Non ho molto tempo libero per aggiornare questo blog, ma vorrei solo che tutti potessero conoscere l'Amore vero e scoprire l'Amore di Dio personale e fedele per ciascuno.
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lunedì 14 luglio 2014
lunedì 12 agosto 2013
domenica 4 agosto 2013
lunedì 29 luglio 2013
Le parole e i gesti di Papa Francesco
Semplice e moderno
di Cristian Martini Grimaldi
Ci si è stupiti in questi giorni nel vedere un Papa salire la scaletta dell'aereo tutto solo con la borsa. Qualcuno si è domandato come mai un Pontefice non abbia un collaboratore incaricato di portare il suo bagaglio a mano. C'è perfino chi fantasiosamente ha ipotizzato che Papa Francesco possa non fidarsi di consegnare a qualcuno il proprio bagaglio personale. Altri hanno pensato che il suo stile sia perfino studiato, quasi volesse impressionare l'occhio e il cuore di chi, in tempi di crisi, auspica maggiore sobrietà anche da parte della Chiesa.
Da quando il cardinale Bergoglio è stato eletto, parlare di sobrietà nei gesti e di semplicità nelle forme non dovrebbe essere più un fatto sorprendente. Il Pontefice ha già dato diversi segnali di gestione umile e semplice della routine quotidiana e non ci si dovrebbe più meravigliare. In ambito politico siamo talmente assuefatti a percepire il potere come qualcosa di distante e fuori dalla nostra portata che quando vediamo un leader compiere dei gesti simili ai nostri restiamo perplessi. Arriviamo perfino a nutrire il sospetto che possa esserci dell'affettata demagogia nel mostrare semplicità.
Per questo è bene ricordare ancora una volta che Jorge Mario Bergoglio è un uomo che ha modulato la propria esistenza e il proprio stile di vita su quelli degli emarginati di periferia, gli stessi che ha incontrato giovedì nella favela a Rio de Janeiro. Il portavoce della comunità di Varginha ha parlato di gente piccola, povera e dimenticata. E Papa Francesco ha ribadito che non bisogna mai stancarsi di lavorare per un mondo più giusto e solidale, e che "solidarietà" non deve essere una parola scomoda e dimenticata.
È proprio tra persone simili a quelle di Varginha che Bergoglio ha maturato la propria esperienza pastorale, viaggiando per anni a piedi e sui mezzi pubblici argentini e rifiutando un autista personale che normalmente viene utilizzato da chi ricopre certe cariche. La sua è dunque una formazione ricca di pragmatica vitalità. In altre parole, il Papa è un uomo che bada all'essenza delle cose. Per questo assegnare un compito così poco significativo come portare una valigetta a un collaboratore sarà stato da lui giudicato per quello che è: semplicemente superfluo. La naturale inclinazione di Papa Francesco verso tutto ciò che è strettamente necessario la si evince perfino dal formato conciso e breve dei suoi discorsi. Non è allora un caso che l'account twitter in spagnolo (@Pontifex_es) sia considerato il più influente tra quelli dei leader del mondo, e il primo con una media altissima di retweet. Le sue sintesi sono congeniali a questi strumenti tecnologici tarati sul ritmo frenetico della comunicazione odierna.
Ma il linguaggio del Pontefice è anche fatto di gesti simbolici: in Brasile l'uso di una semplice utilitaria negli spostamenti in mezzo a una folla eccitata dalla sua presenza è stato secondo alcuni un azzardo, ma per molti altri un gesto di grande generosità. Non si tratta di semplice retorica d'austerità, ma sono gesti e parole incarnati in uno stile le cui radici affondano proprio in quella terra del sud ricca di un cattolicesimo popolare senza eguali al mondo. E lo si è visto non solo nella favela carioca, ma in special modo a Lampedusa, durante il suo primo viaggio, quando Papa Francesco ha scelto il confronto faccia a faccia con gli ultimi della terra.
In questo modo il Pontefice ha anche trasformato la retorica terzomondista di ieri in una sfida oggi ineludibile e urgente all'ordine economico e politico globale: qualcosa che da molto tempo non era più nell'agenda di capi di Stato o di partito, e tanto meno al centro del dibattito pubblico. Ora invece la ricerca di soluzioni per la cura degli ultimi può davvero divenire un paradigma fecondo di promesse nelle strategie pure in ambito politico, se si vuole che l'elettorato non solo ascolti ma prenda sul serio promesse sempre troppo vincolate a un'evanescente contingenza.
Dopo la visita di Papa Francesco a Lampedusa la constatazione sull'ineluttabilità dell'esistenza dei poveri e degli ultimi della terra è diventata colpevole indifferenza. E dopo il viaggio in Brasile le promesse di riforma che non si incardinino in un'ottica di solidarietà e di condivisione saranno giudicate poco dignitose. Infine, la retorica di un mercato che tutto sa e tutto regola non vale più se nel sapere e nel regolare taglia fuori pezzi interi di umanità.
(©L'Osservatore Romano 28 luglio 2013)
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giovedì 16 maggio 2013
Messa del Papa a Santa Marta
I guai di san Paolo
Con la sua testimonianza di verità il cristiano deve "dar fastidio" alle "nostre strutture comode", anche a costo di finire "nei guai", perché animato da una "sana pazzia spirituale" per tutte "le periferie esistenziali". Sull'esempio di san Paolo, che passava "da una battaglia campale a un'altra", i credenti non devono rifugiarsi "in una vita tranquilla" o nei compromessi: oggi nella Chiesa ci sono troppo "cristiani da salotto, quelli educati", "tiepidi", per i quali va sempre "tutto bene", ma che non hanno dentro l'ardore apostolico. È un forte appello alla missione - non solo nelle terre lontane ma anche nelle città - quello che Papa Francesco ha lanciato stamani, giovedì 16 maggio, nella messa celebrata nella cappella della Domus Sanctae Marthae.
Punto di partenza della sua riflessione il passo degli Atti degli apostoli (22, 30; 23, 6-11) che vede protagonista appunto san Paolo nel pieno di una delle sue "battaglie campali". Ma stavolta, ha detto il Papa, è una battaglia "anche un po' iniziata da lui, con la sua furbizia. Quando si è accorto della divisione fra quelli che lo accusavano", tra sadducei e farisei, ha fatto in modo che andassero "uno contro l'altro. Ma tutta la vita di Paolo era di battaglia campale in battaglia campale, di persecuzione in persecuzione. Una vita con tante prove, perché anche il Signore aveva detto che questo sarebbe stato il suo destino"; un destino "con tante croci, ma lui va avanti; lui guarda il Signore e va avanti".
E "Paolo dà fastidio: è un uomo - ha spiegato il Pontefice - che con la sua predica, con il suo lavoro, con il suo atteggiamento dà fastidio perché proprio annuncia Gesù Cristo. E l'annuncio di Gesù Cristo alle nostre comodità, tante volte alle nostre strutture comode, anche cristiane, dà fastidio. Il Signore sempre vuole che noi andiamo più avanti, più avanti, più avanti". Vuole "che noi non ci rifugiamo in una vita tranquilla o nelle strutture caduche. E Paolo, predicando il Signore, dava fastidio. Ma lui andava avanti, perché aveva in sé quell'atteggiamento tanto cristiano che è lo zelo apostolico. Aveva proprio il fervore apostolico. Non era un uomo di compromesso. No! La verità: avanti! L'annuncio di Gesù Cristo: avanti! Ma questo non era soltanto per il suo temperamento: era un uomo focoso".
Tornando al racconto degli Atti, il Papa ha rilevato come "anche il Signore s'immischia" nella vicenda, "perché proprio dopo questa battaglia campale, la notte seguente, dice a Paolo: coraggio! Va' avanti, ancora di più! È proprio il Signore che lo spinge ad andare avanti: "Come hai testimoniato a Gerusalemme le cose che mi riguardano, così è necessario che tu dia testimonianza anche a Roma"". E, ha aggiunto il Papa, "fra parentesi, a me piace che il Signore si preoccupi di questa diocesi fin da quel tempo: siamo privilegiati!". "Lo zelo apostolico - ha quindi precisato - non è un entusiasmo per avere il potere, per avere qualcosa. È qualcosa che viene da dentro e che lo stesso Signore vuole da noi: cristiano con zelo apostolico. E da dove viene questo zelo apostolico? Viene dalla conoscenza di Gesù Cristo. Paolo ha trovato Gesù Cristo, ha incontrato Gesù Cristo, ma non con una conoscenza intellettuale, scientifica - è importante perché ci aiuta - ma con quella conoscenza prima, quella del cuore, dell'incontro personale. La conoscenza di Gesù che mi ha salvato e che è morto per me: quello proprio è il punto della conoscenza più profonda di Paolo. E quello lo spinge a andare avanti, annunciare Gesù".
Ecco allora che per Paolo "non ne finisce una che ne incomincia un'altra. È sempre nei guai, ma nei guai non per i guai, ma per Gesù: annunciando Gesù, le conseguenze sono queste! La conoscenza di Gesù Cristo fa che lui sia un uomo con questo fervore apostolico. È in questa Chiesa e pensa a quella, va in quella e poi torna a questa e va all'altra. E questa è una grazia. È un atteggiamento cristiano il fervore apostolico, lo zelo apostolico".
Papa Francesco ha poi fatto riferimento agli Exercitia spiritualia di sant'Ignazio di Loyola, suggerendo la domanda: "Ma se Cristo ha fatto questo per me, cosa devo fare io per Cristo?". E ha risposto: "Il fervore apostolico, lo zelo apostolico si capisce soltanto in un'atmosfera di amore: senza l'amore non si capisce perché lo zelo apostolico ha qualcosa di pazzia, ma di pazzia spirituale, di sana pazzia. E Paolo aveva questa sana pazzia".
"Chi custodisce proprio lo zelo apostolico - ha proseguito il Pontefice - è lo Spirito Santo; chi fa crescere lo zelo apostolico è lo Spirito Santo: ci dà quel fuoco dentro per andare avanti nell'annuncio di Gesù Cristo. Dobbiamo chiedere a lui la grazia dello zelo apostolico". E questo vale "non soltanto per i missionari, che sono tanto bravi. In questi giorni ho trovato alcuni: "Ah padre, è da sessant'anni che sono missionario nell'Amazzonia". Sessant'anni e avanti, avanti! Nella Chiesa adesso ce ne sono tanti e zelanti: uomini e donne che vanno avanti, che hanno questo fervore. Ma nella Chiesa ci sono anche cristiani tiepidi, con un certo tepore, che non sentono di andare avanti, sono buoni. Ci sono anche i cristiani da salotto. Quelli educati, tutto bene, ma non sanno fare figli alla Chiesa con l'annuncio e il fervore apostolico". Il Papa ha invocato quindi lo Spirito Santo perché "ci dia questo fervore apostolico a tutti noi; ci dia anche la grazia di dar fastidio alle cose che sono troppo tranquille nella Chiesa; la grazia di andare avanti verso le periferie esistenziali. La Chiesa ha tanto bisogno di questo! Non soltanto in terra lontana, nelle Chiese giovani, nei popoli che ancora non conoscono Gesù Cristo. Ma qui in città, in città proprio, hanno bisogno di questo annuncio di Gesù Cristo. Dunque chiediamo allo Spirito Santo questa grazia dello zelo apostolico: cristiani con zelo apostolico. E se diamo fastidio, benedetto sia il Signore. Avanti, come dice il Signore a Paolo: "Coraggio!"".
Hanno concelebrato, tra gli altri, il cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson e il vescovo Mario Toso, rispettivamente presidente e segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, monsignor Luigi Mistò, segretario dell'Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (Apsa), e il gesuita Hugo Guillermo Ortiz, responsabile dei programmi di lingua spagnola di Radio Vaticana. Tra i presenti, personale del dicastero Iustitia et Pax e un gruppo di dipendenti dell'emittente vaticana.
(©L'Osservatore Romano 17 maggio 2013)
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Messa del Papa a Santa Marta
Quando i pastori diventano lupi
Vescovi e preti che si lasciano vincere dalla tentazione del denaro e dalla vanità del carrierismo, da pastori si trasformano in lupi "che mangiano la carne delle loro stesse pecore". Non ha usato mezzi termini Papa Francesco per stigmatizzare il comportamento di chi - ha detto citando sant'Agostino - "prende la carne, per mangiarla, alla pecorella, si approfitta; fa negozi ed è attaccato ai soldi; diventa avaro e anche tante volte simoniaco. O se ne approfitta della lana per la vanità, per vantarsi".
Per superare queste "vere e proprie tentazioni" vescovi e sacerdoti devono pregare, ma hanno anche bisogno della preghiera dei fedeli. Quella che lo stesso Pontefice ha chiesto questa mattina, mercoledì 15 maggio, a quanti hanno partecipato alla celebrazione della messa nella cappella della Domus Sanctae Marthae. Il Santo Padre ha commentato le letture del giorno: la prima (Atti degli apostoli 20, 28-38) "è una delle pagine più belle del Nuovo Testamento" ha notato. Racconta del rapporto tra Paolo e i fedeli di Efeso, dunque del rapporto del vescovo con il suo popolo, "fatto di amore e di tenerezza". Di questo rapporto si parla anche nel Vangelo di Giovanni (17, 11-19), "dove ci sono alcune parole chiave", ha spiegato il Pontefice, che il Signore rivolge ai discepoli: "vegliate"; "custodite, custodite il popolo"; "edificate, difendete". E "Gesù dice al Padre: "consacra"". Sono parole e gesti che esprimono proprio un rapporto di protezione, di amore fra Dio e il pastore e fra il pastore e il popolo. "Questo - ha precisato il Papa - è un messaggio per noi vescovi, per i preti e per i sacerdoti. Gesù dice a noi: "Vegliate su voi stessi e su tutto il creato". Il vescovo e il prete devono vegliare, fare la veglia proprio sul suo popolo. Anche curare il suo popolo, farlo crescere. Anche fare sentinella per avvertirlo quando vengono i lupi".
Tutto ciò "indica un rapporto molto importante fra vescovo, prete e popolo di Dio. Alla fine un vescovo non è vescovo per se stesso, è per il popolo; e un prete non è prete per se stesso, è per il popolo". Un rapporto "molto bello" basato sull'amore reciproco. E "così la Chiesa diventa unita. Voi - ha chiesto ai fedeli - pensate sempre ai vescovi e ai preti, eh? Abbiamo bisogno delle vostre preghiere".
Del resto, ha precisato, il rapporto tra vescovi, preti e popolo di Dio non è fondato sulla solidarietà sociale, per cui "il vescovo, il prete è solidale col popolo: noi qui, voi là". Si tratta piuttosto di un "rapporto esistenziale", "sacramentale", come quello descritto nel Vangelo, nel quale "vescovo, preti e popolo si inginocchiano e pregano e piangono. E quella è la Chiesa unita! L'amore mutuo tra vescovo, prete e popolo. Noi abbiamo bisogno delle vostre preghiere per fare questo, perché anche il vescovo e il prete possono essere tentati".
Dunque, primo compito di un vescovo e di un prete "è pregare e predicare il Vangelo. Un vescovo, un prete deve pregare e tanto... Deve annunciare Gesù Cristo Risorto e tanto. Noi dobbiamo chiedere al Signore che custodisca proprio noi vescovi e i preti, perché possiamo pregare, intercedere, predicare con coraggio il messaggio di salvezza. Il Signore ci ha salvato! E lui è vivo fra noi"!
Ma "anche noi - ha aggiunto - siamo uomini e siamo peccatori": tutti possiamo essere peccatori "e siamo anche tentati. Quali sono le tentazioni del vescovo e del prete? Sant'Agostino, commentando il profeta Ezechiele, parla di due tentazioni: la ricchezza, che può diventare avarizia, e la vanità. E dice: "Quando il vescovo, il prete si approfitta delle pecore per se stesso, il movimento cambia: non è il prete, il vescovo per il popolo, ma il prete e il vescovo che prende dal popolo"". Sete e vanità: ecco le due tentazioni di cui parla sant'Agostino: "È la verità! Quando un prete, un vescovo va dietro ai soldi, il popolo non lo ama e quello è un segno. E lui stesso finisce male. Paolo parla di questo: "Ho lavorato con le mie mani". Paolo non aveva un conto in banca, lavorava. E quando un vescovo, un prete va sulla strada della vanità, entra nello spirito del carrierismo, fa tanto male alla Chiesa". E alla fine diventa persino ridicolo, perché "si vanta, gli piace farsi vedere, tutto potente... E il popolo non ama quello! Vedete qual è la nostra difficoltà e anche le nostre tentazioni; perciò dovete pregare per noi, perché siamo poveri, perché siamo umili, miti, di servizio del popolo".
Il Pontefice ha rinnovato ai presenti l'invito a rileggere questa pagina di Vangelo per convincersi della necessità di pregare per "noi vescovi e per i preti. Ne abbiamo tanto bisogno per rimanere fedeli, per essere uomini che vegliano sul gregge e anche su noi stessi". E anche perché "il Signore ci difenda dalle tentazioni, perché se noi andiamo sulla strada delle ricchezze, se andiamo sulla strada della vanità, diventiamo lupi, E non pastori".
Con il Papa hanno concelebrato, fra gli altri, monsignor Ricardo Blázquez Pérez, arcivescovo di Valladolid, in Spagna, e il gesuita Andrzej Koprowski, direttore dei programmi della Radio Vaticana, presenti insieme con un gruppo di collaboratori dell'emittente.
(©L'Osservatore Romano 16 maggio 2013)
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martedì 12 febbraio 2013
L'annuncio al termine del Concistoro ordinario pubblico tenuto lunedì mattina
La sede vacante a partire dalle ore 20 del prossimo 28 febbraio
Pubblichiamo le parole con cui Benedetto XVI, al termine del Concistoro ordinario pubblico tenuto lunedì mattina, 11 febbraio, nella Sala del Concistoro del Palazzo Apostolico, ha annunciato la decisione di "rinunciare al minstero di vescovo di Roma".Carissimi Fratelli,
vi ho convocati a questo Concistoro non solo per le tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa. Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l'età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell'animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato. Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20,00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l'elezione del nuovo Sommo Pontefice.
Carissimi Fratelli, vi ringrazio di vero cuore per tutto l'amore e il lavoro con cui avete portato con me il peso del mio ministero, e chiedo perdono per tutti i miei difetti. Ora, affidiamo la Santa Chiesa alla cura del suo Sommo Pastore, Nostro Signore Gesù Cristo, e imploriamo la sua santa Madre Maria, affinché assista con la sua bontà materna i Padri Cardinali nell'eleggere il nuovo Sommo Pontefice. Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio.Dal Vaticano, 10 febbraio 2013
BENEDETTO PP. XVI
(©L'Osservatore Romano 11-12 febbraio 2013)
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