenza 

 
"Fraternità, fondamento e via per la pace": è il tema scelto da Papa Francesco per prossima Giornata mondiale per la pace, giunta alla quarantasettesima edizione, la prima del pontificato di Jorge Mario Bergoglio. Nel primo giorno del nuovo anno il messaggio scritto dal Santo Padre per la circostanza - voluta da Paolo VI - viene inviato alle Chiese particolari e alle cancellerie di tutto il mondo, per richiamare il valore essenziale della pace e la necessità di operare instancabilmente per conseguirla. Papa Francesco ha scelto come tema del suo primo messaggio la "fraternità". Sin dall'inizio del suo ministero di vescovo di Roma, del resto, ne ha sottolineato l'importanza, al fine di superare una "cultura dello scarto" e di promuovere la "cultura dell'incontro", per camminare verso la realizzazione di un mondo più giusto e pacifico. La fraternità è una "dote" che ogni uomo e donna reca con sé in quanto essere umano, figlio di uno stesso Padre. Davanti ai molteplici drammi che colpiscono la famiglia dei popoli - povertà, fame, sottosviluppo, conflitti, migrazioni, inquinamento, disuguaglianza, ingiustizia, criminalità organizzata e fondamentalismi - la fraternità è "fondamento" e via per la pace.
La cultura del benessere fa perdere il senso della "responsabilità e della relazione fraterna". Gli altri, anziché nostri "simili", appaiono antagonisti o nemici e sono spesso "cosificati". Non è raro che i poveri e i bisognosi vengano considerati un "fardello", un impedimento allo sviluppo. Tutt'al più sono oggetto di aiuto assistenzialistico o compassionevole. Non sono visti cioè come "fratelli", chiamati a condividere i doni del creato, i beni del progresso e della cultura, a partecipare alla stessa "mensa" della vita in pienezza, a essere protagonisti dello sviluppo integrale ed inclusivo.
La fraternità, dono e impegno che viene da Dio Padre, sollecita all'impegno di essere solidali contro le diseguaglianze e la povertà che indeboliscono il vivere sociale, a prendersi cura di ogni persona, specie del più piccolo ed indifeso, ad amarla come se stessi, con il cuore stesso di Gesù Cristo.
In un mondo che accresce costantemente la propria interdipendenza, non può mancare il "bene" della fraternità, che vince il diffondersi di quella "globalizzazione dell'indifferenza", alla quale il Santo Padre ha più volte accennato. La "globalizzazione dell'indifferenza" deve lasciare posto a una "globalizzazione della fraternità", affinché quest'ultima impronti tutti gli aspetti della vita, compresi l'economia, la finanza, la società civile, la politica, la ricerca, lo sviluppo, le istituzioni pubbliche e culturali.
Papa Francesco, all'inizio del suo ministero, con un messaggio che si pone in continuità con quello dei predecessori, propone dunque la via della fraternità, per dare un volto più umano al mondo.


(©L'Osservatore Romano 1° agosto 2013)

            Parla un linguaggio che capiamo


di Bruno Forte

"Francesco, va' e ripara la mia casa": le parole che il Crocifisso di San Damiano rivolge a Francesco ispirano la splendida coreografia che apre la veglia dei giovani che partecipano alla Giornata mondiale della gioventù a Rio de Janeiro intorno al Papa che del santo di Assisi ha scelto il nome. Un gruppo di ragazzi e ragazze, dalle capacità veramente acrobatiche, monta una struttura in legno a forma di cappella, per smontarla poi con altrettanta rapidità alla fine delle testimonianze che accompagnano la scena. Papa Francesco parte da quest'immagine: "Il giovane Francesco risponde con prontezza e generosità a questa chiamata del Signore: riparare la sua casa. Ma quale casa? Piano piano, si rende conto che non si trattava di fare il muratore e riparare un edificio fatto di pietre, ma di dare il suo contributo per la vita della Chiesa; si trattava di mettersi a servizio della Chiesa, amandola e lavorando perché in essa si riflettesse sempre più il Volto di Cristo".
Si coglie bene in queste parole l'atteggiamento di fondo con cui il vescovo di Roma si è posto davanti all'immensa folla di giovani venuti per pregare con lui e per ascoltare nelle sue parole la parola di Gesù. Il Papa "venuto dalla fine del mondo" ha voluto coinvolgere questi ragazzi ciascuno in prima persona, invitandoli a essere protagonisti e non spettatori della nascita di un mondo nuovo, di una Chiesa sempre più giovane e bella. Li ha provocati con profondo amore, quasi sfidandoli a non delegare a nessuno la scelta su cui costruire la loro vita e la volontà di metterla al servizio di un'umanità più giusta, sana e felice, secondo il disegno di Dio. Ha ripetuto anche a Rio, con la stessa passione di sempre, il bellissimo appello: "Per favore, non lasciatevi rubare la speranza!". E i giovani lo hanno ascoltato rapiti.


(©L'Osservatore Romano 31 luglio 2013)

lunedì 29 luglio 2013

Le parole e i gesti di Papa Francesco


                       Semplice e moderno


di Cristian Martini Grimaldi

Ci si è stupiti in questi giorni nel vedere un Papa salire la scaletta dell'aereo tutto solo con la borsa. Qualcuno si è domandato come mai un Pontefice non abbia un collaboratore incaricato di portare il suo bagaglio a mano. C'è perfino chi fantasiosamente ha ipotizzato che Papa Francesco possa non fidarsi di consegnare a qualcuno il proprio bagaglio personale. Altri hanno pensato che il suo stile sia perfino studiato, quasi volesse impressionare l'occhio e il cuore di chi, in tempi di crisi, auspica maggiore sobrietà anche da parte della Chiesa.
Da quando il cardinale Bergoglio è stato eletto, parlare di sobrietà nei gesti e di semplicità nelle forme non dovrebbe essere più un fatto sorprendente. Il Pontefice ha già dato diversi segnali di gestione umile e semplice della routine quotidiana e non ci si dovrebbe più meravigliare. In ambito politico siamo talmente assuefatti a percepire il potere come qualcosa di distante e fuori dalla nostra portata che quando vediamo un leader compiere dei gesti simili ai nostri restiamo perplessi. Arriviamo perfino a nutrire il sospetto che possa esserci dell'affettata demagogia nel mostrare semplicità.
Per questo è bene ricordare ancora una volta che Jorge Mario Bergoglio è un uomo che ha modulato la propria esistenza e il proprio stile di vita su quelli degli emarginati di periferia, gli stessi che ha incontrato giovedì nella favela a Rio de Janeiro. Il portavoce della comunità di Varginha ha parlato di gente piccola, povera e dimenticata. E Papa Francesco ha ribadito che non bisogna mai stancarsi di lavorare per un mondo più giusto e solidale, e che "solidarietà" non deve essere una parola scomoda e dimenticata.
È proprio tra persone simili a quelle di Varginha che Bergoglio ha maturato la propria esperienza pastorale, viaggiando per anni a piedi e sui mezzi pubblici argentini e rifiutando un autista personale che normalmente viene utilizzato da chi ricopre certe cariche. La sua è dunque una formazione ricca di pragmatica vitalità. In altre parole, il Papa è un uomo che bada all'essenza delle cose. Per questo assegnare un compito così poco significativo come portare una valigetta a un collaboratore sarà stato da lui giudicato per quello che è: semplicemente superfluo. La naturale inclinazione di Papa Francesco verso tutto ciò che è strettamente necessario la si evince perfino dal formato conciso e breve dei suoi discorsi. Non è allora un caso che l'account twitter in spagnolo (@Pontifex_es) sia considerato il più influente tra quelli dei leader del mondo, e il primo con una media altissima di retweet. Le sue sintesi sono congeniali a questi strumenti tecnologici tarati sul ritmo frenetico della comunicazione odierna.
Ma il linguaggio del Pontefice è anche fatto di gesti simbolici: in Brasile l'uso di una semplice utilitaria negli spostamenti in mezzo a una folla eccitata dalla sua presenza è stato secondo alcuni un azzardo, ma per molti altri un gesto di grande generosità. Non si tratta di semplice retorica d'austerità, ma sono gesti e parole incarnati in uno stile le cui radici affondano proprio in quella terra del sud ricca di un cattolicesimo popolare senza eguali al mondo. E lo si è visto non solo nella favela carioca, ma in special modo a Lampedusa, durante il suo primo viaggio, quando Papa Francesco ha scelto il confronto faccia a faccia con gli ultimi della terra.
In questo modo il Pontefice ha anche trasformato la retorica terzomondista di ieri in una sfida oggi ineludibile e urgente all'ordine economico e politico globale: qualcosa che da molto tempo non era più nell'agenda di capi di Stato o di partito, e tanto meno al centro del dibattito pubblico. Ora invece la ricerca di soluzioni per la cura degli ultimi può davvero divenire un paradigma fecondo di promesse nelle strategie pure in ambito politico, se si vuole che l'elettorato non solo ascolti ma prenda sul serio promesse sempre troppo vincolate a un'evanescente contingenza.
Dopo la visita di Papa Francesco a Lampedusa la constatazione sull'ineluttabilità dell'esistenza dei poveri e degli ultimi della terra è diventata colpevole indifferenza. E dopo il viaggio in Brasile le promesse di riforma che non si incardinino in un'ottica di solidarietà e di condivisione saranno giudicate poco dignitose. Infine, la retorica di un mercato che tutto sa e tutto regola non vale più se nel sapere e nel regolare taglia fuori pezzi interi di umanità.


(©L'Osservatore Romano 28 luglio 2013)

mercoledì 10 luglio 2013

La visita di Papa Francesco nell'isola dell'accoglienza


                               Quella croce
                dai colori stinti delle barche


di Eugenio Mazzarella

"Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: "Prendi il largo e calate le reti per la pesca". Simone rispose: "Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti"" (Luca, 5, 4).
Quella barca, quella barca che è diventata altare. A Lampedusa, un lembo di terra nel mare, dove uomini accettano, soffrendo, altri uomini, dal mare. Perché non è facile essere buoni, quando di terra, di tende, di pane ce n'è poco per tutti. E quando gli altri ti lasciano a fare il buono. Tanto non tocca a loro aprire case, trovare una coperta, acqua da bere, pulire dove passano migliaia di uomini. Non è roba da canzonette: "aggiungi un posto a tavola, che c'è un amico in più". Qui non c'è posto nemmeno per i tavoli.
Ma quella barca resterà nella memoria, così come l'uomo in bianco, in piedi, con una croce di legno tra le mani dai colori stinti delle barche, due pesci disegnati sui bracci dove ci sono i chiodi, un cuore al centro, che si stringe piccolo di fronte a tanto dolore, a tanto bisogno che raccontano gli occhi che quella croce hanno davanti: un piccolo cuore rosso, il cuore di Gesù. Il cuore bambino, che sa piangere, che ci chiede di avere Francesco.
Perché gli uomini vanno pescati dove si perdono. Nell'indifferenza dove annegano, dall'indifferenza dove muoiono. Quale sarà la pesca di quella barca? Nessuno lo può sapere. Ma intanto ancora una volta sulla sua parola qualcuno ha gettato le reti


(©L'Osservatore Romano 11 luglio 2013)
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