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venerdì 5 settembre 2008

Addio, Don Giuseppe!

Appena rientrata in Valle dalle mie vacanze, subito una triste notizia che non avrei voluto sapere: la morte improvvisa  di Don Giuseppe Gerbaz, stimato Parroco di Courmayeur. Ecco quanto ho trovato sul web:


Scompare improvvisamente a Lourdes, Don Giuseppe Gerbaz, parrocco di Courmayeur


Courmayeur - Don Gerbaz, aveva 69 anni, si trovava a Lourdes, per il Pellegrinaggio diocesano dell'Oftal. I funerali saranno celebrati non appena la salma farà rientro in Valle. Questa sera a Courmayeur alle 20.30, celebrazione Rosario.




don Giuseppe Gerbaz





 E' morto improvvisamente questa mattina, mercoledì 3 settembre, mentre si trovava a Lourdes, per il Pellegrinaggio diocesano dell'Oftal,  don Giuseppe Gerbaz, Parroco di Courmayeur.  


Don Gerbaz, 69 anni, era nato a Doues il 4 gennaio del 1939, nel 1964 era stato ordinato Sacerdote da Mons. Maturino Blanchet, dopo esser stato vice parrocco a Pont-Saint-Martin, a La Salle  e a Valtournenche, nel 1968 divenne Parroco di La Thuile.


Dal 1989 don Gerbaz aveva invece preso la guida della parrocchia di Courmayeur, diventando anche  membro del Consiglio Presbiterale e del Collegio dei Consultori.Durante gli anni del Sinodo diocesano fu membro della Segreteria centrale e Responsabile dei Comitati sinodali parrocchiali.


I funerali di don Gerbaz verranno celebrati non appena la salma farà rientro in Valle.


Ieri sera,  intanto,  è stato indetto presso la  Chiesa di Courmayeur, alle ore 20.30, la recita del Santo Rosario.


Non ho avuto modo di collaborare direttamente con lui ma, ogni volta che ci incontravamo, ci scambiavamo i saluti e per il suo onomastico gli mandavo sempre una email di auguri, cui lui puntualmente rispondeva, come pure a Natale e Pasqua. Una persona veramente squisita, un caro sacerdote, che lascia un incolmabile vuoto nella nostra Diocesi. Ci mancherà, ma sappiamo che da lassù continuerà a pregare per noi e per la sua amata Chiesa diocesana.



 



mercoledì 3 settembre 2008

RITORNO IN VALLE D' AOSTA

E così sono arrivata alla fine di questo lungo periodo di vacanza, in cui si sono mescolati momenti in famiglia, momenti di riposo solitario, momenti di incontri ufficiali col mio Istituto Religioso ma, nello stesso tempo, di festa per la mia pensione e per quella della mia Madre Generale, come pure per il rinnovo dei Voti di due nostre Juniores, senza dimenticare la settimana di Esercizi spirituali.


E ora, finalmente si torna a casa, in Aosta, nella mia Comunità e nella parrocchia di St. Martin de Corléans, dove già domani sera mi attende l' ora di adorazione eucaristica mensile per le famiglie alle 20.45.


Dopo gli inevitabili primi giorni di riassestamento, sono pronta, con l'aiuto del Signore, a riprendere il cosiddetto "tempo ordinario", quello della ferialità, con le sue fatiche ma anche con le sue sorprese e le sue novità. Ed è proprio qui, nel quotidiano, che va vissuta la maggior parte della nostra vita!


Mi sia di aiuto e di stimolo questa preghiera di Don Tonino Bello.










 













Compagni di volo








Voglio ringraziarti, Signore per il dono della vita; ho letto da qualche parte che gli uomini hanno un’ala soltanto: possono volare solo rimanendo abbracciati.



A volte, nei momenti di confidenza, oso pensare, Signore, che tu abbia un’ala soltanto, l’altra la tieni nascosta, forse per farmi capire che tu non vuoi volare senza di me; per questo mi hai dato la vita: perché io fossi tuo compagno di volo.



Insegnami, allora, a librarmi con Te, Perché vivere non è trascinare la vita, non è strapparla, non è rosicchiarla, vivere è abbandonarsi come un gabbiano all’ebbrezza del vento.



Vivere è assaporare l’avventura della libertà. Vivere è stendere l’ala, l’unica ala, con la fiducia



Di chi sa di avere nel volo un partner grande come Te.



Ma non basta saper volare con Te, Signore.



Tu mi hai dato il compito



Di abbracciare anche il fratello e aiutarlo a volare.



Ti chiedo perdono, perciò, per tutte le ali che non ho aiutato a distendersi.



Non farmi più passare indifferente vicino al fratello che è rimasto con l’ala , l’unica ala inesorabilmente impigliata nella rete della miseria e della solitudine e si è ormai persuaso di non essere più degno di volare con Te; soprattutto per questo fratello sfortunato, dammi, o Signore, un’ala di riserva.





 



sabato 23 agosto 2008

ESERCIZI SPIRITUALI



Per una settimana questo blog non sarà aggiornato. Domani, infatti, scenderò a Pescara da mio padre e lunedi, dopo aver partecipato all'Assemblea del nostro Istituto religioso e alla Rinnovazione dei Voti delle Juniores Sr. Filomena e Sr. Mariangela, inizierò gli Esercizi Spirituali a Montesilvano (PE) presso l'Oasi dello Spirito (http://www.oasidellospirito.org).

Predicatore sarà S.E. Rev.ma Mons. Agostino Superbo, di cui accludo qualche notizia presa dal web.
















S.E. Mons. AGOSTINO SUPERBO











Nato a Minervino Murge, diocesi di Andria, il 7 febbraio 1940; ordinato presbitero il 29 giugno 1963;

eletto alla sede vescovile di Sessa Aurunca il 18 maggio 1991;

ordinato vescovo il 29 giugno 1991;

trasferito ad Altamura - Gravina - Acquaviva delle Fonti il 19 novembre 1994;

rinuncia il 6 agosto 1997;

nominato assistente ecclesiastico generale dell'Azione Cattolica Italiana il 18 maggio 1996;

promosso alla sede arcivescovile di Potenza - Muro Lucano - Marsico Nuovo il 9 gennaio 2001.


Attuali Incarichi








  • Presidente della Conferenza Episcopale della Basilicata



Tema degli Esercizi: “Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe e predicando la buona novella del Regno” (Mt 4,23).


Essi si svolgeranno dal 25 al 30 agosto. In questi giorni di silenzio e di meditazione, porterò tutti nelle mie preghiere. A presto risentirci!


E intanto: Buona Domenica!













XXI domenica ordinario (24 agosto)




























mercoledì 20 agosto 2008

Raccolti in un dossier dell'agenzia Fides interventi dei Pontefici sul significato del riposo estivo


Le vacanze momento di distensione

che avvicina al Creatore





 



C'è un passo nel Vangelo di Marco nel quale si racconta che, dopo giorni faticosi, Gesù invitò i suoi discepoli a seguirlo in un luogo solitario, per concedersi un po' di riposo (cfr. Marco 6,31). Poco più di una settimana fa - era il 10 agosto - Benedetto XVI, congedandosi dalla cittadina di Bressanone durante l'Angelus domenicale, aveva citato il racconto evangelico nel ringraziare quanti gli avevano consentito di trascorrere due settimane "durante le quali - aveva detto - ho potuto distendermi, pensare a Dio e pensare agli uomini e così ricuperare nuove forze". "Siccome la Parola di Cristo non è mai legata al solo momento in cui è pronunciata - aveva anche spiegato ai fedeli della cittadina altoatesina -, ho applicato questo invito ai discepoli anche a me e sono venuto in questo luogo bello e tranquillo per riposare un po'".

È il più recente intervento di un Pontefice sul significato delle vacanze. Una consuetudine, quella delle vacanze estive al di fuori del Vaticano, che per i Pontefici è stata inaugurata, nel lontano 1626, da Papa Maffeo Barberini, Urbano viii, il primo a essersi recato a Castel Gandolfo proprio per trascorrere un periodo di riposo. Da allora quindici dei trenta Pontefici che si sono succeduti sulla cattedra di Pietro sino a oggi, ne hanno seguito l'esempio soggiornando nelle Ville Pontificie durante l'estate.

Occasione per dettare queste riflessioni è sempre stato l'appuntamento per l'Angelus domenicale. Fides ha pubblicato in questi giorni un dossier - uno dei tanti diffusi dall'agenzia della Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli sul suo sito (www.fides.org) - nel quale sono raccolti i principali interventi sul tema delle vacanze proposti dai Pontefici negli ultimi qurant'anni.

Il percorso è a ritroso, nel senso che inizia con il magistero di Benedetto XVI. La prima data citata è quella del 17 luglio del 2005. Papa Ratzinger, trovandosi in vacanza a Les Combes in Valle d'Aosta, spiegò così quale significato avessero per lui le ferie estive:  "Nel mondo in cui viviamo - disse tra l'altro - diventa quasi una necessità potersi ritemprare nel corpo e nello spirito, specialmente per chi abita in città, dove le condizioni di vita, spesso frenetiche, lasciano poco spazio al silenzio, alla riflessione e al distensivo contatto con la natura. Le vacanze sono, inoltre, giorni nei quali ci si può dedicare più a lungo alla preghiera, alla lettura e alla meditazione sui significati profondi della vita, nel contesto sereno della propria famiglia e dei propri cari".

Il secondo significativo intervento di Benedetto XVI sul tema due anni dopo, esattamente l'8 luglio del 2007. Si rivolgeva ai fedeli durante l'Angelus in Piazza San Pietro. Annunciando la sua prossima partenza per Lorenzago di Cadore - ospite del vescovo di Treviso nella stessa casa che aveva già accolto Giovanni Paolo ii, sottolineò l'importanza del contatto con la montagna "poiché - disse - evoca l'ascesa dello spirito verso l'alto, l'elevazione verso la "misura alta" della nostra umanità che purtroppo la vita quotidiana tende ad abbassare". Un argomento, quello della montagna, che riprese proprio a Lorenzago durante la recita dell'Angelus domenicale:  "Davanti a questo spettacolo di prati, di boschi, di vette protese verso il cielo, sale spontaneo nell'animo il desiderio di lodare Dio per le meraviglie delle sue opere".

E sempre lo scenario del Cadore ispirò a Benedetto XVI un'altra riflessione su un argomento che certamente turbava lo spirito delle vacanze. Era il 22 luglio di quello stesso anno. Giorni durante i quali dal vicino e dal medio Oriente continuavano a giungere tragiche notizie di scontri sanguinosi e di episodi di violenza. Il Papa proprio di fronte alla meraviglia del creato volle invitare a riflettere, ancora una volta, sul dramma della libertà umana nel mondo. "La bellezza della natura - disse - ci ricorda che siamo stati posti da Dio a "coltivare e custodire" questo giardino che è la Terra (cfr. Genesi 2, 8-17):  e vedo come realmente voi coltivate e custodite questo bel giardino di Dio, un vero paradiso. Ecco, se gli uomini vivono in pace con Dio e tra di loro, la Terra assomiglia veramente a un "paradiso". Il peccato purtroppo rovina sempre di nuovo questo progetto divino, generando divisioni e facendo entrare nel mondo la morte. Avviene così che gli uomini cedono alle tentazioni del Maligno e si fanno guerra gli uni gli altri" rovinando questo "stupendo "giardino" che è il mondo" e aprono "spazi di "inferno"". Ricordò anche gli altri grandi drammi della storia e l'iniziativa del Papa la cui memoria ha voluto perpetuare assumendone il nome:  "Il 1° agosto 1917 - giusto 90 anni or sono - il mio venerato predecessore, Papa Benedetto xv, indirizzò la sua celebre Nota alle potenze belligeranti, domandando che ponessero fine alla prima guerra mondiale (cfr. Aas 9 [1917], 417-420)". Benedetto xv ebbe il coraggio di gridare al mondo che si trattava di "un'inutile strage", un'espressione che è rimasta incisa nella storia. Si giustificava nella situazione concreta di quell'estate 1917, ma certamente acquistò immediatamente un valore più ampio, quasi profetico tanto da renderla attuale per i tanti altri conflitti che hanno stroncato e continuano a stroncare innumerevoli vite umane. Citò anche i servi di Dio Paolo vi e Giovanni Paolo ii per il loro memorabile "Mai più la guerra!" gridato all'Assemblea delle Nazioni Unite.

Il dossier di Fides ripropone poi l'immagine - che ha fatto il giro del mondo - di Giovanni Paolo ii mentre scia sulle piste innevate dell'Adamello per aprire il capitolo della catechesi di Papa Wojtyla sulle vacanze. Un capitolo assai vasto, per la verità, che inizia dal 15 agosto 1979, a Castel Gandolfo e si conclude l'11 luglio del 2004 a Les Combes.

Da ultimo il dossier di Fides rievoca la catechesi sulle vacanze offerta in tantissime occasioni da Papa Montini. La prima da Castel Gandolfo, il 25 luglio del 1965 con le confidenziali espressioni che Paolo vi usò per ricordare quanti le vacanze non le potevano fare:  "Pensiamo a quanti - disse - ci invidiano un po' dicendo:  "Questi sono in vacanza e noi siamo qui sotto il sole di Roma". E ci fa pensare quindi, innanzitutto, a coloro tra i nostri fratelli, che non hanno la fortuna di poter fare vacanze e sono invece obbligati dal loro dovere consueto a continuare il loro servizio". (mario ponzi)






L'Osservatore Romano - 20 agosto 2008)

venerdì 15 agosto 2008

La festa della Dormizione della Madre di Dio


Una tomba che diviene

scala per il cielo





 


di Manuel Nin

Benedettino

Rettore del Pontificio Collegio Greco



Tutte le liturgie delle Chiese cristiane hanno un senso pedagogico - o, meglio, mistagogico - molto chiaro. Questo aspetto è sottolineato chiaramente nelle liturgie dell'Oriente cristiano:  la liturgia è come un maestro nella fede, impregnata com'è di elementi che istruiscono i fedeli nelle verità della fede. Troviamo questa dimensione della liturgia in particolare nelle celebrazioni della Madre di Dio, colei che accolse nel suo grembo il Verbo eterno di Dio. La presenza di Maria scandisce i diversi momenti dell'anno liturgico delle Chiese di tradizione bizantina:  la prima grande festa nel ciclo liturgico è quella dell'8 settembre, cioè la nascita della Madre di Dio, e si chiude con la festa del 15 agosto, la sua Dormizione. Tutto il mistero di Cristo che si celebra lungo l'anno liturgico ha inizio con la nascita di Maria e si chiude con il suo transito e la sua piena glorificazione.

L'amore e la venerazione per la Madre di Dio è l'anima della pietà delle Chiese cristiane di Oriente e il cuore che vivifica la comunità cristiana. L'Oriente cristiano, fin dall'inizio, ha contemplato la Vergine sempre inscindibilmente inserita nel mistero del Verbo incarnato. Le Chiese di Oriente, rivolgendosi alla Madre di Dio, sanno di rivolgersi a colei che intercede presso suo Figlio.

La festa del 15 agosto, che nei libri liturgici bizantini porta il titolo di "dormizione" della Madre di Dio, celebra il suo transito e piena glorificazione inquadrandoli nel mistero pasquale di Cristo, ed è anche una delle feste più popolari tra i fedeli. Infatti è preceduta dalla cosiddetta "piccola quaresima della Madre di Dio", periodo di preghiera e di digiuno che inizia il primo agosto; in queste due settimane che arrivano al giorno della festa, la sera viene celebrata l'ufficiatura della Paràklisis ("supplica", "invocazione", "consolazione"), una preghiera alla Madre di Dio molto popolare e amata dai fedeli. In essa Maria viene invocata come Madre di Dio, Vergine, Madre del Verbo incarnato, Vergine e Madre divina, titoli in rapporto alla sua divina maternità, oppure con altri legati alla sua funzione nel mistero della redenzione:  potente nell'intercessione, baluardo inespugnabile, fonte di misericordia, causa di letizia, fonte di incorruttibilità, torre di sicurezza.

Nella liturgia del 15 agosto i testi dell'ufficiatura e della Divina liturgia (tropari, kontàkia) sottolineano la gioia e l'allegrezza. Non il lutto, il pianto per la morte, bensì la celebrazione, nel senso più forte e più liturgico del termine, del transito della Madre di Dio. I testi della festa incentrano tutto il mistero di Maria nell'economia della redenzione:  protettrice, fonte di Vita, trono dell'Altissimo, Madre dell'eterna luce, Madre di Dio; essa è, come le altre creature, sottomessa alla morte, ma la Vita che da lei è nata la fa nascere alla vera vita.

La liturgia di questo giorno, con delle espressioni poetiche spesso contrastanti, manifesta e confessa quella che è la fede della Chiesa:  "La fonte della vita è deposta in un sepolcro; la tomba diviene scala per il cielo". La professione di fede dei primi concili della Chiesa si rispecchia nella liturgia odierna:  "Sposa tutta immacolata e Madre del beneplacito del Padre, colei che da Dio è stata prescelta come luogo della sua unione senza confusione, consegna oggi l'anima immacolata a Dio creatore".

La liturgia eucaristica dà ai fedeli due testi neotestamentari. Il primo (Filippesi, 2, 5-11) è il canto dell'umiliazione di Dio:  per glorificare e portare l'uomo sua creatura alla primitiva gloria e bellezza il Verbo di Dio si abbassa e si fa uomo. Il brano del Vangelo (Luca, 10, 38-42 e 11, 27-28) è applicato a Maria, alla Chiesa e a ognuno dei cristiani chiamati a essere fedeli all'ascolto della Parola di Dio. È come se la liturgia bizantina, chiudendo l'anno liturgico - siamo nell'ultima grande festa del calendario - consegnasse alla Chiesa e a ogni cristiano questa parola del Vangelo:  "Beati quelli che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica".

Infine l'icona della Dormizione della Madre di Dio ci propone quasi una celebrazione della morte della Madre di Dio. Cristo in mezzo a un semicerchio, con gli angeli attorno, regge nelle sue braccia l'anima di sua Madre. Maria, poi - morta, o meglio addormentata - è messa nel mezzo dell'icona su un letto. Attorno gli apostoli con delle donne piangenti. Tra essi, Pietro e Paolo, cioè tutta la Chiesa. Nell'icona odierna il letto di Maria è anche altare su cui si celebra la liturgia:  gli apostoli attorno che celebrano, Cristo sul fondo, nell'abside, che presiede, Pietro che incensa al momento del grande ingresso.

Nella celebrazione della Dormizione, Maria diventa così prototipo, cioè modello, della salvezza per la Chiesa e per ognuno dei cristiani. Maria, la Madre di Dio, accanto al Verbo incarnato, accanto al mistero della Chiesa, accanto al mistero dell'uomo:  l'uomo turbato e perso condotto da Maria al porto che è lo stesso Cristo; l'uomo oggetto della misericordia divina per mezzo della Madre di Dio; l'uomo rallegrato da colei che genera colui che è la gioia del mondo, Cristo; l'uomo salvato da Dio per l'incarnazione del Verbo nel seno di Maria.


Icona Dormizione 


Dormizione della Madre di Dio






L'Osservatore Romano - 15 agosto 2008)



Ferragosto



Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.



Il termine Ferragosto (dal latino Feriae Augusti = riposo di Agosto) indica una festa popolare, dalle radici antichissime, che si svolgeva il 15 agosto per festeggiare la fine dei principali lavori agricoli.


Nell'occasione, i lavoratori porgevano auguri ai padroni, ottenendo in cambio una mancia; tale festa era tipicamente romana, tanto che in età rinascimentale fu resa obbligatoria dai decreti pontifici.


La ricorrenza discende direttamente dai "Consualia", il periodo di festa e riposo che nell'antica Roma repubblicana si dedicava al dio Conso, protettore dell’agricoltura.


Agli inizi dell'età imperiale (18 a.C.) tali ferie vennero ribattezzate come "Augustali", in onore dell'imperatore Ottaviano Augusto, da cui deriva l'attuale denominazione del mese di agosto.


Nel corso dei festeggiamenti, in tutto l'impero si organizzavano corse di cavalli e gli animali da tiro (cavalli, asini e muli) venivano dispensati dal lavoro e agghindati con fiori. Tali antiche tradizioni rivivono oggi, pressoché immutate nella forma e nella partecipazione, durante il celeberrimo "Palio dell'Assunta" che si svolge a Siena il 16 agosto.


Coincide con la festa cattolica della dormizione e assunzione di Maria (madre di Gesù).


Tradizione tipicamente italiana, assente negli altri paesi europei, il Ferragosto è visto come giorno dedicato alla balneazione, nelle zone vicine a mari e laghi. Ma non bisogna dimenticare le tradizionali gite fuori porta verso località montane o collinari, in cerca di refrigerio.


 


VACANZE IN FAMIGLIA


Eccomi di nuovo ad Ancona per completare i miei giorni di vacanza in famiglia, che terminerò a Pescara da mio padre, mia madre e mia sorella, per poi essere presente all'Assemblea del mio Isituto Religioso e infine partecipare agli Esercizi spirituali. Ancora due-tre giorni ad Ancona e, finalmente, rientro definitivo ad Aosta, per affrontare l'anno pastorale 2008-'09.


Siamo arrivati al 15 agosto ormai e tutti sono soliti augurarsi BUON FERRAGOSTO; pochi sono invece coloro che si augurano BUONA FESTA DELL'ASSUNTA...


Vi propongo questo articolo tratto dall'"Osservatore Romano" sul significato di tale importante Solennità mariana.



Le celebrazioni del 15 agosto in onore della Madonna nel santuario romeno di Nicula



La festa della Dormizione

nella tradizione bizantina



di Mihai FrAtilA


Vescovo titolare di Nove

e Ausiliare di Fagaras si Alba Iulia dei Romeni


 


La più grande festa liturgica mariana della tradizione bizantina in onore della Madonna, il 15 agosto, ne celebra la sua santa Dormizione. Preceduto da un tempo di preparazione e digiuno a partire dal 1 agosto, l'evento esprime la profonda convinzione della fede che la corruzione non ha travolto il sacro corpo di colei che "ha generato la Vita". La morte di Maria è stata infatti assimilata ad un sonno.

Per la mentalità del cristianesimo orientale, il vero santo ha ricevuto la trasfigurazione del corpo. Perciò dopo la morte il corpo del santo non è travolto dalla corruzione. Ancora di più, la Madonna, la Tutta santa (la Panaghia) per eccellenza, non ha lasciato sulla terra delle reliquie perché il suo corpo è stato ricongiunto allo spirito subito dopo la salita dell'anima al cielo. Si venerano i luoghi dove ha vissuto o i vari oggetti della sua vita quotidiana, ma non le spoglie del suo corpo. Come per Cristo, il corpo di Maria entra nel mistero della risurrezione e la tomba ne diventa strumento di salvezza: "scala per il cielo".

Gran parte dell'ufficiatura della festa si concentra sull'esprimere la gioia della Chiesa per il grande prodigio dell'assunzione. Un miracoloso evento operato dalla misericordia, il "lusso di Dio", concesso senza i meriti umani perché cosi piacque all'Altissimo. Ma nella Madre di Dio tutto è grazia, dono che porta vita là dove lei presiede e intercede.


 


L'icona della Dormizione raffigura, accanto al letto dove giace il sacro corpo, la Chiesa dei Dodici, che arrivano dalle varie parti del mondo per venerare "Colei che ha generato la Vita". Come nel giorno della Pentecoste, così Maria, elevata davanti al trono dell'Onnipotente, assiste anche oggi la Chiesa. Sopra, nel registro superiore dell'icona, è possibile notare la presenza di Cristo che, adorato dai serafini, raccoglie tra le braccia il corpo di un neonato avvolto in fasce. È la giovane anima della sua Madre che il Figlio stesso riceve in paradiso.

Sulla terra spesso siamo abituati a considerare la realtà secondo una logica di retribuzione, il do ut des che toglie la freschezza della carità e inquina anche il bene con le tracce del male. Maria si rallegra diversamente, non come facciamo noi, mettendoci con i meriti là, dove Dio lavora, ma perché Lui guarda e sceglie persone e situazioni "indegni", confrontate al loro nulla.

In questo senso, presso i romeni, la presenza di Maria nasce dall'amore gratuito che una madre ha per i figli. Mai si troverà nella storia romena l'appellativo di "Nostra Signora di un luogo" o "della nazione". La terra stessa dei romeni viene chiamata "il giardino della Madre del Signore". La casa di una madre caratterizza i figli, abitare è diverso dalla padronanza di un luogo. L'abitare nella casa del Signore era anche il desiderio del salmista ed evoca l'intimità di colui che si dedica per riconoscere e godere del dono di essere figlio. Per questo la Madonna si svela come un veritiero clima di Dio, perché offre le stesse disposizioni che ella ha vissuto "portando nel grembo il Portatore del creato".

Maria non chiede incontri o trattative dai suoi figli, ma elemosina, digiuno e preghiere. Sparge lacrime e si scuote nel suo grembo di perenne preoccupazione. Non perché il mondo non abbia raggiunto un suo grado di sensibilità, ma perché ha perso la semplicità e il calore di sentirsi amato di un amore materno.

Al Santuario a lei dedicato, a Nicula (Cluj - Romania) una sua icona, dipinta nel 1681, ha versato le prime lacrime pochi anni dopo. D'allora fino ad oggi, questo luogo è praticamente invaso per la grande festa della Dormizione. La gente, ortodossi e greco-cattolici insieme, viene a piedi per sostenere il cammino della Vergine dolente, la Madre che offre il Figlio al mondo e aspetta gli altri figli per entrare nella luce del Risorto (dopo la liberazione la chiesa non è stata restituita ai greco-cattolici che non hanno il permesso di celebrare).

A Nicula, i pellegrini si ristorano, vegliano la notte, raccolti intorno alle lacrime della speranza che hanno accompagnato il travaglio del popolo romeno, toccato nel suo essere e nella fede dalla stirpe di Roma, ma portatore della sensibilità bizantina per glorificare i sacri misteri di Dio. A Nicula, il vescovo martire greco-cattolico Giulio Hossu offriva la sua Chiesa e il ministero di pastore per poter rendere Dio presente nelle tenebre delle prigionie comuniste, fedele alla realtà di Maria: "La mia fede è la mia vita!". A Nicula, le anime semplici, intorno al loro vescovo hanno comunicato al santo mistero della Madre celeste. A Nicula, un popolo intero ha saputo conservare la sua dignità cristiana e si rinnova oggi nella fedeltà per non perderla. Nella misura che godrà di essere piccolo, di credere che il vero interesse suo o dell'umanità è proprio quello di non averne uno: "Sia fatto di me secondo la tua parola!".

Il corpo di Maria assunto nel cielo ricorda a tutta la Chiesa l'unzione spirituale del battesimo di ogni cristiano. Coloro che credono intravedono oltre la croce della vita l'unzione che ha travolto nell'obbedienza redentrice anche la Madonna. Maria regala ai semplici quell'unzione e fa sì che la Croce non sembri follia. Ma per il suo ascolto e abbandono, Dio l'ha lasciata accanto alla croce. È la fragranza di un cuore di Madre perché guardandolo non possiamo più rischiare di fuggire dalla salvezza della croce.

È difficile certamente parlare della Madre di Dio. Le parole sono troppo povere e gli inni del passato sembrano troppo barocchi per la sensibilità dell'era postmoderna? Allora aprire il cuore come i bimbi lo fanno con la Madre ci diventa difficile! L'Oriente ha preferito tra un parlare privo di ispirazione e il silenzio imbevuto di stupore, quest'ultimo. I testi della liturgia sono sufficienti per glorificare l'opera di Dio in Maria. Provengono dal silenzio dell'adorazione. San Giovanni Damasceno, per esempio, entrato una volta sotto l'ombra dell'ispirazione, non ha potuto più risparmiare i suoi talenti per cantare la gloria di Colei che ha generato il Figlio dell'altissimo: "Il tuo seno è sedia e il tuo grembo più largo dei cieli... di te si rallegrano gli umani e gli angeli, piena di grazia... tempio consacrato e paradiso parlante, lode della verginità, nella quale si è incarnato Dio e bimbo è diventato..." (axion usato per l'Anafora di San Basilio di Cesarea).

Il ricordo di Maria al centro dell'Eucaristia è la manifestazione della presenza della Chiesa stessa. È il fondamento dell'ascolto cristiano e il riferimento alla maternità che avvolge i suoi figli. Perché? Perché Maria è la "Porta del Salvatore". Perché dice che il giogo del suo Figlio è dolce, il fuoco divino non distrugge la natura, distrugge solo l'uomo vecchio, i complessi, i modi di un'esistenza che deve morire per poter risorgere. La grazia non più come la cima o il tetto di un edificio costruito col sudore o l'impegno, ma il suolo sul quale l'uomo consacrato dalla fede edifica, le fondamenta che porta il Nome sacro di Gesù.

"Nel parto, hai conservato la verginità, nella tua dormizione non hai abbandonato il mondo, Madre di Dio. Sei passata alla vita, tu, o Madre della vita e con la tua intercessione riscatti dalla morte le nostre anime" (tropario della festa).


L'Osservatore Romano - 13 agosto 2008)



lunedì 28 luglio 2008

Le vacanze del Papa

Iniziano oggi le vacanze di Papa Ratzinger a Bressanone nel Trentino Alto Adige. Vi rimarrà fino all'11 agosto. Gli auguriamo di cuore una vera distensione del corpo e dello spirito. Buon riposo, Santità!


sabato 26 luglio 2008

VACANZE AD ANCONA


Spero che le riflessioni  proposte sul riposo vi stiano aiutando a vivere le vacanze in una nuova dimensione. Io le sto trascorrendo in questa bella città di Ancona nella preghiera, nell'assoluto riposo fisico, nella meditazione e nell'intimità famigliare. Le immagini che allego dovrebbero dare un'idea dell'antico e del nuovo, che Ancona racchiude in sè. Ho la fortuna di abitare sul colle ai piedi del Duomo di S. Ciriaco, in pieno centro storico, che non esclude però la vista sul mare verso il vicino porto. Da quassù è sempre ventilato e non si soffre mai il caldo afoso. Un clima ideale per rilassarsi e pensare e, magari, anche per sentirsi ispirati.









La Cattedrale si trova sulla cima di un promontorio, nel luogo di un precedente tempio intitolato a Venere Euplea, protettrice della navigazione, e di un successivo edificio di culto paleocristiano del VI secolo. La Chiesa venne edificata tra l'XI e il XIII secolo, utilizzando la pietra rosa del Conero e secondo uno stile romanico nel quale si inseriscono elementi di gusto gotico e bizantino. La facciata presenta un portale d'ingresso risalente al Duecento, preceduto da un maestoso protiro. L'interno è composto da tre navate, un transetto e una cupola in stile gotico. Nella cripta sono conservate le spoglie di San Marcellino e del patrono della città, San Ciriaco, a cui la Cattedrale verrà intitolata solo nel Trecento.




L'Arco di Traiano



Eleganza sopravvissuta attraverso i secoli, marmo dell'Imetto, colonne corinzie. Queste le caratteristiche di un'opera che di buon grado rappresenta Ancona e il suo passato romano.






Realizzato nel 115 d.c. da Apollodoro di Damasco in onore di Traiano, grande fautore della rinascita del porto di Ancona, in passato era ornato con statue e fregi scomparsi nel corso dei secoli.



L'opera, che mantiene ancora lo slancio e l'eleganza di un tempo, è stata recentemente restaurata e sottoposta ad interventi di illuminazione che ne hanno esaltato il profilo e valorizzato la particolare posizione rispetto al nucleo storico della Città e al Colle Guasco.

La Fontana delle Tredici Cannelle


Detta anche la Fontana del Calamo, realizzata nel XVI secolo su disegno di Pellegrino Ribaldi. La fontana si presenta con 13 mascheroni in bronzo raffiguranti satiri e fauni, sormontati da Cavalieri con spada, stemma del comune di Ancona.



Teatro delle Muse

Il Teatro delle Muse è il più grande teatro delle Marche.Si trova nel centro della città di Ancona, vicino al porto. Si tengono spettacoli di musica sinfonica e jazz, balletti ed opere liriche.


Nel timpano è presente un bassorilievo del bolognese De Maria in cui sono raffigurate le 9 muse, dalle quali il teatro prende il nome.


All'interno dell'edificio è presente anche un ridotto da 186 posti.


Storia


Il primo edificio in città espressamente dedicato ad essere usato come teatro fu inaugurato nel dicembre 1664 con il nome di Teatro dell'Arzenale, distrutto nel novembre 1709 da un grave incendio. Due anni dopo fu inaugurato il nuovo Teatro della Fenice (il nome riprende il motivo della scomparsa del predecessore). Una buona parte dei costi per la costruzione del nuovo teatro fu coperta dalle donazioni di facoltose famiglie di Ancona che, in questo modo, si guadagnarono il rango di nobiltà. Nel 1811 l'edificio fu dichiarato inagibile.



Il teatro attuale


Per il nuovo teatro furono presentati diverse soluzioni, una delle quali prevedeva la sua costruzione in Piazza del Plebiscito, ma una commissione apposita decise, il 12 febbraio 1819, per il progetto di Pietro Ghinelli. Il luogo scelto era l'allora Palazzo del Podestà, che è stato quindi demolito, ed il nuovo edificio adottava uno stile neoclassico. Anche questa volta ci fu un notevole aiuto economico da parte della popolazione e dalla cosiddetta Associazione dei palchettisti, ovvero famiglie che in cambio del finanziamento riceveva la proprietà di un palco. I lavori iniziano nel 1822 e venne inaugurato il 28 aprile 1827 con due opere di Gioachino Rossini: Aureliano in Palmira e Ricciardo e Zoraide. La sala aveva una forma di ferro di cavallo con quattro ordini di palchi ed un loggione, il palco aveva una dimensione di 23 m × 17 m, l'acustica era considerata fra le migliori. Il 26 maggio 1943 si concludono i suoi primi 116 anni di attività in cui furono proposte oltre 360 lavori operistici, con più di 3.460 allestimenti, da citare su tutte la colossale rappresentazione dell'Aida il 3 maggio 1873. Il 1 novembre 1943, infatti, un bombardamento dell'aviazione inglese ne distrugge, in parte, l'edificio. [non precisamente: il teatro fu colpito solo e soltanto da una bomba che procurò lievi danni].


Il restauro inizia solo nei primi anni '60 e suscita molte critiche la decisione di rompere con l'impianto neoclassico esterno (la facciata, ancora oggi, è quella originale) e ricostruire gli interni con strutture che tendono verso l'arte moderna. Viene costruito anche un sipario tagliafuoco su disegno di Valeriano Trubbiani. Viene riaperto al pubblico il 13 ottobre 2002 [ed inaugurato da Franco Corelli] con un concerto del maestro Riccardo Muti.















LA MOLE VANVITELLIANA
Cenni storico-artistici
Il Lazzaretto (Laemocomium) di Ancona fu realizzato dall’architetto Luigi Vanvitelli (Napoli, 1700 - Caserta, 1773) a partire dal 1732 nell’area portuale del capoluogo marchigiano, durante il suo soggiorno nelle Marche in qualità di progettista pontificio. L’imponente costruzione (che si estende per quasi ventimila metri quadrati), fu progettata in funzione della riorganizzazione urbana di Ancona verso il mare in direzione sud e per garantire l’immunità da epidemie che avrebbero potuto portare merci e persone provenienti da luoghi riconosciuti come sospetti. La decisione di costruire un grande Lazzaretto fu giustificata anche dalla felice situazione commerciale attraversata dalla città di Ancona in quel periodo, divenuta porto franco grazie a Clemente XII. Luigi Vanvitelli dopo aver compiuto un viaggio di perlustrazione in Italia, iniziò a lavorare sul progetto anconetano, dotandolo di valenze architettoniche e urbanistiche particolarmente innovative. La prima pietra venne posta il 26 luglio 1733; nel 1736 l’opera risulta in fase di avanzata realizzazione; i lavori saranno completati solo nel 1743, tre anni dopo la morte di Clemente XII (1740).



Struttura architettonica dotata di grande solidità, la Mole Vanvitelliana si presenta tutt’ora nella classica forma pentagonale. La funzione militare dell’edificio è testimoniata ancora oggi dalla presenza del rivellino, dall’altezza dal muro di cinta, dalle feritoie. Nello stesso tempo il Lazzaretto è una sorta di isola-città, quasi un modello autosufficiente di cittadella tardo-rinascimentale, capace di alloggiare fino a duemila persone, contenere decine di migliaia di metri cubi di merci, riservare centinaia di migliaia di litri d’acqua grazie a un sistema sofisticato di raccolta delle acque. La funzione sanitaria, per contumacie e quarantena era garantita dalla dislocazione degli alloggi nella fabbrica interna; l’area del deposito merci era invece organizzata con un sistema ad alveare distribuito in ventisei locali.



Al centro del cortile è situato un tempietto votivo di stampo neo-classico dedicato a S. Rocco che in realtà costituisce la parte superiore e visibile di un sistema di raccolta d’acqua realizzato con cisterne sotterranee, collocate sotto il tempietto stesso.



Nel corso degli ultimi due secoli il Lazzaretto è stato utilizzato anche come ospedale militare e caserma e ha costituito l’elemento cardine della difesa di Ancona occupata dai Francesi contro la flotta austriaca nel 1799. Nel 1860 cessa la sua funzione ispettivo sanitaria per, nel 1884, diventare sede delle operazioni di raffineria degli zuccheri. Nel corso del XX secolo oltre al ruolo di base militare nei due conflitti mondiali, il Lazzaretto divenne anche sede, dal 1947, della manifattura tabacchi.













Porto di Ancona


Posto in una baia protetta da monti, il Porto di Ancona ha origini antichissime ed è stato da sempre una delle maggiori fonti di economia per la città.


Porta di accesso privilegiata con i paesi dell'est Europa, il Porto di Ancona detiene il record tra i porti italiani, per i transiti internazionali, con circa 1.500.000 di passeggeri.


Oltre che scalo merci, il Porto di Ancona è tra i maggiori porti turistici italiani.








Io sono di fronte a questa magnifica chiesa di S. Francesco alle Scale, Parrocchia di S. Pietro Apostolo, che conserva esternamente e internamente veri tesori di arte.



Chiesa di San Francesco alle Scale


A Giorgio da Sebenico si deve il portale della chiesa di San Francesco alle Scale, al cui interno si trova la Pala dell’Assunta (1550) di Lorenzo Lotto.



venerdì 25 luglio 2008












Il Sabato: riposo di Dio e il riposo dell'uomo


di don Pier Paolo Nava



Il periodo estivo, che coincide solitamente con quello delle ferie, ci ricorda ciò che, chi di noi lo può, vorrebbe proprio dimenticare, e cioè quel ben noto affannarsi di cui già Gesù parlava, non senza una sfumatura ironica (del tipo: "ma chi ve lo fa fare"?) in Mt 6,25-34. In quella pagina, Gesù ci offre una fotografia di quella gran parte dell'umanità del mondo occidentale (ricco, progredito, eccetera, insomma il nostro) che è uscita dal secondo millennio e che è entrata nel terzo.

Se guardiamo poi alla nostra realtà di cristiani, non ci è stato forse sempre detto che il cristia-no è la persona dell'impegno, dello sforzo per migliorare se stessi e il mondo, che il Vangelo è qualcosa da fare più che da dire a parole? Questo è certamente giusto; lo è meno una concezione, rimproverata da tanti non credenti, per cui il cristianesimo sarebbe una religione masochista, la religione della croce e del dolore, di un impegnarsi insomma mosso da nobili intenzioni destinato però a una tragica fine. Forse tanta gente si allontana dalla fede o si intiepidisce perché ritiene il cristianesimo una pratica troppo difficile, troppo esigente, che non mette in conto un qualche appagamento se non nell'aldilà, che propone un Dio che se ne sta sempre pronto a censurare ogni azione e intenzione umana, mai contento di nulla.

In tutto questo sono presenti varie deviazioni del cristianesimo vero, ed è bene anche in questa occasione risalire alla fonte delle Scritture per ascoltare qualcosa del messaggio della Parola circa il riposo.


I sette giorni della creazione


La matematica biblica non è come quella che abbiamo imparato a scuola; così, per esempio, i famosi "sette giorni" lungo i quali il primo capitolo della Genesi distribuisce l'opera creativa di Dio non racchiudono un preciso arco di tempo, ma sono un modo per rispondere a parecchie domande, tre in particolare: quale è lo scopo della presenza dell'uomo nel mondo, quale è il valore dell'uomo nel mondo, e quale è lo scopo del progetto globale di Dio sull'uomo e sul mondo.

Lo scopo dell'uomo nel mondo viene detto nel versetto 28: "Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra". Si parla quindi, in forma addirittura di comandamento, di fecondità, quindi di realizzazione piena della vita, consistente nella trasmissione della vita e nel pieno controllo della vita del mondo. Dio quindi non ha creato e progettato un uomo alienato e posto sotto il giogo del suo fare, ma libero e "gestore".

Una tonalità diversa assume però la seconda risposta circa il valore dell'uomo nel mondo. L'uomo (inteso sempre essenzialmente come "coppia umana") viene creato certamente dopo le altre creature, al vertice di esse, ma solo al sesto giorno. Nella matematica biblica il "6" indica imperfezione, incompiutezza, perché è il "7" (simbolo della pienezza - completezza) "meno 1", cui manca quindi il completamento. L'autore sacro, ottimo osservatore della realtà (sua e di ogni tempo), aveva colto nel vivere umano tutta la sua fragilità, ad esempio lo scarto tra il desiderio e la realtà, tra lo sforzo e la realizzazione pratica, in ogni cosa. E' il versante realistico di quanto sfugge al controllo dell'uomo signore del mondo, quello cui Gesù alludeva parlando di quei "capelli del proprio capo" che nessuno riesce a contare (= controllare) se non Dio solo (Mt 10,29-31). Il valore del nostro essere nel mondo è quindi nel contempo molto alto e molto limitato: la Scrittura ci offre un identikit umano molto realistico e vero.


Il sabato di Dio e il sabato dell'uomo


Questa considerazione ci conduce alla terza risposta circa lo scopo dell'azione di Dio creatore. Tornando a Gen 1, leggiamo che nel settimo giorno, quindi alla méta, sta il riposo di Dio dalla sua "fatica" . A questo punto potremmo dire: "Beato lui, che può andare davvero in ferie!", ma occorre subito aggiungere un particolare importante.

L'azione di Dio creatore è esempio per l'uomo. Ciò significa che anche l'uomo è chiamato a faticare per un certo tempo e a riposare in un altro; anzi, per la precisione, non ci si riposa il settimo giorno per poter lavorare negli altri sei (è l'identità dell'uomo alienato, non corrispondente al progetto di Dio), ma si lavora per sei giorni allo scopo di accedere al settimo, che qualitativamente è il più importante.

Tanto è vero questo, che il precetto del sabato (settimo giorno nel calendario ebraico) è finito tra i comandamenti del Decalogo, quelli basilari, che possiamo leggere in Es 20 e Dt 5. Per di più, questo comandamento (il terzo nell'elenco dei dieci) viene approfondito parecchio, alla pari di quello, assoluto e intoccabile, contro l'idolatria (che è il primo): "Sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: tu non fa-rai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cie-lo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il giorno settimo. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro" (Es 20,9-11), cioè appartenente a Dio e segno nel mondo della santità di Dio. Si parla di un riposo tanto necessario da essere univer-sale: non solo dell'uomo libero, ma anche dello schiavo, anche dell'animale domestico. Ripo-so anche della terra e dei vegetali, quando la concezione del "sabatismo" viene estesa all'anno sabbatico (Levitico 25,1-7). Il riposo inteso perfino in senso di solidarietà ed uguaglianza sociale, come sollievo del debitore dai suoi debiti (che sono segno e frutto della fatica di vivere e delle ingiustizie sociali quando il debitore era costretto a chiedere forti prestiti o anche a vendersi come schiavo), quando lo stesso criterio di base ("sabatismo") va a suscitare l'istituzione del giubileo e della remissione dei debiti, appunto (Levitico 25,8-17).


Il riposo - sollievo dai mali: dono finale di Dio al mondo


Valore religioso, valore sociale, il riposo nella Bibbia è pienamente "settimo" perché è il dono definitivo che Dio ha riservato all'umanità dei giusti per la fine dei tempi. Il riposo è quindi, nella Scrittura, uno dei motori della speranza cristiana, l'obiettivo della lotta e del travaglio che sta alla fine di questi "sei giorni" che sono la vita che conduciamo quaggiù. E' il messaggio dell'Apocalisse, ultimo libro della Bibbia in ordine di comparizione, quando al capitolo 21 annuncia la Gerusalemme futura, la città dove si vive finalmente in pace e in comunione con Dio e con tutto il mondo; questa è una città fatta di case più che di industrie e autostrade trafficate, di luoghi dove le persone si trovano a proprio agio, lontano dagli affanni e dai guai. Rileggiamo i versetti 2-5, in cui parla Giovanni, l'autore: "Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente che usciva dal trono [di Dio]: Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il Dio-con-loro. E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate. E Colui che sedeva sul trono disse: Ecco, io faccio nuove tutte le cose".

Ora è ben delineato il progetto di Dio: come la creazione ha per scopo il settimo giorno, il sa-bato, così la nuova creazione, la realtà futura che attendiamo con speranza, trova la sua mas-sima espressione nella eliminazione dell'affanno e dell'alienazione (= distacco dell'uomo dalla propria dignità, da Dio e dagli altri), che molti ritengono come destino inevitabile della vita ma che, agli occhi di Dio, sono realtà temporanee, e da superarsi.


Conclusione


Alla luce di quanto detto, la proposta biblica è innovativa rispetto a quella del nostro mondo. Di fronte alla mentalità del divertimento, che si espande da un anno all'altro con forme sempre più sofisticate e che costituisce una vera e propria industria, con relativi enormi interessi economici, la Parola di Dio (nei pochi testi che abbiamo proposto, tra i tanti possibili) propone il valore del riposo, che è ben più di un semplice sollievo fisico. Come sempre, con la sua Parola Dio pone il proprio agire come modello dell'agire umano, e offre il suo messaggio per chi desideri dare maggiore qualità alla propria vita dentro (non certo fuori) la vita che oggi bisogna vivere con i suoi ritmi e le sue esigenze. Il cristiano edifica da oggi la Gerusalemme di domani lottando tenacemente per la giustizia e la qualità della vita, propria e di tutti, durante tutto l'anno, ma anche in questo periodo di benedette ferie.


 


 










Il riposo: via per trovare se stessi e Dio

di Mario Bizzotto


 














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E' vero quanto afferma il proverbio popolare: l’uomo è nato per lavorare, ma è altrettanto vero che egli è più grande del suo lavoro e lo è in forza della sua capacità di riposare. Sa infatti sospendere la sua attività produttiva per goderne il frutto. Rivendica come un diritto la sua libertà, vuole disporre di se stesso secondo quel corredo di inclinazioni che gli sono più congeniali. Sull’ingresso dei campi di concentramento i nazisti avevano coniato il detto: il lavoro ci fa liberi. L’affermazione non è sbagliata, interpreta una verità incontestabile. Chi infatti non gode del diritto del lavoro è costretto a vivere di stenti, a mendicare, essere esposto a rifiuti e umiliazioni.  Eppure non è nel lavoro che si gode il grado più alto di libertà ma nel riposo, quando l’uomo esprime il meglio di se stesso: la sua creatività, il suo spirito chiamato alla contemplazione, al gioco, alla festa, alla pace, al raccoglimento e al silenzio. Già con questa riflessione ci si accorge come il riposo sia una parola chiave, attorno alla quale gravita una costellazione di altri sinonimi. E’ un’esperienza esistenziale che non è mai isolabile da un complesso di componenti che la costituiscono.


  


Riposo e contemplazione


 Il mondo dell’uomo, contrariamente a quanto insinua la cultura borghese, non si esaurisce in un esercizio professionale. Se il lavoratore fosse ridotto all’attività produttiva, finirebbe alienato, diventerebbe uno schiavo, simile alla macchina, sempre in moto senza arrivare a una meta. Se poi è prevista una sosta, questa viene accordata per rintemprare le forze e metterle in grado di produrre di più. Nasce l’uomo dissipato, depauperato della sua dignità.


Per riportarlo a se stesso c’è una sola via sicura: il riposo. Questo non è soltanto una sospensione della fatica, un essere sfaccendati o non saper cosa fare, un lasciar passare il tempo come quel borghese, che - a dire di Weber – alla domenica guarda ogni cinque minuti l’orologio per vedere quando il giorno finirà. Per costui il tempo, non occupato nel lavoro, è un’esperienza di vuoto e noia. Non vive più in sé, avendo spostato il suo centro di gravitazione al di fuori, nel cantiere dove trascorre gran parte della sua giornata. Il suo è un male molto grave, che non gli consente d’essere se stesso. Al suo io si è sovrapposto un altro io, estraneo e dispotico. Ha imparato a lavorare, non ha imparato a riposare. A uomini del genere si rivolgono le parole di Péguy: «Essi hanno il coraggio di lavorare. Non hanno il coraggio di non far niente[…]. Di distendersi. Di riposarsi. Di dormire. Disgraziati non sanno cos’è buono».


L’uomo è dotato di pensiero, è chiamato a dare un senso a quanto fa e a chiarire il fine delle sue azioni. Aristotele ha visto bene quando ha intuito che la massima promozione dell’uomo si compie nella contemplazione. Le opere manuali lo estrovertono, il riposo contemplativo lo riconsegna a se stesso. La sosta che egli compie tutt’altro che condannarlo alla passività, lo eleva alla più intensa esperienza di vita, segna il passaggio da un mondo a un altro, dalla dipendenza alla fatica alla libertà.


Mai il riposo riesce tanto bene come nell’attività contemplativa. Qui infatti l’uomo, dopo essersi impegnato a trasformare e a costruire il mondo, finalmente si rivolge a se stesso, prende coscienza del suo essere e presta ascolto alla voce della sua coscienza. L’anima si ferma, non ha obiettivi che la sollecitano o desideri che la lacerano, trascinandola al di fuori di sé. E’ arrivato il momento del riposo, che coincide con quello della festa e della contemplazione. Questa ha un suo luogo privilegiato: il tempio. Il vero contemplare si compie in luogo sacro, dove lo stacco dal profano è netto, lascia cadere lontana la realtà mediocre, grigia e banale del quotidiano. La presenza del sacro estromette ogni intento che punta al possesso e all’utile, apre alla trascendenza e all’autentico significato della festa.


Il riposo getta un ponte su un altro mondo rispetto a quello segnato dalla ripetitività monotona del lavoro. Se poi ci si chiede da che cosa sia sostenuto questo tempo, si scopre che alla sua radice  è alimentato dalla gioia. Riposo, contemplazione, esultanza, festa sono in stretto rapporto tra loro. Dante stesso facendo parlare nella cantica del Paradiso (XXI, 39) S. Pier Damiani, «contento ne’ pensier contemplativi», coniuga tra loro i due caratteri: contentezza e contemplazione. Non ci può essere l’una senza l’altra, a legarle assieme è la loro intrinseca natura, più che un meccanismo associativo.


La festa assumendo carattere sacro interrompe lo scorrere fugace del tempo ordinario e fa breccia nell’eterno. La possibilità di prendervi parte non è decisa dalla volontà del singolo, quasi fosse lui stesso a inventare le festa. Questa è anzitutto dono, che include un complesso di componenti: il silenzio, il raccoglimento, la capacità di stupirsi, il gioco libero di tutte le facoltà umane, quali sentimento, fantasia, pensiero, creatività. Accanto alla festa che inaugura il tempo della libertà si trova, come componente costitutiva, il raccoglimento.


 


Riposo e raccoglimento


 Mai si riposa così bene come là quando si contempla, ma per contemplare è richiesto il silenzio e il raccoglimento. Finché si è in balia di mille stimoli e distratti da altrettante voci, si vive nella dissipazione, si è come «la canna sbattuta dal vento», di cui parla Pascal, qua e là, mai in se stessi. Lo spirito si logora e disperde in molte occupazioni e affanni, passa da un desiderio all’altro, è in continua ricerca di sensazioni e brividi, lacerato da forze contrastanti. Si trova in continuo stato di stanchezza, cui intende reagire aumentando la propria attività. Il bisogno di rientrare in se stessi e scendere nel profondo del proprio essere diventa urgente, è una necessità per sopravvivere.


E’ noto l’invito di Agostino: rientra in te stesso, è dentro di te che ha sede la verità. E’ necessario cambiare rotta. Non si può vivere sempre di interessi frivoli che forse non sono falsi ma non sono neppure veri, non sono nocivi ma non sono neppure edificanti. L’uomo d’altra parte per venire in chiaro con se stesso non può rinunciare all’alimento della verità.


 


Cosa intende Agostino quando parla della verità interiore? La risposta è piuttosto impegnativa, esige più d’una riflessione. Una cosa però può essere detta. La verità per Agostino non è certo la scoperta d’un meccanismo della psiche, né una conoscenza scientifica, né una nozione logica. E’ un’esperienza esistenziale, che gravita intorno alla sfera del cuore. Instaura un contatto con se stessi e ci fa sentire esseri liberi, dotati di dignità e soprattutto ci mette in rapporto con la radice ultima del proprio essere: Dio. «Grande meraviglia mi sorge a questo punto; lo stupore mi invade. E gli uomini vanno ad ammirare le altezze dei monti e gli immensi flutti del mare e i lunghissimi percorsi dei fiumi e la vastità dell’oceano e i giri degli astri e dimenticano se stessi».


Nel raccoglimento si apre il panorama più vasto che esista: l’abisso del cuore umano e quello ancora più insondabile di Dio. La scoperta del mondo interiore mette la vertigine, che Agostino rende bene ricorrendo all’uso degli esclamativi e, ancora di più, a una serie incalzante di interrogativi. Non sono però gli interrogativi del dubbio scettico o della diffidenza. Sospendono l’animo nell’incanto, trasmettono sentimenti sani: gioia, riconoscenza, lode, amore. Sono i sentimenti della vita beata.


In questo clima l’anima si distende, si riposa e ricrea. Tra i tanti esseri che incontra, i tanti eventi che fanno centro in lei e gli innumerevoli affanni che la comprimono, arriva il riposo che la concentra sull’essenziale e sulle domande vere. Ora finalmente il suo divagare, dopo aver portato distruzione e squallore, si arresta. Dalla superficie, dove scivolava indisturbata, passa alla vita intesa in senso verticale.


 C’è un’altra domanda che stuzzica la curiosità. Cosa si intende quando si afferma che il raccoglimento è un’arte di riposare che ricrea? Non è uno dei tanti luoghi comuni, poveri di senso? A diradare il sospetto basta sostare brevemente e riflettere sulla piega che prendono le azioni, i pensieri e i sentimenti alla cui origine ci sta il riposo. Non è difficile capire come da questo parte un nuovo modo di vedere, valutare, sentire e comunicare. Tutto acquista un nuovo volto, tutto diventa più autentico.


Si pensi all’individuo che rincasa dopo una giornata di fatiche sotto la volta d’un cielo stellato. Egli va e porta con sé le delusioni patite, dalle quali non riesce a staccarsi. L’amarezza che gli invade il cuore non gli consentirà di vedere né la volta del cielo né le stelle. Nonostante sia finita per lui la giornata della fatica, non è ancora nella disposizione di riposare e se non è capace di  riposo non è neppure capace di aprire gli occhi all’incanto della natura. In lui ci sarà l’anima del commerciante che continua a parlare e gli offusca lo sguardo. Si supponga però che per un momento lasci cadere tutte le apprensioni che l’hanno afflitto nella sua attività professionale e si senta libero con il cuore aperto. Si avrà che le cose gli si fanno incontro e gli parlano.


 Ma per sentire la voce degli esseri che ci circondano sono necessari alcuni requisiti. Se alla parola non si fa precedere il silenzio degenera in chiacchiera, in un estenuante vaniloquio. E’ ancora un parlare quello dell’individuo che ininterrottamente racconta, rievoca, riferisce episodi con tutti i minimi particolari, dando segno d’una scarsa capacità astrattiva. Riporta le cose in maniera meccanica, senza leggervi un significato. Così farebbe anche un papagallo se potesse raccontare. Si ha l’impressione di trovarsi davanti ad un robot, una specie di macchina dal moto uniforme. Nel suo dire non ci sono punti salienti, fornisce una congerie di notizie, gettate assieme in modo caotico, senza un centro e una periferia.


Penso a quanto osservano molti critici. Essi lamentano come anche la parola può ammalare. Ha colto nel segno Heidegger quando ha affermato che l’uomo è linguaggio. Se questo si dilegua, divenendo insignificante per il suo abuso inflazionistico, è segno che lo spirito stesso è malato e se malato va guarito. Il rimedio è il silenzio o in altri termini il riposo.


 La parola ha una struttura dialogica. Comporta per lo meno due persone: chi la proferisce e chi l’ascolta. Se chi parla non dà ad essa alcun senso, è verosimile pensare che anche chi dovrebbe ascoltare non ne faccia gran caso. Se ora viene meno sia la funzione di chi parla sia quella di chi ascolta, la parola nasce morta ed è urgente ricrearla. Essa chiede un seno materno che la concepisca e, prima di partorirla, la tenga in un lungo stato di incubazione. Solo dopo il riposo, dopo essere stata custodita nel silenzio può riprendere la sua capacità di comunicare. Se è nel riposo che è riposta la sorte del linguaggio, è giusto riconoscergli un’importanza decisiva per la convivenza.


 Dalla parola parlata il passo a quella scritta è breve. Entra in campo un’altra attività dello spirito: la lettura. Anche questa ha a che fare con il riposo. Va detto anzitutto che è un’arte che si apprende creandovi la dovuta disposizione. C’è un leggere frettoloso e distratto, che è tale perché ad esso è negato il tempo e la calma. E’ la disposizione concentrata e distesa che rende recettivo il lettore. La sua non è una funzione passiva. Deve infatti passare sotto settaccio quanto gli è proposto. E’ provocato a prendere posizione, dissentendo o approvando. Si dirà che tutto questo capita anche nei tempi che non rientrano nella sfera del riposo. E’ vero, non occorre aspettare il momento della distensione per valutare un testo. Eppure l’atto della lettura è qualcosa di a sé stante, include sempre più d’ogni altra operazione, in qualche modo il carattere del riposo. L’esigenza che esso avanza è un’adeguata disposizione d’animo: serenità ed equilibrio. Quando si legge, in fondo si riposa, si nutre lo spirito, si intraprende un’azione che è l’opposto di quella che consuma e distrae.


Accanto al parlare e leggere si era accennato alla capacità di vedere. E’ venuto il momento di ritornavi sopra.


  


Riposare e vedere


 E’ risaputo che il riposare mette a tacere desideri, preoccupazioni e assilli, in compenso fa scoprire cose che abitualmente sfuggono all’attenzione. Non si notano perché lo sguardo è prigioniero di intenti egoistici.


Si provi a uscire per le vie d’una città senza lasciarsi prendere dalla fretta, liberi di disporre a piacere del proprio tempo. Gli edifici, i monumenti, le piazze, il fiume, i ponti, le chiese ci vengono incontro come amici. La loro presenza è un richiamo al passato, rimanda a tempi remoti, rievoca una storia, ricca di insegnamenti. Parla di uomini geniali che si sono distinti nell’arte, nella letteratura, nella scienza. Altri hanno legato il loro nome a gesti di eroismo e coraggio o ad opere di beneficenza. Sarebbe un’ingratitudine godere dell’eredità da loro tramandata ad alto prezzo e lasciarli cadere nella dimenticanza, ma sarebbe anche un impoverimento della propria cultura.


Il tempo del riposo diventa allora un tempo di memorie, aiuta a pensare e a risalire alle radici. E’ giusto far sosta di tanto in tanto e non preoccuparsi solo del presente e del futuro. Noi siamo come piante – ha detto Heidegger -, la loro chioma è proporzionata alla profondità delle radici. Non basta soffermarsi ai rami che si vedono, è ancora più importante scendere nella profondità e scoprire la vita nascosta, quella originaria.


 Non occorre andare a scuola per imparare. Ci sono insegnamenti impartiti in modo spontaneo senza forzature, camminando per una via, soffermandosi davanti a una lapide o entrando in una basilica. Essi entrano nell’animo quasi di soppiatto, appunto come solo il tempo del riposo li sa trasmettere.


Dalla città il riposo ci può trasferire all’aperto, nella natura, in montagna, dove s’incontrano piante, fiori, animali che solitamente non si vedono. Suscitano stupore ed infondono serenità. Dicono la loro bellezza e a volte anche la loro sofferenza. Non è vero che passando davanti ad un ciuffo di anemoni o ad un pendio di narcisi si è sorpresi da una gioia incontenibile? Se però ci si accorge che appassiscono per mancanza di acqua si prova tristezza. Si pensa: soffrono la sete. Non so se si può dire che le piante soffrono, so però quello che sento quando le vedo prorompere di vitalità e quando le vedo inaridire. So anche che nel contatto con gli esseri viventi più umili si allacciano delle alleanze. Si dirà: tutto questo è poi riposo? Se non si può chiamare riposo, è però l’atmosfera che solo il riposo fa respirare, il mondo nel quale esso ci introduce.


 E’ detto: la natura è il miglior psichiatra. Un’affermazione esagerata? Mettiamola allora alla prova. Abbandoniamo gli affari che ci preoccupano e andiamo in montagna. C’è un sentiero che porta in valle, poi risale su un pendio entro un folto bosco di pini e ad un certo punto sbocca su una distesa di prati. Gli occhi si riempiono di stupore e un po’ alla volta i pensieri cupi e i sentimenti acidi se ne vanno. Come è bello trovarsi in questi luoghi di silenzio e di pace. Come si è contenti di ammirare la cornice di monti che si para davanti. Si capisce allora che il contatto con la natura è salutare, purifica l’anima, ha una funzione catartica. Si rientra in casa forse fisicamente stanchi eppure riposati.


 A pensarci non è la natura che sblocca gli intasamenti psicologici e seppellisce le amarezze e smorza le ansie. La natura di per sé è indifferente, da essa non parte alcuna iniziativa. E’ piuttosto il modo di accostarla che la fa parlare. E’ merito del riposo se ci si sente ricaricati di energie, più sereni e gioiosi, meno diffidenti e pessimisti. Si potrebbe anche dire: è la natura che offre la possibilità di godere il riposo. Per curare le ferite sono certo necessari i farmaci, ma ancora più di questi vale il riposo, soprattutto contro lo stress, l’irritabilità e il malumore.


 


«Il luogo del riposo»


 L’esperienza del riposo ha un suo tempo preferito. In genere si riferisce alla fruizione d’uno stato d’animo gradevole del presente, eppure essa si rivolge anche al futuro.


Sulla scorta della Bibbia la liturgia parla d’un riposo che anticipa il futuro, è preludio d’una requies aeterna. Abitualmente lo si sperimenta seguendo una curva che tocca punti di grande intensità, per poi defluire consegnandoci alla fatica quotidiana, sia pure con i suoi effetti benefici. La Bibbia prospetta un riposo che inizia e non finisce. Ad esso si associa la speranza e soprattutto l’idea del dono. In ogni riposo c’è qualcosa di gratuito. Non ne siamo noi gli esclusivi autori. Ci si può disporre, non è detto per questo che riesca. La buona volontà è necessaria, ma non sufficiente. C’è anche una mano provvidente, che deve farsi avanti e creare il presupposto della distensione.


 Quanto è promesso dalla Bibbia è frutto di grazia. Non è più la visione d’un panorama, è un essere ammessi alla visione di Dio. Diventa sinonimo di festa, beatitudine ed esuberanza vitale. La Genesi (1-2,1-3) presenta Dio come creatore dell’universo. Sei giorni di attività per trarre gli esseri dal nulla e ordinarli. Ognuno di questi giorni è segnato dal limite dell’inizio e della fine. Non così il settimo giorno. Esso non conosce tramonto, annuncia un riposo perenne, che fa posto al sentimento dell’ammirazione e dell’autocompiacenza per le meraviglie del creato. Qui la creazione, che al momento geme in attesa della salvezza, si realizza in pienezza. Da essa è bandita ogni traccia di lutto e di pianto, peccato e morte.


 Dio è l’essere del settimo giorno (Es 20, 8-11): signore assoluto libero e sovrano. Il credente è chiamato a parteciparvi. Ad esso è data la domenica, che sospende dal lavoro e invita alla sosta e alla festa. Si anticipa così il settimo giorno, promessa e speranza che include presente e futuro. Nel riposo annunciato dalla rivelazione si ha il dono della salvezza che onora l’uomo quale signore, elevato al di sopra del tempo e della morte.


 Nel riposo si compie qualcosa di fondamentale dell’essere umano, rinasce la vita con le sue facoltà più elevate. I momenti ad esso concessi nell’arco della giornata, dal sonno al tempo libero, sono molti, importante è saperli utilizzare adeguatamente. Sarebbe sbagliato pensarli come un tempo perso, là dove al contrario costituiscono il tempo più autentico della vita.


La rivelazione biblica non si limita a ribadire quanto la riflessione rileva: la fugace esperienza capace di emancipare dalla fatica e sofferenza. Essa parla d’un “luogo del riposo eterno” che riscatta quello temporale ed effimero; entrare in esso equivale a entrare in patria dall’esilio, dalla terra della morte a quella della vita.


(Dalla rivista "Consacrazione e servizio"- n.5-maggio 2003)



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