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giovedì 16 maggio 2013

Messa del Papa a Santa Marta


                      I guai di san Paolo


Con la sua testimonianza di verità il cristiano deve "dar fastidio" alle "nostre strutture comode", anche a costo di finire "nei guai", perché animato da una "sana pazzia spirituale" per tutte "le periferie esistenziali". Sull'esempio di san Paolo, che passava "da una battaglia campale a un'altra", i credenti non devono rifugiarsi "in una vita tranquilla" o nei compromessi: oggi nella Chiesa ci sono troppo "cristiani da salotto, quelli educati", "tiepidi", per i quali va sempre "tutto bene", ma che non hanno dentro l'ardore apostolico. È un forte appello alla missione - non solo nelle terre lontane ma anche nelle città - quello che Papa Francesco ha lanciato stamani, giovedì 16 maggio, nella messa celebrata nella cappella della Domus Sanctae Marthae.
Punto di partenza della sua riflessione il passo degli Atti degli apostoli (22, 30; 23, 6-11) che vede protagonista appunto san Paolo nel pieno di una delle sue "battaglie campali". Ma stavolta, ha detto il Papa, è una battaglia "anche un po' iniziata da lui, con la sua furbizia. Quando si è accorto della divisione fra quelli che lo accusavano", tra sadducei e farisei, ha fatto in modo che andassero "uno contro l'altro. Ma tutta la vita di Paolo era di battaglia campale in battaglia campale, di persecuzione in persecuzione. Una vita con tante prove, perché anche il Signore aveva detto che questo sarebbe stato il suo destino"; un destino "con tante croci, ma lui va avanti; lui guarda il Signore e va avanti".
E "Paolo dà fastidio: è un uomo - ha spiegato il Pontefice - che con la sua predica, con il suo lavoro, con il suo atteggiamento dà fastidio perché proprio annuncia Gesù Cristo. E l'annuncio di Gesù Cristo alle nostre comodità, tante volte alle nostre strutture comode, anche cristiane, dà fastidio. Il Signore sempre vuole che noi andiamo più avanti, più avanti, più avanti". Vuole "che noi non ci rifugiamo in una vita tranquilla o nelle strutture caduche. E Paolo, predicando il Signore, dava fastidio. Ma lui andava avanti, perché aveva in sé quell'atteggiamento tanto cristiano che è lo zelo apostolico. Aveva proprio il fervore apostolico. Non era un uomo di compromesso. No! La verità: avanti! L'annuncio di Gesù Cristo: avanti! Ma questo non era soltanto per il suo temperamento: era un uomo focoso".
Tornando al racconto degli Atti, il Papa ha rilevato come "anche il Signore s'immischia" nella vicenda, "perché proprio dopo questa battaglia campale, la notte seguente, dice a Paolo: coraggio! Va' avanti, ancora di più! È proprio il Signore che lo spinge ad andare avanti: "Come hai testimoniato a Gerusalemme le cose che mi riguardano, così è necessario che tu dia testimonianza anche a Roma"". E, ha aggiunto il Papa, "fra parentesi, a me piace che il Signore si preoccupi di questa diocesi fin da quel tempo: siamo privilegiati!". "Lo zelo apostolico - ha quindi precisato - non è un entusiasmo per avere il potere, per avere qualcosa. È qualcosa che viene da dentro e che lo stesso Signore vuole da noi: cristiano con zelo apostolico. E da dove viene questo zelo apostolico? Viene dalla conoscenza di Gesù Cristo. Paolo ha trovato Gesù Cristo, ha incontrato Gesù Cristo, ma non con una conoscenza intellettuale, scientifica - è importante perché ci aiuta - ma con quella conoscenza prima, quella del cuore, dell'incontro personale. La conoscenza di Gesù che mi ha salvato e che è morto per me: quello proprio è il punto della conoscenza più profonda di Paolo. E quello lo spinge a andare avanti, annunciare Gesù".
Ecco allora che per Paolo "non ne finisce una che ne incomincia un'altra. È sempre nei guai, ma nei guai non per i guai, ma per Gesù: annunciando Gesù, le conseguenze sono queste! La conoscenza di Gesù Cristo fa che lui sia un uomo con questo fervore apostolico. È in questa Chiesa e pensa a quella, va in quella e poi torna a questa e va all'altra. E questa è una grazia. È un atteggiamento cristiano il fervore apostolico, lo zelo apostolico".
Papa Francesco ha poi fatto riferimento agli Exercitia spiritualia di sant'Ignazio di Loyola, suggerendo la domanda: "Ma se Cristo ha fatto questo per me, cosa devo fare io per Cristo?". E ha risposto: "Il fervore apostolico, lo zelo apostolico si capisce soltanto in un'atmosfera di amore: senza l'amore non si capisce perché lo zelo apostolico ha qualcosa di pazzia, ma di pazzia spirituale, di sana pazzia. E Paolo aveva questa sana pazzia".
"Chi custodisce proprio lo zelo apostolico - ha proseguito il Pontefice - è lo Spirito Santo; chi fa crescere lo zelo apostolico è lo Spirito Santo: ci dà quel fuoco dentro per andare avanti nell'annuncio di Gesù Cristo. Dobbiamo chiedere a lui la grazia dello zelo apostolico". E questo vale "non soltanto per i missionari, che sono tanto bravi. In questi giorni ho trovato alcuni: "Ah padre, è da sessant'anni che sono missionario nell'Amazzonia". Sessant'anni e avanti, avanti! Nella Chiesa adesso ce ne sono tanti e zelanti: uomini e donne che vanno avanti, che hanno questo fervore. Ma nella Chiesa ci sono anche cristiani tiepidi, con un certo tepore, che non sentono di andare avanti, sono buoni. Ci sono anche i cristiani da salotto. Quelli educati, tutto bene, ma non sanno fare figli alla Chiesa con l'annuncio e il fervore apostolico". Il Papa ha invocato quindi lo Spirito Santo perché "ci dia questo fervore apostolico a tutti noi; ci dia anche la grazia di dar fastidio alle cose che sono troppo tranquille nella Chiesa; la grazia di andare avanti verso le periferie esistenziali. La Chiesa ha tanto bisogno di questo! Non soltanto in terra lontana, nelle Chiese giovani, nei popoli che ancora non conoscono Gesù Cristo. Ma qui in città, in città proprio, hanno bisogno di questo annuncio di Gesù Cristo. Dunque chiediamo allo Spirito Santo questa grazia dello zelo apostolico: cristiani con zelo apostolico. E se diamo fastidio, benedetto sia il Signore. Avanti, come dice il Signore a Paolo: "Coraggio!"".
Hanno concelebrato, tra gli altri, il cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson e il vescovo Mario Toso, rispettivamente presidente e segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, monsignor Luigi Mistò, segretario dell'Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (Apsa), e il gesuita Hugo Guillermo Ortiz, responsabile dei programmi di lingua spagnola di Radio Vaticana. Tra i presenti, personale del dicastero Iustitia et Pax e un gruppo di dipendenti dell'emittente vaticana.


(©L'Osservatore Romano 17 maggio 2013)

giovedì 13 dicembre 2012

Il Papa invita a vivere l'Avvento riprendendo in mano la Bibbia


Alla ricerca dei segni di Dio
in un mondo distratto

Primo tweet lanciato da Benedetto XVI al termine dell'udienza generale nell'Aula Paolo VI
 
"Cari amici, è con gioia che mi unisco a voi via Twitter. Grazie per la vostra generosa risposta. Vi benedico tutti di cuore".Al termine dell'udienza generale di mercoledì mattina, 12 dicembre, da un tablet offertogli da quattro giovani, Benedetto XVI ha lanciato il suo primo "cinguettio" nella rete dall'account @pontifex, dove i followers sono già più di un milione.
Un gesto spiegato indirettamente durante la catechesi, quando il Pontefice ha sottolineato che "Dio non si è tolto dal mondo, non è assente, ma ci viene incontro in diversi modi, che dobbiamo imparare a discernere". E tra i gli spazi in cui è possibile scorgere i segni della presenza di Dio nel mondo ci sono anche i nuovi strumenti che la tecnologia mette a disposizione per comunicare, soprattutto nell'ambiente dei giovani.
Nella sua riflessione, tutta dedicata al tempo dell'Avvento, il Papa era partito dalla premessa che Dio manifesta il suo volto in Gesù di Nazaret e chiede la decisione dell'uomo di riconoscerlo e di seguirlo: "Il rivelarsi di Dio nella storia - ha detto in proposito - per entrare in rapporto di dialogo d'amore con l'uomo, dona un senso nuovo all'intero cammino umano". E in tal modo "la storia non è un semplice succedersi di secoli, ma il tempo di una presenza che apre a una solida speranza". Da qui l'invito di Benedetto XVI, soprattutto in questo Anno della fede, a riprendere "in mano sempre più spesso la Bibbia per leggerla e meditarla, e a prestare maggiore attenzione alle Letture della messa domenicale". Del resto, per i cristiani la parola Avvento "indica una realtà meravigliosa e sconvolgente: Dio ha varcato il suo Cielo e si è chinato sull'uomo; ha stretto alleanza con lui entrando nella storia". Ecco allora che il tempo liturgico in preparazione al Natale "ci ricorda sempre di nuovo" questa presenza divina nelle vicende umane; perciò anche noi "con la nostra fede, la nostra speranza e la nostra carità, siamo chiamati ogni giorno a scorgere e a testimoniare questa presenza, nel mondo spesso superficiale e distratto".


(©L'Osservatore Romano 13 dicembre 2012)

sabato 1 dicembre 2012


              Dichiarazione della Santa Sede


Oggi l'Assemblea Generale ha approvato a maggioranza la Risoluzione con cui la Palestina è diventata Stato Osservatore non membro delle Nazioni Unite.

     1. La Santa Sede ha seguito direttamente e con partecipazione i passi che hanno condotto a questa importante decisione, sforzandosi di rimanere al di sopra delle parti e di agire in linea con la propria natura religiosa e la missione universale che la caratterizza, nonché in considerazione della sua attenzione specifica alla dimensione etica delle problematiche internazionali.
     2. La Santa Sede ritiene inoltre che la votazione odierna debba essere inquadrata nei tentativi di dare una soluzione definitiva, con il sostegno della comunità internazionale, alla questione già affrontata con la Risoluzione 181 del 29 novembre 1947 dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Tale documento pose la base giuridica per l'esistenza di due Stati, uno dei quali non è stato costituito nei successivi sessantacinque anni, mentre l'altro ha già visto la luce.
     3. Il 15 maggio 2009, partendo dall'aeroporto internazionale di Tel Aviv, al termine del Suo pellegrinaggio in Terra Santa, il Sommo Pontefice Benedetto XVI si espresse come segue: Non più spargimento di sangue! Non più scontri! Non più terrorismo! Non più guerra! Rompiamo invece il circolo vizioso della violenza. Possa instaurarsi una pace duratura basata sulla giustizia, vi sia vera riconciliazione e risanamento. Sia universalmente riconosciuto che lo Stato di Israele ha il diritto di esistere e di godere pace e sicurezza entro confini internazionalmente riconosciuti. Sia ugualmente riconosciuto che il Popolo palestinese ha il diritto a una patria indipendente sovrana, a vivere con dignità e a viaggiare liberamente. Che la "two-state solution" (la soluzione di due Stati) divenga realtà e non rimanga un sogno.
     4. Sulla scia di tale appello, l'Ecc.mo Segretario per i Rapporti con gli Stati, Mons. Dominique Mamberti, intervenendo davanti all'Assemblea Generale del 2011, ha auspicato che gli Organi competenti delle Nazioni Unite adottassero una decisione che aiutasse a dare concreta attuazione a detto obiettivo.
     5. La votazione odierna manifesta il sentire della maggioranza della comunità internazionale e riconosce una presenza più significativa ai Palestinesi in seno alle Nazioni Unite. In pari tempo, è convinzione della Santa Sede che tale risultato non costituisca, di per sé, una soluzione sufficiente ai problemi esistenti nella Regione: ad essi, infatti, si potrà rispondere adeguatamente solo impegnandosi effettivamente a costruire la pace e la stabilità nella giustizia e nel rispetto delle legittime aspirazioni, tanto degli Israeliani quanto dei Palestinesi.
     6. Perciò la Santa Sede, a più riprese, ha invitato i responsabili dei due Popoli a riprendere i negoziati in buona fede e ad evitare di compiere azioni o di porre condizioni che contraddicano le dichiarazioni di buona volontà e la sincera ricerca di soluzioni che divengano fondamenta sicure di una pace duratura. Inoltre, la Santa Sede ha rivolto un pressante appello alla Comunità internazionale ad accrescere il proprio impegno e ad incentivare la propria creatività, per adottare adeguate iniziative che aiutino a raggiungere una pace duratura, nel rispetto dei diritti degli Israeliani e dei Palestinesi. La pace ha bisogno di decisioni coraggiose!
     7. Considerato l'esito della votazione odierna all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite e per incoraggiare la comunità internazionale, ed in particolare le Parti più direttamente interessate, ad un'azione incisiva in vista dei succitati obiettivi - la Santa Sede accoglie con favore la decisione dell'Assemblea Generale, con la quale la Palestina è diventata Stato Osservatore non membro delle Nazioni Unite. L'occasione è propizia per ricordare anche la posizione comune che la Santa Sede e l'OLP hanno espresso nel loro Basic Agreement del 15 febbraio 2000, volta a sostenere il riconoscimento di uno statuto speciale internazionalmente garantito per la città di Gerusalemme, ai fini in particolare di preservare la libertà di religione e di coscienza, l'identità e il carattere di Gerusalemme quale Città Santa, e il rispetto e l'accesso ai Luoghi Santi situati in essa.


(©L'Osservatore Romano 1º dicembre 2012)

mercoledì 6 agosto 2008

OMAGGIO A PAOLO VI

Il 30 giugno 1968 - a conclusione dell'"Anno della Fede" e nel XIX centenario del martirio degli Apostoli Pietro e Paolo - davanti alla basilica di San Pietro, Paolo VI pronunciò una solenne professione di fede che pubblichiamo integralmente.



Venerati fratelli e diletti figli, con questa solenne Liturgia Noi concludiamo la celebrazione del XIX centenario del martirio dei santi Apostoli Pietro e Paolo, e diamo così all'"Anno della Fede" il suo coronamento:  l'avevamo dedicato alla commemorazione dei santi Apostoli per attestare il Nostro incrollabile proposito di fedeltà al Deposito della fede (cfr. 1 Timoteo, 6, 20) che essi ci hanno trasmesso, e per rafforzare il Nostro desiderio di farne sostanza di vita nella situazione storica, in cui si trova la Chiesa pellegrina nel mondo.

Noi sentiamo pertanto il dovere di ringraziare pubblicamente tutti coloro, che hanno risposto al Nostro invito, conferendo all'"Anno della Fede" una splendida pienezza, con l'approfondimento della loro personale adesione alla Parola di Dio, con la rinnovazione della professione di fede nelle varie comunità, e con la testimonianza di una vita veramente cristiana. Ai Nostri Fratelli nell'Episcopato, in modo particolare, e a tutti i fedeli della santa Chiesa cattolica, Noi esprimiamo la Nostra riconoscenza e impartiamo la Nostra Benedizione.

Al tempo stesso, Ci sembra che a Noi incomba il dovere di adempiere il mandato, affidato da Cristo a Pietro, di cui siamo il successore, sebbene l'ultimo per merito, di confermare cioè nella fede i nostri fratelli (cfr. Luca, 22, 32). Consapevoli, senza dubbio, della Nostra umana debolezza, ma pure con tutta la forza che un tale mandato imprime nel Nostro spirito, Noi Ci accingiamo pertanto a fare una professione di fede, a pronunciare un Credo che, senza essere una definizione dogmatica propriamente detta, e pur con qualche sviluppo, richiesto dalle condizioni spirituali del nostro tempo, riprende sostanzialmente il Credo di Nicea, il Credo dell'immortale Tradizione della santa Chiesa di Dio.

Nel far questo, Noi siamo coscienti dell'inquietudine, che agita alcuni ambienti moderni in relazione alla fede. Essi non si sottraggono all'influsso di un mondo in profonda trasformazione, nel quale un così gran numero di certezze sono messe in contestazione o in discussione. Vediamo anche dei cattolici che si lasciano prendere da una specie di passione per i cambiamenti e le novità. Senza dubbio la Chiesa ha costantemente il dovere di proseguire nello sforzo di approfondire e presentare, in modo sempre più confacente alle generazioni che si succedono, gli imperscrutabili misteri di Dio, fecondi per tutti di frutti di salvezza. Ma al tempo stesso, pur nell'adempimento dell'indispensabile dovere di indagine, è necessario avere la massima cura di non intaccare gli insegnamenti della dottrina cristiana. Perché ciò vorrebbe dire - come purtroppo oggi spesso avviene - ingenerare turbamento e perplessità in molte anime fedeli.

A tale proposito occorre ricordare che al di là del dato osservabile, scientificamente verificato, l'intelligenza dataci da Dio raggiunge la realtà (ciò che è), e non soltanto l'espressione soggettiva delle strutture e dell'evoluzione della coscienza; e che d'altra parte, il compito dell'interpretazione - dell'ermeneutica - è di cercare di comprendere e di enucleare, nel rispetto della parola pronunciata, il significato di cui un testo è espressione, e non di ricreare in qualche modo questo stesso significato secondo l'estro di ipotesi arbitrarie.

Ma, soprattutto, Noi mettiamo la nostra incrollabile fiducia nello Spirito Santo, anima della Chiesa, e nella fede teologale su cui si fonda la vita del corpo mistico. Noi sappiamo che le anime attendono la parola del Vicario di Cristo, e Noi veniamo incontro a questa attesa con le istruzioni che normalmente amiamo dare. Ma oggi Ci si offre l'occasione di pronunciare una parola più solenne.

In questo giorno, scelto per la conclusione dell'anno della fede, in questa festa dei beati Apostoli Pietro e Paolo, Noi abbiamo voluto offrire al Dio vivente l'omaggio di una professione di fede. E come una volta a Cesarea di Filippo l'Apostolo Pietro prese la parola a nome dei dodici per confessare veramente, al di là delle umane opinioni, Cristo Figlio di Dio vivente, così oggi il suo umile Successore, Pastore della Chiesa universale, eleva la sua voce per rendere, in nome di tutto il Popolo di Dio, una ferma testimonianza alla Verità divina, affidata alla Chiesa, perché essa ne dia l'annunzio a tutte le genti.

Noi abbiamo voluto che la Nostra professione di fede fosse sufficientemente completa ed esplicita, per rispondere in misura appropriata al bisogno di luce, sentito da così gran numero di anime fedeli, come da tutti coloro che nel mondo, a qualunque famiglia spirituale appartengano, sono in cerca della Verità.

A gloria di Dio beatissimo e di Nostro Signore Gesù Cristo, fiduciosi nell'aiuto della Beata Vergine Maria e dei santi Apostoli Pietro e Paolo, per il bene e l'edificazione della Chiesa, a nome di tutti i Pastori e di tutti i fedeli, Noi ora pronunciamo questa professione di fede, in piena comunione spirituale con tutti voi, Fratelli e Figli carissimi.



 


Professione di fede


Noi crediamo in un solo Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, creatore delle cose visibili, come questo mondo ove trascorre la nostra vita fuggevole, delle cose invisibili quali sono i puri spiriti, chiamati altresì angeli (cfr. Conc. Vat. i, Cost. dogm. Dei Filius:  Dz.-Sch. 3002), e Creatore in ciascun uomo dell'anima spirituale e immortale (cfr. Encicl. Humani generis, AAS 42, 1950, p. 575; Conc. Lateran. v, Dz.-Sch. 1440-1441).

Noi crediamo che questo unico Dio è assolutamente uno nella sua essenza infinitamente santa come in tutte le sue perfezioni:  nella sua onnipotenza, nella sua scienza infinita, nella sua provvidenza, nella sua volontà e nel suo amore. Egli è Colui che è, com'egli stesso ha rivelato a Mosè (cfr. Esodo, 3, 14); e egli è Amore, come ci insegna l'Apostolo Giovanni (cfr. 1 Giovanni, 4, 8):  cosicché questi due nomi, Essere e Amore, esprimono ineffabilmente la stessa realtà divina di colui, che ha voluto darsi a conoscere a noi, e che "abitando in una luce inaccessibile" (cfr. 1 Timoteo, 6, 16) è in se stesso al di sopra di ogni nome, di tutte le cose e di ogni intelligenza creata. Dio solo può darci la conoscenza giusta e piena di se stesso, rivelandosi come Padre, Figlio e Spirito Santo, alla cui eterna vita noi siamo chiamati per grazia di Lui a partecipare, quaggiù nell'oscurità della fede e, oltre la morte, nella luce perpetua, l'eterna vita. I mutui vincoli, che costituiscono eternamente le tre Persone, le quali sono ciascuna l'unico e identico Essere divino, sono la beata vita intima di Dio tre volte santo, infinitamente al di là di tutto ciò che noi possiamo concepire secondo l'umana misura (cfr. Conc. Vat. i, Cost. dogm. Dei Filius:  Dz.-Sch. 3016). Intanto rendiamo grazie alla bontà divina per il fatto che moltissimi credenti possono attestare con noi, davanti agli uomini, l'Unità di Dio, pur non conoscendo il mistero della Santissima Trinità.

Noi dunque crediamo al Padre che genera eternamente il Figlio; al Figlio, Verbo di Dio, che è eternamente generato; allo Spirito Santo, Persona increata che procede dal Padre e dal Figlio come loro eterno Amore. In tal modo, nelle tre Persone divine, coeternae sibi et coaequales (Symbolum Quicumque:  Dz.-Sch. 75), sovrabbondano e si consumano, nella sovreccellenza e nella gloria proprie dell'Essere increato, la vita e la beatitudine di Dio perfettamente uno; e sempre "deve essere venerata l'Unità nella Trinità e la Trinità nell'Unità" (ibid.).

Noi crediamo in Nostro Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio. Egli è il Verbo eterno, nato dal Padre prima di tutti i secoli, e al Padre consustanziale, homoúsios to Patri; e per mezzo di Lui tutto è stato fatto. Egli si è incarnato per opera dello Spirito Santo nel seno della Vergine Maria, e si è fatto uomo:  eguale pertanto al Padre secondo la divinità, e inferiore al Padre secondo l'umanità (ibid., n. 76), ed egli stesso uno, non per una qualche impossibile confusione delle nature, ma per l'unità della persona (ibid.).

Egli ha dimorato in mezzo a noi, pieno di grazia e di verità. Egli ha annunciato e instaurato il Regno di Dio, e in sé ci ha fatto conoscere il Padre. Egli ci ha dato il suo comandamento nuovo, di amarci gli uni gli altri com'egli ci ha amato. Ci ha insegnato la via delle Beatitudini del Vangelo:  povertà in spirito, mitezza, dolore sopportato nella pazienza, sete della giustizia, misericordia, purezza di cuore, volontà di pace, persecuzione sofferta per la giustizia. Egli ha patito sotto Ponzio Pilato, Agnello di Dio che porta sopra di sé i peccati del mondo, ed è morto per noi sulla Croce, salvandoci col suo sangue redentore. Egli è stato sepolto e, per suo proprio potere, è risorto nel terzo giorno, elevandoci con la sua Risurrezione alla partecipazione della vita divina, che è la vita della grazia. Egli è salito al cielo, e verrà nuovamente, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti, ciascuno secondo i propri meriti; sicché andranno alla vita eterna coloro che hanno risposto all'Amore e alla Misericordia di Dio, e andranno nel fuoco inestinguibile coloro che fino all'ultimo vi hanno opposto il loro rifiuto.

E il suo Regno non avrà fine.

Noi crediamo nello Spirito Santo, che è Signore e dona la vita; che è adorato e glorificato col Padre e col Figlio. Egli ci ha parlato per mezzo dei Profeti, ci è stato inviato da Cristo dopo la sua resurrezione e la sua ascensione al Padre; egli illumina, vivifica, protegge e guida la Chiesa, ne purifica i membri, purché non si sottraggano alla sua grazia. La sua azione, che penetra nell'intimo dell'anima, rende l'uomo  capace  di  rispondere  all'invito di Gesù:  "Siate perfetti com'è perfetto il Padre vostro celeste" (cfr. Matteo, 5, 48).

Noi crediamo che Maria è la Madre, rimasta sempre Vergine, del Verbo Incarnato, nostro Dio e Salvatore Gesù Cristo (cfr. Conc. di Efeso:  Dz.-Sch. 251-252), e che, a motivo di questa singolare elezione, essa, in considerazione dei meriti di suo Figlio, è stata redenta in modo più eminente (cfr. Conc. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium, n. 53), preservata da ogni macchia del peccato originale (cfr. Pio ix, Bolla Ineffabilis Deus, Acta, parte i, vol. i, 616) e colmata del dono della grazia più che tutte le altre creature (cfr. Lumen gentium, n. 53).

Associata ai misteri della Incarnazione e della Redenzione con un vincolo stretto e indissolubile (cfr. ibid., nn. 53, 58, 61), la Vergine Santissima, l'Immacolata, al termine della sua vita terrena è stata elevata in corpo e anima alla gloria celeste (cfr. Cost. ap. Munificentissimus Deus:  AAS 42, 1950, p. 770) e configurata a suo Figlio risorto, anticipando la sorte futura di tutti i giusti; e noi crediamo che la Madre Santissima di Dio, nuova Eva, Madre della Chiesa (cfr. Lumen gentium, nn. 53, 56, 61, 63; Paolo VI, Discorso per la chiusura del terzo periodo del Concilio Vaticano II:  AAS 56, 1964, p. 1016; Esort. Ap. Signum magnum:  AAS 59, 1967, pp. 465 e 467), continua in cielo il suo ufficio materno riguardo ai membri di Cristo, cooperando alla nascita e allo sviluppo della vita divina nelle anime dei redenti (cfr. Lumen gentium, n. 62; Paolo VI, Esort. Ap. Signum magnum:  AAS 59, 1967, p. 468).

Noi crediamo che in Adamo tutti hanno peccato:  il che significa che la colpa originale da lui commessa ha fatto cadere la natura umana, comune a tutti gli uomini, in uno stato in cui essa porta le conseguenze di quella colpa, e che non è più lo stato in cui si trovava all'inizio nei nostri progenitori, costituiti nella santità e nella giustizia, e in cui l'uomo non conosceva né il male né la morte. È la natura umana così decaduta, spogliata della grazia che la rivestiva, ferita nelle sue proprie forze naturali e sottomessa al dominio della morte, che viene trasmessa a tutti gli uomini; ed è in tal senso che ciascun uomo nasce nel peccato. Noi dunque professiamo, col Concilio di Trento, che il peccato originale viene trasmesso con la natura umana, "non per imitazione, ma per propagazione", e che esso è "proprio a ciascuno" (cfr. Conc. di Trento, Sess. v, Decr. De pecc. orig.:  Dz.-Sch. 1513).

Noi crediamo che Nostro Signor Gesù Cristo mediante il Sacrificio della Croce ci ha riscattati dal peccato originale e da tutti i peccati personali commessi da ciascuno di noi, in maniera tale che, secondo la parola dell'Apostolo, "là dove aveva abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia" (Romani, 5, 20).

Noi crediamo in un solo battesimo, istituito da Nostro Signor Gesù Cristo per la remissione dei peccati. Il battesimo deve essere amministrato anche ai bambini che non hanno ancor potuto rendersi colpevoli di alcun peccato personale, affinché essi, nati privi della grazia soprannaturale, rinascano "dall'acqua e dallo Spirito Santo" alla vita divina in Gesù Cristo (cfr. Conc. di Trento, ibid.:  Dz.-Sch. 1514).

Noi crediamo nella Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica, edificata da Gesù Cristo sopra questa pietra, che è Pietro. Essa è il Corpo mistico di Cristo, insieme società visibile, costituita di organi gerarchici, e comunità spirituale; essa è la Chiesa terrestre, Popolo di Dio pellegrinante quaggiù, e la Chiesa ricolma dei beni celesti; essa è il germe e la primizia del Regno di Dio, per mezzo del quale continuano, nella trama della storia umana, l'opera e i dolori della Redenzione, e che aspira al suo compimento perfetto al di là del tempo, nella gloria (cfr. Lumen gentium, nn. 8 e 5). Nel corso del tempo, il Signore Gesù forma la sua Chiesa mediante i Sacramenti, che emanano dalla sua pienezza (cfr. ibid., nn. 7, 11). È con essi che la Chiesa rende i propri membri partecipi del mistero della Morte e della Risurrezione di Cristo, nella grazia dello Spirito Santo, che le dona vita e azione (cfr. Conc. Vat.II , Cost. Sacrosanctum concilium, nn. 5, 6; Lumen gentium, nn. 7, 12, 50). Essa è dunque santa, pur comprendendo nel suo seno dei peccatori, giacché essa non possiede altra vita se non quella della grazia:  appunto vivendo della sua vita, i suoi membri si santificano, come, sottraendosi alla sua vita, cadono nei peccati e nei disordini, che impediscono l'irradiazione della sua santità. Perciò la Chiesa soffre e fa penitenza per tali peccati, da cui ha il potere di guarire i suoi figli con il Sangue di Cristo ed il dono dello Spirito Santo.

Erede delle promesse divine e figlia di Abramo secondo lo spirito, per mezzo di quell'Israele di cui custodisce con amore le Scritture e venera i Patriarchi e i Profeti; fondata sugli Apostoli e trasmettitrice, di secolo in secolo, della loro parola sempre viva e dei loro poteri di Pastori nel Successore di Pietro e nei Vescovi in comunione con lui; costantemente assistita dallo Spirito Santo, la Chiesa ha la missione di custodire, insegnare, spiegare e diffondere la verità, che Dio ha manifestato in una maniera ancora velata per mezzo dei Profeti e pienamente per mezzo del Signore Gesù. Noi crediamo tutto ciò che è contenuto nella Parola di Dio, scritta o tramandata, e che la Chiesa propone a credere come divinamente rivelata sia con un giudizio solenne, sia con il magistero ordinario e universale (cfr. Conc. Vat. i, Cost. Dei Filius:  Dz.-Sch. 3011). Noi crediamo nell'infallibilità, di cui fruisce il Successore di Pietro, quando insegna ex cathedra (cfr. ibid., Cost. Pastor aeternus:  Dz.-Sch. 3074) come Pastore e Dottore di tutti i fedeli, e di cui è dotato altresì il Collegio dei Vescovi, quando esercita con lui il magistero supremo (cfr. Lumen gentium, n. 25).

Noi crediamo che la Chiesa, che Gesù ha fondato e per la quale ha pregato, è indefettibilmente una nella fede, nel culto e nel vincolo della comunione gerarchica (cfr. ibid., nn. 8, 18-23; Decr. Unitatis redintegratio, n. 2). Nel seno di questa Chiesa, sia la ricca varietà dei riti liturgici, sia la legittima diversità dei patrimoni teologici e spirituali e delle discipline particolari lungi dal nuocere alla sua unità, la mettono in maggiore evidenza (cfr. Lumen gentium, n. 23; Decr. Orientalium Ecclesiarum, nn. 2, 3, 5, 6).

Riconoscendo poi, al di fuori dell'organismo della Chiesa di Cristo, l'esistenza di numerosi elementi di verità e di santificazione che le appartengono in proprio e tendono all'unità cattolica (cfr. Lumen gentium, n. 8), e credendo all'azione dello Spirito Santo che nel cuore dei discepoli di Cristo suscita l'amore per tale unità (cfr. ibid. n. 15), noi nutriamo speranza che i cristiani, i quali non sono ancora nella piena comunione con l'unica Chiesa, si riuniranno un giorno in un solo gregge con un solo Pastore.

Noi crediamo che la Chiesa è necessaria alla salvezza, perché Cristo, che è il solo Mediatore e la sola via di salvezza, si rende presente per noi nel suo Corpo, che è la Chiesa (cfr. ibid. n. 14). Ma il disegno divino della salvezza abbraccia tutti gli uomini:  e coloro che, senza propria colpa, ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa, ma cercano sinceramente Dio e sotto l'influsso della sua grazia si sforzano di compiere la sua volontà riconosciuta nei dettami della loro coscienza, anch'essi, in un numero che Dio solo conosce, possono conseguire la salvezza (cfr. ibid. n. 16).

Noi crediamo che la messa, celebrata dal sacerdote che rappresenta la persona di Cristo in virtù del potere ricevuto nel sacramento dell'Ordine, e da lui offerta nel nome di Cristo e di membri del suo Corpo mistico, è il sacrificio del Calvario reso sacramentalmente presente sui nostri altari. Noi crediamo che, come il pane e il vino consacrati dal Signore nell'Ultima Cena sono stati convertiti nel suo Corpo e nel suo Sangue che di lì a poco sarebbero stati offerti per noi sulla Croce, allo stesso modo il pane e il vino consacrati dal sacerdote sono convertiti nel Corpo e nel Sangue di Cristo gloriosamente regnante nel cielo; e crediamo che la misteriosa presenza del Signore, sotto quello che continua ad apparire come prima ai nostri sensi, è una presenza vera, reale e sostanziale (cfr. Conc. di Trento, Sess. XIII, Decr. De Eucharistia:  Dz.-Sch. 1651).

Pertanto Cristo non può essere presente in questo Sacramento se non mediante la conversione nel suo Corpo della realtà stessa del pane e mediante la conversione nel suo Sangue della realtà stessa del vino, mentre rimangono immutate soltanto le proprietà del pane e del vino percepite dai nostri sensi. Tale conversione misteriosa è chiamata dalla Chiesa, in maniera assai appropriata, transustanziazione. Ogni spiegazione teologica, che tenti di penetrare in qualche modo questo mistero, per essere in accordo con la fede cattolica deve mantenere fermo che nella realtà obiettiva, indipendentemente dal nostro spirito, il pane e il vino han cessato di esistere dopo la consacrazione, sicché da quel momento sono il Corpo e il Sangue adorabili del Signore Gesù ad esser realmente dinanzi a noi sotto le specie sacramentali del pane e del vino (cfr. ibid.:  Dz.-Sch. 1642, 1651; Paolo VI, Encicl. Mysterium Fidei:  AAS 57, 1965, p. 766), proprio come il Signore ha voluto, per donarsi a noi in nutrimento e per associarci all'unità del suo Corpo Mistico (cfr. Summa Theologiae, III, q. 73, a. 3).

L'unica ed indivisibile esistenza del Signore glorioso nel cielo non è moltiplicata, ma è resa presente dal sacramento nei numerosi luoghi della terra dove si celebra la Messa. Dopo il sacrificio, tale esistenza rimane presente nel Santo Sacramento, che è, nel tabernacolo, il cuore vivente di ciascuna delle nostre chiese. Ed è per noi un dovere dolcissimo onorare e adorare nell'ostia santa, che vedono i nostri occhi, il Verbo incarnato, che essi non possono vedere e che, senza lasciare il cielo, si è reso presente dinanzi a noi.

Noi confessiamo che il Regno di Dio, cominciato quaggiù nella Chiesa di Cristo, non è di questo mondo (cfr. Giovanni, 18, 36), la cui figura passa (cfr. 1 Corinzi, 7, 31); e che la sua vera crescita non può esser confusa con il progresso della civiltà, della scienza e della tecnica umane, ma consiste nel conoscere sempre più profondamente le imperscrutabili ricchezze di Cristo, nello sperare sempre più fortemente i beni eterni, nel rispondere sempre più ardentemente all'amore di Dio, e nel dispensare sempre più abbondantemente la grazia e la santità tra gli uomini. Ma è questo stesso amore che porta la Chiesa a preoccuparsi costantemente del vero bene temporale degli uomini. Mentre non cessa di ricordare ai suoi figli che essi non hanno quaggiù stabile dimora (cfr. Ebrei, 13, 14), essa li spinge anche a contribuire - ciascuno secondo la propria vocazione ed i propri mezzi - al bene della loro città terrena, a promuovere la giustizia, la pace e la fratellanza tra gli uomini, a prodigare il loro aiuto ai propri fratelli, soprattutto ai più poveri e ai più bisognosi. L'intensa sollecitudine della Chiesa, Sposa di Cristo, per le necessità degli uomini, per le loro gioie e le loro speranze, i loro sforzi e i loro travagli, non è quindi altra cosa che il suo grande desiderio di esser loro presente per illuminarli con la luce di Cristo e adunarli tutti in lui, unico loro Salvatore. Tale sollecitudine non può mai significare che la Chiesa conformi se stessa alle cose di questo mondo, o che diminuisca l'ardore dell'attesa del suo Signore e del Regno eterno.

Noi crediamo nella vita eterna. Noi crediamo che le anime di tutti coloro che muoiono nella grazia di Cristo, sia che debbano ancora esser purificate nel purgatorio, sia che dal momento in cui lasciano il proprio corpo siano accolte da Gesù in paradiso, come egli fece per il Buon Ladrone, costituiscono il Popolo di Dio nell'aldilà della morte, la quale sarà definitivamente sconfitta nel giorno della resurrezione, quando queste anime saranno riunite ai propri corpi.

Noi crediamo che la moltitudine delle anime, che sono riunite intorno a Gesù ed a Maria in Paradiso, forma la Chiesa del cielo, dove esse nella beatitudine eterna vedono Dio così com'è e (cfr. 1 Giovanni, 3, 2; Benedetto XII, Cost. Benedictus Deus:  Dz.-Sch. 1000) dove sono anche associate, in diversi gradi, con i santi Angeli al governo divino esercitato da Cristo glorioso, intercedendo per noi ed aiutando la nostra debolezza con la loro fraterna sollecitudine (cfr. Cost. dogm. Lumen gentium, n. 49).

Noi crediamo alla comunione tra tutti i fedeli di Cristo, di coloro che sono pellegrini su questa terra, dei defunti che compiono la propria purificazione e dei beati del cielo, i quali tutti insieme formano una sola Chiesa; noi crediamo che in questa comunione l'amore misericordioso di Dio e dei suoi Santi ascolta costantemente le nostre preghiere, secondo la parola di Gesù:  Chiedete e riceverete (cfr. Luca, 10, 9-10; Giovanni, 16, 24). E con la fede e nella speranza, noi attendiamo la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà.

Sia benedetto Dio santo, santo, santo. Amen.




L'Osservatore Romano - 6 agosto 2008)

Trasfigurazione del Signore


Oggi è la Festa della Trasfigurazione del Signore e ricorre anche il 30° anniversario della morte di Papa Paolo VI. Lo ricordiamo nella preghiera, chiedendogli il dono di poter rimanere sempre più abbagliati dal volto del Cristo e vi proponiamo questo articolo-ricordo de "L'Osservatore Romano".



Testimone di Cristo nell'amore al nostro tempo  


Era la sera della Trasfigurazione di trent'anni fa, il 6 agosto 1978, quando nella calura e nella solitudine di Castel Gandolfo quietamente  si  spegneva,  quasi  ottantunenne, Paolo VI. Da tempo Papa Montini era sofferente, ma la morte - alla quale veniva preparandosi ormai da anni - sopraggiunse come desiderava, quasi improvvisa, senza cioè che una lunga malattia impedisse o rallentasse il carico quotidiano e irrinunciabile del suo servizio alla Chiesa e al mondo. Così, per un momento, nella distrazione dell'estate, ci si accorse di quell'uomo fragile e anziano, ma animato da una forza interiore che traspariva dagli occhi grigi e dallo sguardo intenso che colpiva come la sua voce, fattasi con gli anni più roca e talora drammatica.

Si concludeva così un pontificato difficile ma decisivo. Per la vita della Chiesa e per la sua presenza nel mondo di oggi. Come ha voluto ricordare Benedetto XVI, affermando - con parole brevi, ma tanto più impressionanti quanto più Papa Ratzinger rifugge dalle espressioni enfatiche - che "appare sempre più grande, direi quasi sovrumano, il merito di Paolo VI" nel guidare il Vaticano II e la Chiesa nella "movimentata fase" successiva. Grandezza e merito che gli vennero subito riconosciuti dai suoi due immediati successori (anch'essi, come l'attuale, cardinali da lui creati), che ne ripresero il nome insieme a quello del predecessore, a sottolineare una continuità evidente nei fatti, ma messa in dubbio già a metà degli anni Sessanta, e poi ricorrente nell'esercizio strumentale, giornalistico e storiografico, che non si limita a enucleare diversità ovvie ma contrappone i Papi l'uno con l'altro.

Evidenza e strumentalità già avvertite da Montini e annotate in un appunto di quel tempo dove rivendicava "fedeltà sostanziale alla linea" del predecessore e osservava che "è far torto, e torto grave alla memoria di Papa Giovanni attribuendogli idee e atteggiamenti ch'Egli non ebbe". Rispondono invece alla realtà le interpretazioni dei suoi ultimi successori. Nel primo anniversario della morte di Paolo VI, acutamente Giovanni Paolo II gli riconobbe il carisma della trasformazione e quello del suo tempo. Ora Benedetto XVI - secondo il criterio di quella "ermeneutica della riforma" che nel quarantesimo del Vaticano II ha lucidamente descritto come opposta alla "ermeneutica della discontinuità", eversiva nei confronti della tradizione che per sua natura è dinamica e aperta al futuro - ritiene provvidenziale l'elezione del cardinale Montini, avvenuta nel "momento più delicato del Concilio", quando cioè l'intuizione di Giovanni XXIII addirittura "rischiava di non prendere forma".

In un frangente difficilissimo, Giovanni Battista Montini - in coerenza con tutta la sua vita, come mostrano, tra l'altro, i suoi scritti, segnati da una continuità anche stilistica sorprendente - assunse il pontificato romano con una chiara coscienza della propria responsabilità. Guidando e concludendo il concilio, subito riconvocato, con determinazione e secondo una linea di rinnovamento che raccogliesse il maggiore consenso possibile. Linea poi mantenuta con pazienza e fermezza, secondo l'atteggiamento descritto nella prima enciclica, Ecclesiam suam, che è per intero di suo pugno:  "La Chiesa avverte la sbalorditiva novità del tempo moderno; ma con candida fiducia si affaccia sulle vie della storia, e dice agli uomini:  io ho ciò che voi cercate, ciò di cui voi mancate". Come confermarono poi tutti i gesti simbolici e le decisioni di governo, che smentiscono incertezze e ipotetiche svolte di un Papa che, tra l'altro, fu il primo a recarsi in nove viaggi internazionali in tutti i continenti.

Nonostante opposizioni tenaci e gravi dissensi nella Chiesa, nonostante gli attacchi anche personali e critiche impietose (moltiplicatesi soprattutto dopo il Credo del Popolo di Dio e dopo l'ultima enciclica, l'Humanae vitae), Paolo VI non rinunciò mai al proprio magistero, che nell'omelia di bilancio del pontificato dichiarò essere stato "a servizio e a difesa della verità", e per questo rivolto a difendere la vita umana. Per amore di Dio e per amore dell'uomo, perché - come scrisse nell'appunto già citato - "forse la nostra vita non ha altra più chiara nota che la definizione dell'amore al nostro tempo, al nostro mondo, a quante anime abbiamo potuto avvicinare e avvicineremo:  ma nella lealtà e nella convinzione che Cristo è necessario e vero".


g. m. v.




L'Osservatore Romano - 6 agosto 2008)



                                       


Lo storico incontro col Patriarca di Costantinopoli, Atenagora




 

lunedì 28 luglio 2008

Le vacanze del Papa

Iniziano oggi le vacanze di Papa Ratzinger a Bressanone nel Trentino Alto Adige. Vi rimarrà fino all'11 agosto. Gli auguriamo di cuore una vera distensione del corpo e dello spirito. Buon riposo, Santità!


giovedì 24 luglio 2008

Finalmente le vacanze!

Come vi ho già detto, da lunedi scorso sono tornata in famiglia per le tanto sospirate vacanze. La Valle d'Aosta, dove attualmente vivo, è ormai molto lontana. Ma come intendere questo periodo di distensione?


Vi ho già allegato una riflessione sul riposo e cercherò di trovare altro materiale che aiuti a comprenderne il vero significato.


Vi propongo intanto questo bel pensiero sulla domenica, tratto da un discorso pronunciato da Papa Giovanni Paolo II  nel 1993.


VISITA ALLA PARROCCHIA DEI SANTI OTTAVIO

E COMPAGNI MARTIRI A CASAL DEL MARMO


DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II


Domenica, 24 ottobre 1993


 


Ai bambini 


Oggi è domenica. La domenica è il primo o il settimo giorno della settimana? E' il settimo giorno. Il Libro della Genesi infatti ci dice che il settimo giorno, dopo aver creato il mondo, Dio si riposò. Allora la domenica è il giorno del riposo e non si deve andare a scuola e neppure a lavorare. E' vero che nessuno lavora la domenica?”.  


I bambini in coro rispondono: “Sììì”. Il Papa allora prosegue.


Ma siete proprio sicuri? E le vostre mamme forse non devono lavorare in casa anche la domenica? Dunque vuol dire che non c’è giustizia. Ma perché noi dobbiamo celebrare la domenica?  


“Perché la domenica è il giorno del Signore, e il giorno della risurrezione di Gesù”.


Bravi, è proprio il giorno della risurrezione di Gesù. Il giorno in cui Gesù ha manifestato di essere Dio, mostrando di avere il dono della vita anche dopo la morte e dopo la sepoltura. Il Signore ha manifestato la sua signoria, la sua potenza, ma anche il suo amore. Ma celebriamo la domenica anche come primo giorno della settimana proprio perché è il giorno in cui il Signore si è manifestato nella risurrezione e dunque tutto ricomincia di nuovo, ricomincia tutta la storia dell’umanità, di tutta l’umanità, di tutti noi, ricomincia anche la storia della Chiesa. Ma c’è un altro motivo per celebrare la domenica, la festa della risurrezione. Cosa, infatti, è accaduto cinquanta giorni dopo la risurrezione?  


E i bambini: “La Pentecoste. E' disceso lo Spirito Santo sugli Apostoli”.


Sì ed hanno inaugurato il loro cammino apostolico, il cammino apostolico della Chiesa. E' così che la domenica si ricorda anche l’inizio del cammino della Chiesa, attraverso il cammino degli Apostoli, ai quali lo Spirito Santo ha infuso il coraggio della testimonianza. Allora la domenica è anche il giorno del coraggio. La domenica dobbiamo dunque attingere nuovo coraggio? E dove lo attingiamo questo coraggio? A scuola? No; in chiesa: sì, avete gridato in chiesa ed avete risposto bene. In chiesa partecipiamo all’Eucaristia e dall’Eucaristia ci viene la forza. Gesù nell’Eucaristia ci ha lasciato il suo corpo ed il suo sangue e da questi attingiamo la nostra forza. Così noi la domenica andiamo tutti in chiesa per partecipare all’Eucaristia e riprendere così le forze. Ci riposiamo in casa, per riprendere le forze del fisico ed anche psichiche con il riposo. In chiesa invece, accostandoci all’Eucaristia riprendiamo le forze dello spirito. Bene, alla fine devo dire che questo nostro incontro è stato un po’ un colloquio, ma anche un po’ un esame. Ma devo dire che se il colloquio è stato qualche volta un esame è andato molto bene. Dio benedica voi, le vostre famiglie e la vostra parrocchia.   


© Copyright 1993 - Libreria Editrice Vaticana


E voi come intendete il riposo e le vacanze?

martedì 15 luglio 2008

Genitori di S. Teresa di Gesù Bambino presto Beati

I genitori di Santa Teresina saranno beatificati il 19 ottobre


A Lisieux, in occasione della Giornata Mondiale delle Missioni



di Anita S. Bourdin


PARIGI, lunedì, 14 luglio 2008 (ZENIT.org).- I genitori di Santa Teresa del Bambino Gesù, Louis e Zélie Martin, saranno beatificati a Lisieux il 19 ottobre prossimo, in occasione della Giornata Mondiale delle Missioni.


La notizia è stata annunciata ufficialmente dall'allora Prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi, il Cardinale José Saraiva Martins, il 12 luglio ad Alençon (Francia).


I genitori di Santa Teresina di Lisieux si sono sposati nella chiesa di Nostra Signora di Alençon 150 anni fa, il 13 luglio 1858, a mezzanotte, motivo per il quale il porporato portoghese si è recato ad Alençon e Lisieux il 12 e il 13 luglio.


L'annuncio del Cardinale Saraiva Martins ha avuto luogo al termine della conferenza sulla santità dei coniugi Martin davanti a varie centinaia di persone, così come nella celebrazione eucaristica che ha presieduto nella chiesa di Nostra Signora, concelebrando con vari Vescovi.


I corpi di Louis (1823-1894) e Zélie (1831-1877) Martin, proclamati venerabili da Giovanni Paolo II nel 1994, sono stati riesumati dalla loro tomba lunedì 26 maggio per essere trasferiti nella Basilica di Lisieux a settembre.



A Verona è stato realizzato il reliquiario dei futuri beati. Benedetto XVI ha firmato il 3 luglio il decreto di riconoscimento di un miracolo attribuito all'intercessione dei genitori di Santa Teresa di Lisieux.



Il riconoscimento apre la strada alla loro beatificazione, insieme, come nel caso – per la prima volta nella storia – dei coniugi Luigi Beltrame Quattrocchi e Maria Corsini, beatificati da Giovanni Paolo II il 21 ottobre 2001.                  


Anche in quell'occasione si celebrava la Giornata Mondiale delle Missioni. 


Pietro Schiliro, il bambino che ha ricevuto il miracolo, ha sei anni ed è di Monza. E' nato con una malformazione ai polmoni e i medici avevano detto che non sarebbe sopravvissuto.


Un carmelitano, padre Antonio Sangalli, aveva suggerito ai suoi genitori di fare una novena ai genitori di Santa Teresina, che persero quattro bambini in tenera età, per ottenere la forza di affrontare questa sofferenza.


La mamma ha però fatto la prima novena (alla quale ne è seguita un'altra) per chiedere la guarigione del figlio. Pietro è oggi un bambino in perfetta salute, e si è recato a Lisieux con i genitori per ringraziare Louis e Zélie Martin.


Santa Teresina del Bambino Gesù, copatrona mondiale delle missioni, è stata proclamata dottore della Chiesa da Giovanni Paolo II sempre in una Giornata Mondiale delle Missioni, il 19 ottobre 1997.




[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]


giovedì 3 luglio 2008

Tema Giornata della pace


Ieri il Vaticano ha reso noto il tema voluto dal Santo Padre per il Suo Messaggio in occasione della Giornata Mondiale della Pace, che si celebrerà il 1° gennaio 2009. Ecco il comunicato emanato:


COMUNICATO: TEMA DELLA 42a GIORNATA MONDIALE DELLA PACE (1° GENNAIO 2009) , 01.07.2008


"Combattere la povertà, costruire la pace"


·  PRESENTAZIONE DEL TEMA


Il Messaggio di Sua Santità Benedetto XVI per la celebrazione della 42a Giornata Mondiale della Pace, che si celebrerà il 1° gennaio 2009, sarà dedicato al tema: "Combattere la povertà, costruire la pace". Il tema scelto dal Santo Padre intende sottolineare la necessità di una risposta urgente della famiglia umana alla grave questione della povertà, intesa come problema materiale, ma prima di tutto morale e spirituale. Anche di recente, il Santo Padre ha denunciato lo scandalo della povertà nel mondo: «... come si può rimanere insensibili agli appelli di coloro che, nei diversi continenti, non riescono a nutrirsi a sufficienza per vivere? Povertà e malnutrizione non sono una mera fatalità, provocata da situazioni ambientali avverse o da disastrose calamità naturali … le considerazioni di carattere esclusivamente tecnico o economico non debbono prevalere sui doveri di giustizia verso quanti soffrono la fame» (Messaggio di Sua Santità Benedetto XVI alla FAO del 2 giugno 2008). Lo scandalo della povertà manifesta l'inadeguatezza degli attuali sistemi di convivenza umana nel promuovere la realizzazione del bene comune (cfr Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 69). Ciò rende necessaria una riflessione sulle radici profonde della povertà materiale, quindi anche sulla miseria spirituale che rende l'uomo indifferente alle sofferenze del prossimo. La risposta va allora cercata prima di tutto nella conversione del cuore dell'uomo al Dio della carità (cfr Benedetto XVI, Lett. enc. Deus caritas est), per conquistare così la povertà di spirito secondo il Messaggio di salvezza annunciato da Gesù nel Discorso della Montagna: «Beati i poveri in Spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5,3).


 


 



 


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