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sabato 18 maggio 2013

Messa a Santa Marta


                 La vergogna di Pietro


L'essere peccatori non è un problema; lo è piuttosto non pentirsi di avere peccato, non provare vergogna per quello che si è fatto. Papa Francesco - nell'omelia della messa di stamane, venerdì 17 maggio, a Santa Marta - ha ripercorso la storia degli incontri di Pietro con Gesù, proponendone una lettura particolare. Gesù, ha fatto notare, "consegna il suo gregge a un peccatore", Pietro. "Peccatore ma non corrotto" ha subito precisato, quasi a voler dare maggior forza a quanto stava per dire rivolto ai partecipanti alla celebrazione mattutina: "Peccatori, sì, tutti! ma corrotti, no". Peggio essere corrotti che peccatori.
Il Pontefice ha maturato questa riflessione commentando le letture del giorno (Atti degli apostoli 25, 13-21 e Giovanni 21, 15-19), mettendo soprattutto in evidenza il dialogo d'amore che si sviluppa tra Pietro e Gesù attraverso i loro frequenti incontri dopo il primo "Seguimi!" "quando suo fratello Andrea - ha ricordato il Papa - lo ha portato da Gesù", il quale dopo averlo guardato "dice: "Ma tu sei Simone"? "Da adesso ti chiamerai Cefa, Pietra"". Era l'inizio di una missione, ha spiegato, anche se "Pietro non aveva capito niente, ma la missione c'era".
Poi ha riproposto i tanti altri incontri di cui si parla nel Vangelo come per esempio "quella volta, quando Gesù fa il miracolo della pesca; quando Pietro dice a Gesù: "Io sono peccatore", in un incontro e gli dice anche "allontanati da me, Signore, perché io sono un peccatore!". Poi, un altro incontro con Gesù, quando Gesù parla dell'Eucaristia, no?, mangiare il pane, il Suo Corpo e alcuni si allontanavano, perché non capivano" ed era un discorso "che non piaceva loro". E a quelli che erano rimasti "Gesù domanda: "Anche voi, volete allontanarvi?". E Pietro dice: "Ma… Signore, tu solo hai parole di vita eterna"".
Il Santo Padre ha proseguito poi nella descrizione dei diversi incontri tra il Signore e i discepoli, sino a quando si incrociano di nuovo gli sguardi di Gesù e di Pietro dopo che quest'ultimo, come previsto dal maestro, lo ha rinnegato per tre volte. "Quello sguardo di Gesù, tanto bello - ha detto il Papa - tanto bello! E Pietro piange". Questa "è la storia degli incontri " durante i quali Gesù forgia nell'amore l'anima di Pietro.
Quell'amore per il quale Pietro piange quando Gesù, in un altro incontro, "gli chiede per tre volte "Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?"". Ogni volta che Gesù ripete questa domanda a Pietro torna in mente che lo ha rinnegato, che ha detto di non conoscerlo "e si vergogna. La vergogna di Pietro, no?". Insomma "è un uomo grande, questo Pietro. Peccatore: peccatore. Ma il Signore gli fa sentire, a lui e anche a noi, che tutti siamo peccatori" e che "il problema non è essere peccatori", ma "non pentirsi del peccato, non avere vergogna di quello che abbiamo fatto. Quello è il problema". Ma Pietro sente questa vergogna, questa umiltà, no? Il peccato...".
Solo che Pietro aveva un cuore grande e questo "lo porta a un incontro nuovo con Gesù, alla gioia del perdono, quella sera, quando ha pianto". Il Signore non recede da quello che aveva promesso, cioè ""Tu sei pietra", e anche in questo momento gli dice: "Pasci il mio gregge"" e consegna a un peccatore il suo gregge. "Ma Pietro - ha precisato il vescovo di Roma - era peccatore, ma non corrotto, eh? Peccatori, sì, tutti: corrotti, no".
Poi Papa Francesco ha raccontato, come spesso accade durante queste celebrazioni mattutine, un episodio della propria vita: "Una volta ho saputo di un prete, un buon parroco che lavorava bene; è stato nominato vescovo, e lui aveva vergogna perché non si sentiva degno, aveva un tormento spirituale. È andato dal confessore. Il confessore lo ha ascoltato e poi gli ha detto: "Ma non ti spaventare. Se con quella così grossa che ha fatto Pietro, lo hanno fatto Papa, tu vai avanti!". È che il Signore è così. Il Signore è così. Il Signore ci fa maturare attraverso tanti incontri con lui, anche con le nostre debolezze, quando le riconosciamo; con i nostri peccati. Lui è così, e la storia di quest'uomo che si è lasciato proprio modellare - credo che si dica così - con tanti incontri con Gesù, serve a tutti noi, perché siamo sulla stessa strada, dietro a Gesù per praticare il Vangelo. Pietro è un grande ma non perché sia dottore in questo o perché sia uno bravo che ha fatto questo... No: è un grande, è un nobile, ha un cuore nobile, e questa nobiltà lo porta al pianto, lo porta al dolore, alla vergogna ma anche a prendere il suo lavoro di pascere il gregge".
Un esempio per tutti quest'uomo che si incontra continuamente col Signore, ha detto Papa Francesco concludendo, il quale "lo purifica, lo fa più maturo" proprio con questi incontri. "Chiediamo che aiuti anche noi ad andare avanti cercando il Signore e ad incontrarlo. Ma più di questo è importante lasciarci incontrare dal Signore: lui sempre ci cerca, lui è sempre vicino a noi. Ma tante volte, noi guardiamo dall'altra parte perché non abbiamo voglia di parlare con il Signore o di lasciarci incontrare dal Signore: questa è una grazia. Ecco la grazia che ci insegna Pietro. Chiediamo oggi questa grazia".
Alla celebrazione questa mattina hanno partecipato tra gli altri il terzo gruppo di dipendenti dei Musei Vaticani e gli addetti al Servizio di sicurezza dei luoghi di lavoro in Vaticano accompagnati dall'architetto Pierpaolo di Mattia.


(©L'Osservatore Romano 18 maggio 2013)

giovedì 16 maggio 2013

Messa del Papa a Santa Marta del 16 maggio 2013

Messa del Papa a Santa Marta


                      I guai di san Paolo


Con la sua testimonianza di verità il cristiano deve "dar fastidio" alle "nostre strutture comode", anche a costo di finire "nei guai", perché animato da una "sana pazzia spirituale" per tutte "le periferie esistenziali". Sull'esempio di san Paolo, che passava "da una battaglia campale a un'altra", i credenti non devono rifugiarsi "in una vita tranquilla" o nei compromessi: oggi nella Chiesa ci sono troppo "cristiani da salotto, quelli educati", "tiepidi", per i quali va sempre "tutto bene", ma che non hanno dentro l'ardore apostolico. È un forte appello alla missione - non solo nelle terre lontane ma anche nelle città - quello che Papa Francesco ha lanciato stamani, giovedì 16 maggio, nella messa celebrata nella cappella della Domus Sanctae Marthae.
Punto di partenza della sua riflessione il passo degli Atti degli apostoli (22, 30; 23, 6-11) che vede protagonista appunto san Paolo nel pieno di una delle sue "battaglie campali". Ma stavolta, ha detto il Papa, è una battaglia "anche un po' iniziata da lui, con la sua furbizia. Quando si è accorto della divisione fra quelli che lo accusavano", tra sadducei e farisei, ha fatto in modo che andassero "uno contro l'altro. Ma tutta la vita di Paolo era di battaglia campale in battaglia campale, di persecuzione in persecuzione. Una vita con tante prove, perché anche il Signore aveva detto che questo sarebbe stato il suo destino"; un destino "con tante croci, ma lui va avanti; lui guarda il Signore e va avanti".
E "Paolo dà fastidio: è un uomo - ha spiegato il Pontefice - che con la sua predica, con il suo lavoro, con il suo atteggiamento dà fastidio perché proprio annuncia Gesù Cristo. E l'annuncio di Gesù Cristo alle nostre comodità, tante volte alle nostre strutture comode, anche cristiane, dà fastidio. Il Signore sempre vuole che noi andiamo più avanti, più avanti, più avanti". Vuole "che noi non ci rifugiamo in una vita tranquilla o nelle strutture caduche. E Paolo, predicando il Signore, dava fastidio. Ma lui andava avanti, perché aveva in sé quell'atteggiamento tanto cristiano che è lo zelo apostolico. Aveva proprio il fervore apostolico. Non era un uomo di compromesso. No! La verità: avanti! L'annuncio di Gesù Cristo: avanti! Ma questo non era soltanto per il suo temperamento: era un uomo focoso".
Tornando al racconto degli Atti, il Papa ha rilevato come "anche il Signore s'immischia" nella vicenda, "perché proprio dopo questa battaglia campale, la notte seguente, dice a Paolo: coraggio! Va' avanti, ancora di più! È proprio il Signore che lo spinge ad andare avanti: "Come hai testimoniato a Gerusalemme le cose che mi riguardano, così è necessario che tu dia testimonianza anche a Roma"". E, ha aggiunto il Papa, "fra parentesi, a me piace che il Signore si preoccupi di questa diocesi fin da quel tempo: siamo privilegiati!". "Lo zelo apostolico - ha quindi precisato - non è un entusiasmo per avere il potere, per avere qualcosa. È qualcosa che viene da dentro e che lo stesso Signore vuole da noi: cristiano con zelo apostolico. E da dove viene questo zelo apostolico? Viene dalla conoscenza di Gesù Cristo. Paolo ha trovato Gesù Cristo, ha incontrato Gesù Cristo, ma non con una conoscenza intellettuale, scientifica - è importante perché ci aiuta - ma con quella conoscenza prima, quella del cuore, dell'incontro personale. La conoscenza di Gesù che mi ha salvato e che è morto per me: quello proprio è il punto della conoscenza più profonda di Paolo. E quello lo spinge a andare avanti, annunciare Gesù".
Ecco allora che per Paolo "non ne finisce una che ne incomincia un'altra. È sempre nei guai, ma nei guai non per i guai, ma per Gesù: annunciando Gesù, le conseguenze sono queste! La conoscenza di Gesù Cristo fa che lui sia un uomo con questo fervore apostolico. È in questa Chiesa e pensa a quella, va in quella e poi torna a questa e va all'altra. E questa è una grazia. È un atteggiamento cristiano il fervore apostolico, lo zelo apostolico".
Papa Francesco ha poi fatto riferimento agli Exercitia spiritualia di sant'Ignazio di Loyola, suggerendo la domanda: "Ma se Cristo ha fatto questo per me, cosa devo fare io per Cristo?". E ha risposto: "Il fervore apostolico, lo zelo apostolico si capisce soltanto in un'atmosfera di amore: senza l'amore non si capisce perché lo zelo apostolico ha qualcosa di pazzia, ma di pazzia spirituale, di sana pazzia. E Paolo aveva questa sana pazzia".
"Chi custodisce proprio lo zelo apostolico - ha proseguito il Pontefice - è lo Spirito Santo; chi fa crescere lo zelo apostolico è lo Spirito Santo: ci dà quel fuoco dentro per andare avanti nell'annuncio di Gesù Cristo. Dobbiamo chiedere a lui la grazia dello zelo apostolico". E questo vale "non soltanto per i missionari, che sono tanto bravi. In questi giorni ho trovato alcuni: "Ah padre, è da sessant'anni che sono missionario nell'Amazzonia". Sessant'anni e avanti, avanti! Nella Chiesa adesso ce ne sono tanti e zelanti: uomini e donne che vanno avanti, che hanno questo fervore. Ma nella Chiesa ci sono anche cristiani tiepidi, con un certo tepore, che non sentono di andare avanti, sono buoni. Ci sono anche i cristiani da salotto. Quelli educati, tutto bene, ma non sanno fare figli alla Chiesa con l'annuncio e il fervore apostolico". Il Papa ha invocato quindi lo Spirito Santo perché "ci dia questo fervore apostolico a tutti noi; ci dia anche la grazia di dar fastidio alle cose che sono troppo tranquille nella Chiesa; la grazia di andare avanti verso le periferie esistenziali. La Chiesa ha tanto bisogno di questo! Non soltanto in terra lontana, nelle Chiese giovani, nei popoli che ancora non conoscono Gesù Cristo. Ma qui in città, in città proprio, hanno bisogno di questo annuncio di Gesù Cristo. Dunque chiediamo allo Spirito Santo questa grazia dello zelo apostolico: cristiani con zelo apostolico. E se diamo fastidio, benedetto sia il Signore. Avanti, come dice il Signore a Paolo: "Coraggio!"".
Hanno concelebrato, tra gli altri, il cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson e il vescovo Mario Toso, rispettivamente presidente e segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, monsignor Luigi Mistò, segretario dell'Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (Apsa), e il gesuita Hugo Guillermo Ortiz, responsabile dei programmi di lingua spagnola di Radio Vaticana. Tra i presenti, personale del dicastero Iustitia et Pax e un gruppo di dipendenti dell'emittente vaticana.


(©L'Osservatore Romano 17 maggio 2013)

Messa del Papa a Santa Marta


        Quando i pastori diventano lupi


Vescovi e preti che si lasciano vincere dalla tentazione del denaro e dalla vanità del carrierismo, da pastori si trasformano in lupi "che mangiano la carne delle loro stesse pecore". Non ha usato mezzi termini Papa Francesco per stigmatizzare il comportamento di chi - ha detto citando sant'Agostino - "prende la carne, per mangiarla, alla pecorella, si approfitta; fa negozi ed è attaccato ai soldi; diventa avaro e anche tante volte simoniaco. O se ne approfitta della lana per la vanità, per vantarsi".
Per superare queste "vere e proprie tentazioni" vescovi e sacerdoti devono pregare, ma hanno anche bisogno della preghiera dei fedeli. Quella che lo stesso Pontefice ha chiesto questa mattina, mercoledì 15 maggio, a quanti hanno partecipato alla celebrazione della messa nella cappella della Domus Sanctae Marthae. Il Santo Padre ha commentato le letture del giorno: la prima (Atti degli apostoli 20, 28-38) "è una delle pagine più belle del Nuovo Testamento" ha notato. Racconta del rapporto tra Paolo e i fedeli di Efeso, dunque del rapporto del vescovo con il suo popolo, "fatto di amore e di tenerezza". Di questo rapporto si parla anche nel Vangelo di Giovanni (17, 11-19), "dove ci sono alcune parole chiave", ha spiegato il Pontefice, che il Signore rivolge ai discepoli: "vegliate"; "custodite, custodite il popolo"; "edificate, difendete". E "Gesù dice al Padre: "consacra"". Sono parole e gesti che esprimono proprio un rapporto di protezione, di amore fra Dio e il pastore e fra il pastore e il popolo. "Questo - ha precisato il Papa - è un messaggio per noi vescovi, per i preti e per i sacerdoti. Gesù dice a noi: "Vegliate su voi stessi e su tutto il creato". Il vescovo e il prete devono vegliare, fare la veglia proprio sul suo popolo. Anche curare il suo popolo, farlo crescere. Anche fare sentinella per avvertirlo quando vengono i lupi".
Tutto ciò "indica un rapporto molto importante fra vescovo, prete e popolo di Dio. Alla fine un vescovo non è vescovo per se stesso, è per il popolo; e un prete non è prete per se stesso, è per il popolo". Un rapporto "molto bello" basato sull'amore reciproco. E "così la Chiesa diventa unita. Voi - ha chiesto ai fedeli - pensate sempre ai vescovi e ai preti, eh? Abbiamo bisogno delle vostre preghiere".
Del resto, ha precisato, il rapporto tra vescovi, preti e popolo di Dio non è fondato sulla solidarietà sociale, per cui "il vescovo, il prete è solidale col popolo: noi qui, voi là". Si tratta piuttosto di un "rapporto esistenziale", "sacramentale", come quello descritto nel Vangelo, nel quale "vescovo, preti e popolo si inginocchiano e pregano e piangono. E quella è la Chiesa unita! L'amore mutuo tra vescovo, prete e popolo. Noi abbiamo bisogno delle vostre preghiere per fare questo, perché anche il vescovo e il prete possono essere tentati".
Dunque, primo compito di un vescovo e di un prete "è pregare e predicare il Vangelo. Un vescovo, un prete deve pregare e tanto... Deve annunciare Gesù Cristo Risorto e tanto. Noi dobbiamo chiedere al Signore che custodisca proprio noi vescovi e i preti, perché possiamo pregare, intercedere, predicare con coraggio il messaggio di salvezza. Il Signore ci ha salvato! E lui è vivo fra noi"!
Ma "anche noi - ha aggiunto - siamo uomini e siamo peccatori": tutti possiamo essere peccatori "e siamo anche tentati. Quali sono le tentazioni del vescovo e del prete? Sant'Agostino, commentando il profeta Ezechiele, parla di due tentazioni: la ricchezza, che può diventare avarizia, e la vanità. E dice: "Quando il vescovo, il prete si approfitta delle pecore per se stesso, il movimento cambia: non è il prete, il vescovo per il popolo, ma il prete e il vescovo che prende dal popolo"". Sete e vanità: ecco le due tentazioni di cui parla sant'Agostino: "È la verità! Quando un prete, un vescovo va dietro ai soldi, il popolo non lo ama e quello è un segno. E lui stesso finisce male. Paolo parla di questo: "Ho lavorato con le mie mani". Paolo non aveva un conto in banca, lavorava. E quando un vescovo, un prete va sulla strada della vanità, entra nello spirito del carrierismo, fa tanto male alla Chiesa". E alla fine diventa persino ridicolo, perché "si vanta, gli piace farsi vedere, tutto potente... E il popolo non ama quello! Vedete qual è la nostra difficoltà e anche le nostre tentazioni; perciò dovete pregare per noi, perché siamo poveri, perché siamo umili, miti, di servizio del popolo".
Il Pontefice ha rinnovato ai presenti l'invito a rileggere questa pagina di Vangelo per convincersi della necessità di pregare per "noi vescovi e per i preti. Ne abbiamo tanto bisogno per rimanere fedeli, per essere uomini che vegliano sul gregge e anche su noi stessi". E anche perché "il Signore ci difenda dalle tentazioni, perché se noi andiamo sulla strada delle ricchezze, se andiamo sulla strada della vanità, diventiamo lupi, E non pastori".
Con il Papa hanno concelebrato, fra gli altri, monsignor Ricardo Blázquez Pérez, arcivescovo di Valladolid, in Spagna, e il gesuita Andrzej Koprowski, direttore dei programmi della Radio Vaticana, presenti insieme con un gruppo di collaboratori dell'emittente.


(©L'Osservatore Romano 16 maggio 2013)
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