Visualizzazioni totali

Visualizzazione post con etichetta preghiere. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta preghiere. Mostra tutti i post

giovedì 1 novembre 2012

La solennità di Tutti i santi nei sermoni scritti da san Bernardo

Nella città del cielo


di Inos Biffi

"Oggi ci dai la gioia di contemplare la città del cielo": lo diciamo nel prefazio. Veramente è una contemplazione che avviene nella fede, nel ricordo e nel desiderio. Si tratta della città dei santi: "Pensare ad essi - dice san Bernardo - è come vederli. Noi siamo già in parte nella terra dei viventi; e non in una piccola parte, se alla memoria tien dietro il desiderio; i santi sono là con la presenza, noi attraverso il ricordo. Il primo desiderio che la memoria dei santi suscita e alimenta è di poter godere della loro comunione gioiosa, di meritare di essere concittadini delle anime beate, di essere di casa con loro, e di associarci al gruppo dei patriarchi, alla schiera dei profeti, al senato degli apostoli, al numeroso esercito dei martiri, al collegio dei confessori, al coro delle vergini: d'essere riuniti alla beata comunione di tutti i santi.
I santi sono la porzione di Chiesa già perfettamente riuscita; gli uomini nei quali la predestinazione si è realizzata; i figli di Dio, nei quali si è già rivelato, nella similitudine con Cristo, il mistero che già era presente in loro su questa terra. La santità non è qualche cosa che si aggiunga in sovrappiù al fine dell'uomo, ma è il suo compimento corrispondente al disegno di Dio; è l'effettuarsi dell'immagine di Cristo nell'uomo. Cristo è l'esemplare, il primo dei santi e l'artefice della nostra santità.


(©L'Osservatore Romano 1 novembre 2012)

mercoledì 3 settembre 2008

RITORNO IN VALLE D' AOSTA

E così sono arrivata alla fine di questo lungo periodo di vacanza, in cui si sono mescolati momenti in famiglia, momenti di riposo solitario, momenti di incontri ufficiali col mio Istituto Religioso ma, nello stesso tempo, di festa per la mia pensione e per quella della mia Madre Generale, come pure per il rinnovo dei Voti di due nostre Juniores, senza dimenticare la settimana di Esercizi spirituali.


E ora, finalmente si torna a casa, in Aosta, nella mia Comunità e nella parrocchia di St. Martin de Corléans, dove già domani sera mi attende l' ora di adorazione eucaristica mensile per le famiglie alle 20.45.


Dopo gli inevitabili primi giorni di riassestamento, sono pronta, con l'aiuto del Signore, a riprendere il cosiddetto "tempo ordinario", quello della ferialità, con le sue fatiche ma anche con le sue sorprese e le sue novità. Ed è proprio qui, nel quotidiano, che va vissuta la maggior parte della nostra vita!


Mi sia di aiuto e di stimolo questa preghiera di Don Tonino Bello.










 













Compagni di volo








Voglio ringraziarti, Signore per il dono della vita; ho letto da qualche parte che gli uomini hanno un’ala soltanto: possono volare solo rimanendo abbracciati.



A volte, nei momenti di confidenza, oso pensare, Signore, che tu abbia un’ala soltanto, l’altra la tieni nascosta, forse per farmi capire che tu non vuoi volare senza di me; per questo mi hai dato la vita: perché io fossi tuo compagno di volo.



Insegnami, allora, a librarmi con Te, Perché vivere non è trascinare la vita, non è strapparla, non è rosicchiarla, vivere è abbandonarsi come un gabbiano all’ebbrezza del vento.



Vivere è assaporare l’avventura della libertà. Vivere è stendere l’ala, l’unica ala, con la fiducia



Di chi sa di avere nel volo un partner grande come Te.



Ma non basta saper volare con Te, Signore.



Tu mi hai dato il compito



Di abbracciare anche il fratello e aiutarlo a volare.



Ti chiedo perdono, perciò, per tutte le ali che non ho aiutato a distendersi.



Non farmi più passare indifferente vicino al fratello che è rimasto con l’ala , l’unica ala inesorabilmente impigliata nella rete della miseria e della solitudine e si è ormai persuaso di non essere più degno di volare con Te; soprattutto per questo fratello sfortunato, dammi, o Signore, un’ala di riserva.





 



mercoledì 20 agosto 2008


Dante Alighieri



La preghiera alla Vergine (Paradiso XXXIII)



Il testo che proponiamo introduce la preghiera che


San Bernardo, di cui oggi la Chiesa celebra la Memoria Liturgica, rivolge alla Vergine nell’ultimo canto del Paradiso dantesco:

Vergine Madre, figlia del tuo figlio,

umile e alta più che creatura

termine fisso d’etterno consiglio,

tu se’ colei che l’umana natura

nobilitasti sì che il suo fattore

non disdegnò di farsi sua fattura.



Il momento suggestivo della contemplazione ci richiama immediatamente al mistero del Dio fatto uomo, del Dio «nato da donna» (San Paolo), fatta madre nella pienezza della sua verginità. Ma un mistero non è ancora poesia, sia pure espresso nelle antitesi più provocatorie: Dio-uomo, Vergine-madre... La poesia è da ricercare allora nella struttura materiale del testo e delle sue parti; detto altrimenti, nella "forma del testo".

In essa, infatti, si avverte un insistito susseguirsi di coppie di attributi «di volta in volta antitetici e contradditori» (Sapegno): in particolare l’incipit rinvia al contrasto fra l’essere madre e l’essere vergine ed evoca da subito la destinataria della preghiera: Maria.

Le antitesi e le opposizioni appaiono inoltre costruite in un crescendo che raggiunge il punto più alto nel contrasto del Dio creatore (fattore) che si fa creatura (fattura). In uno scrutinio più attento delle parole e dei suoni posti in sequenza nella prima terzina, si avverte infine come i termini, che riprendono le prerogative più alte di Maria, si compongano in un insieme talmente armonizzato da conferire al "contrasto" una rilevanza impossibile a trovarsi in un discorso che non sia poetico, e insieme da farci sentire, nell’armonia degli opposti, che ciò che non è conciliabile secondo criteri naturali diventa "vero" sul piano che sopravanza la natura.

Alla opposizione d’inizio, infatti, Vergine Madre, risponde la successiva coppia figlia del tuo figlio, dove figlia rinvia a Vergine, mentre del tuo figlio riporta a Madre. Parimenti, a Vergine Madre risponde umile e alta, dove l’attributo umile conviene propriamente a Vergine, mentre alta spetta chiaramente a Madre. Ne può derivare una nuova lettura dei termini armonicamente combinati nei primi due versi della terzina:



Vergine figlia umile

Madre del tuo figlio alta



e ancora, il terzo verso delle stessa terzina, che celebra Maria

come:



termine fisso d’etterno consiglio



contiene l’antitesi «fra l’eternità del decreto divino e la fissità del termine» (Pistelli), ma, insieme, ne rivela la continuità, marcata dal rincorrersi del gruppo dei suoni /ter/ presenti in termine e in etterno.



Il segreto della poesia



Se per noi lettori i materiali linguistici, strutturati nel testo, costituiscono lo strumento per validare (o anche per invalidare!) l’ipotesi inizialmente formulata circa il contenuto della composizione, per il poeta-scrittore, che li manipola tecnicamente per comporli in un armonico mosaico, essi rappresentano la "materia" su cui operare perché prendano vita nuovi contenuti e inediti significati, come dagli inanimati blocchi marmorei sono "usciti" il Mosé e il David di Michelangelo...

È il segreto della poesia, o del testo artistico, in cui la lingua, a tutti i suoi livelli (lessicale, sintattico, fonico...), assume una assoluta autonomia rispetto al mondo delle "cose": le "parole" infatti cessano di sostituire le cose (Jakobson) per dar vita a nuovi significati. Si dice anche che la lingua poetica diventa "lingua altra" o "grande metafora", che crea "il proprio mondo", "un mondo altro" o "un’altra verità" (Pomilio, Luzi...).

Per verificare questo straordinario «potere della parola» (Barberi Squarotti) ci affidiamo all’Infinito di Leopardi, che ci consente di passare successivamente al confronto fra il testo dell’idillio e La preghiera alla Vergine, a cui ci preme ritornare.

In apertura della composizione ricorrono due termini palesemente referenziali: quest’ermo colle e questa siepe, il cui valore denotativo si perde via via che si procede nella lettura del testo, per assumere il significato "altro" di una immaginaria linea di confine fra "il finito" e "l’infinito", oltre la quale il poeta "si finge" sovrumani / silenzi, e profondissima quiete.

Al "finito" dell’incipit si contrappone l’esplicito richiamo all’infinito silenzio del verso 10, che ritorna nella metafora della distesa del mare, con cui si chiude l’idillio: e il naufragar m’è dolce in questo mare. Tutto lo svolgimento si può così contenere negli estremi dell’apertura e della chiusura: da quest’ermo colle e questa siepe a questo mare, nella risignificazione "altra" che essi assumono: dal "finito" all’"infinito".



Poesia e profezia



Un’attenzione ai materiali linguistici e agli artifici che li compongono in armonica struttura, è tanto più d’obbligo quando ci si accosta a testi poetico-religiosi, in cui le tecniche formali, presenti in tutti i testi artisticamente elaborati, rappresentano un peculiare "potenziamento" e una singolare "intensificazione" delle potenzialità più recondite della lingua.

P. Ricoeur ne parla in termini di "espressioni-limite", che nel testo della Preghiera alla Vergine si configurano in forti antitesi e opposizioni, come si avverte fin dall’apertura: Vergine Madre, figlia del tuo figlio. Le "espressioni-limite" rispondono, sempre secondo Ricoeur, a "situazioni-limite" a cui il testo si adegua, "plasmandosi", nel nostro caso, ai misteri del Dio-uomo e della Vergine-madre.

Dove emerge la distanza che intercorre fra il testo poetico-religioso e il testo poetico non religioso: quest’ultimo, infatti, come si è detto a proposito dell’Infinito, crea il proprio mondo, il "mondo altro" della finzione poetica; mentre il testo religioso al "mondo altro" (alla "situazione-limite"), che esiste ancor prima del testo, "si adatta" per "svelarlo", attraverso gli strumenti linguistici di cui l’artista dispone, in modalità mai compiute, poiché la "parola", anche poetica, è sempre insufficiente dinanzi alla "Parola".

Ma la "parola" ora si fa "profezia" nel senso di "rivelazione", di tentativo volto a sollevare, quanto è possibile, il velo del Mistero di Dio all’uomo, che vi si accosta e lo contempla, al tenue chiarore che emana dalla poesia.


Germano Proverbio SDB

 RIVISTA MARIA AUSILIATRICE 2003-


 Ed ecco la preghiera per intero:   



«Vergine Madre, figlia del tuo figlio,

umile e alta più che creatura,

termine fisso d'etterno consiglio,tu se' colei che l'umana natura

nobilitasti sì, che 'l suo fattore

non disdegnò di farsi sua fattura.








Nel ventre tuo si raccese l'amore,

per lo cui caldo ne l'etterna pace

così è germinato questo fiore.


Qui se' a noi meridiana face

di caritate, e giuso, intra ' mortali,

se' di speranza fontana vivace.


Donna, se' tanto grande e tanto vali,

che qual vuol grazia e a te non ricorre

sua disianza vuol volar sanz'ali.


La tua benignità non pur soccorre

a chi domanda, ma molte fiate

liberamente al dimandar precorre.


In te misericordia, in te pietate,

in te magnificenza, in te s'aduna

quantunque in creatura è di bontate.


JESUS, LE CHRIST- by TAIZE


All'ultima Adorazione Eucaristica comunitaria nella mia Parrocchia, molti son venuti a chiedermi notizie di un canto che il Parroco e la sottoscritta avevano ripetuto più volte in francese e che era piaciuto tantissimo. Si trattava del famoso canone di Taizé "JESUS, LE CHRIST". L'Adorazione svolta risale al 6 agosto scorso ed è stata postata in questo blog in file audio mp3. Ecco ora accontentati quanti desideravano conoscerne le parole e riascoltarne la musica, nella speranza che questo video aiuti ciascuno a scoprire o a riscoprire la Luce del Cristo e ad accogliere il Suo Amore.


















+

Jésus le Christ, Lumière intérieure, ne laisse pas mes ténèbres me parler,

Jésus le Christ, Lumière intérieure, donne-moi d´accueillir ton amour.



+

Jesus, your light is shining within us, let not my doubts and my darkness speak to me.

Jesus, your light is shining within us, let my heart always welcome your love.




© 2008 YouTube, LLC


 

giovedì 7 agosto 2008

ADORAZIONE EUCARISTICA TRASFIGURAZIONE


A conclusione dell' importante Festa della Trasfigurazione del Signore, nella nostra Parrocchia, come ogni mese, vi è stata questa sera l'Adorazione eucaristica, guidata dal Parroco Don Albino e incentrata proprio sul Vangelo del giorno.


Ve l'allego in formato audio mp3. 






mercoledì 6 agosto 2008

OMAGGIO A PAOLO VI

Il 30 giugno 1968 - a conclusione dell'"Anno della Fede" e nel XIX centenario del martirio degli Apostoli Pietro e Paolo - davanti alla basilica di San Pietro, Paolo VI pronunciò una solenne professione di fede che pubblichiamo integralmente.



Venerati fratelli e diletti figli, con questa solenne Liturgia Noi concludiamo la celebrazione del XIX centenario del martirio dei santi Apostoli Pietro e Paolo, e diamo così all'"Anno della Fede" il suo coronamento:  l'avevamo dedicato alla commemorazione dei santi Apostoli per attestare il Nostro incrollabile proposito di fedeltà al Deposito della fede (cfr. 1 Timoteo, 6, 20) che essi ci hanno trasmesso, e per rafforzare il Nostro desiderio di farne sostanza di vita nella situazione storica, in cui si trova la Chiesa pellegrina nel mondo.

Noi sentiamo pertanto il dovere di ringraziare pubblicamente tutti coloro, che hanno risposto al Nostro invito, conferendo all'"Anno della Fede" una splendida pienezza, con l'approfondimento della loro personale adesione alla Parola di Dio, con la rinnovazione della professione di fede nelle varie comunità, e con la testimonianza di una vita veramente cristiana. Ai Nostri Fratelli nell'Episcopato, in modo particolare, e a tutti i fedeli della santa Chiesa cattolica, Noi esprimiamo la Nostra riconoscenza e impartiamo la Nostra Benedizione.

Al tempo stesso, Ci sembra che a Noi incomba il dovere di adempiere il mandato, affidato da Cristo a Pietro, di cui siamo il successore, sebbene l'ultimo per merito, di confermare cioè nella fede i nostri fratelli (cfr. Luca, 22, 32). Consapevoli, senza dubbio, della Nostra umana debolezza, ma pure con tutta la forza che un tale mandato imprime nel Nostro spirito, Noi Ci accingiamo pertanto a fare una professione di fede, a pronunciare un Credo che, senza essere una definizione dogmatica propriamente detta, e pur con qualche sviluppo, richiesto dalle condizioni spirituali del nostro tempo, riprende sostanzialmente il Credo di Nicea, il Credo dell'immortale Tradizione della santa Chiesa di Dio.

Nel far questo, Noi siamo coscienti dell'inquietudine, che agita alcuni ambienti moderni in relazione alla fede. Essi non si sottraggono all'influsso di un mondo in profonda trasformazione, nel quale un così gran numero di certezze sono messe in contestazione o in discussione. Vediamo anche dei cattolici che si lasciano prendere da una specie di passione per i cambiamenti e le novità. Senza dubbio la Chiesa ha costantemente il dovere di proseguire nello sforzo di approfondire e presentare, in modo sempre più confacente alle generazioni che si succedono, gli imperscrutabili misteri di Dio, fecondi per tutti di frutti di salvezza. Ma al tempo stesso, pur nell'adempimento dell'indispensabile dovere di indagine, è necessario avere la massima cura di non intaccare gli insegnamenti della dottrina cristiana. Perché ciò vorrebbe dire - come purtroppo oggi spesso avviene - ingenerare turbamento e perplessità in molte anime fedeli.

A tale proposito occorre ricordare che al di là del dato osservabile, scientificamente verificato, l'intelligenza dataci da Dio raggiunge la realtà (ciò che è), e non soltanto l'espressione soggettiva delle strutture e dell'evoluzione della coscienza; e che d'altra parte, il compito dell'interpretazione - dell'ermeneutica - è di cercare di comprendere e di enucleare, nel rispetto della parola pronunciata, il significato di cui un testo è espressione, e non di ricreare in qualche modo questo stesso significato secondo l'estro di ipotesi arbitrarie.

Ma, soprattutto, Noi mettiamo la nostra incrollabile fiducia nello Spirito Santo, anima della Chiesa, e nella fede teologale su cui si fonda la vita del corpo mistico. Noi sappiamo che le anime attendono la parola del Vicario di Cristo, e Noi veniamo incontro a questa attesa con le istruzioni che normalmente amiamo dare. Ma oggi Ci si offre l'occasione di pronunciare una parola più solenne.

In questo giorno, scelto per la conclusione dell'anno della fede, in questa festa dei beati Apostoli Pietro e Paolo, Noi abbiamo voluto offrire al Dio vivente l'omaggio di una professione di fede. E come una volta a Cesarea di Filippo l'Apostolo Pietro prese la parola a nome dei dodici per confessare veramente, al di là delle umane opinioni, Cristo Figlio di Dio vivente, così oggi il suo umile Successore, Pastore della Chiesa universale, eleva la sua voce per rendere, in nome di tutto il Popolo di Dio, una ferma testimonianza alla Verità divina, affidata alla Chiesa, perché essa ne dia l'annunzio a tutte le genti.

Noi abbiamo voluto che la Nostra professione di fede fosse sufficientemente completa ed esplicita, per rispondere in misura appropriata al bisogno di luce, sentito da così gran numero di anime fedeli, come da tutti coloro che nel mondo, a qualunque famiglia spirituale appartengano, sono in cerca della Verità.

A gloria di Dio beatissimo e di Nostro Signore Gesù Cristo, fiduciosi nell'aiuto della Beata Vergine Maria e dei santi Apostoli Pietro e Paolo, per il bene e l'edificazione della Chiesa, a nome di tutti i Pastori e di tutti i fedeli, Noi ora pronunciamo questa professione di fede, in piena comunione spirituale con tutti voi, Fratelli e Figli carissimi.



 


Professione di fede


Noi crediamo in un solo Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, creatore delle cose visibili, come questo mondo ove trascorre la nostra vita fuggevole, delle cose invisibili quali sono i puri spiriti, chiamati altresì angeli (cfr. Conc. Vat. i, Cost. dogm. Dei Filius:  Dz.-Sch. 3002), e Creatore in ciascun uomo dell'anima spirituale e immortale (cfr. Encicl. Humani generis, AAS 42, 1950, p. 575; Conc. Lateran. v, Dz.-Sch. 1440-1441).

Noi crediamo che questo unico Dio è assolutamente uno nella sua essenza infinitamente santa come in tutte le sue perfezioni:  nella sua onnipotenza, nella sua scienza infinita, nella sua provvidenza, nella sua volontà e nel suo amore. Egli è Colui che è, com'egli stesso ha rivelato a Mosè (cfr. Esodo, 3, 14); e egli è Amore, come ci insegna l'Apostolo Giovanni (cfr. 1 Giovanni, 4, 8):  cosicché questi due nomi, Essere e Amore, esprimono ineffabilmente la stessa realtà divina di colui, che ha voluto darsi a conoscere a noi, e che "abitando in una luce inaccessibile" (cfr. 1 Timoteo, 6, 16) è in se stesso al di sopra di ogni nome, di tutte le cose e di ogni intelligenza creata. Dio solo può darci la conoscenza giusta e piena di se stesso, rivelandosi come Padre, Figlio e Spirito Santo, alla cui eterna vita noi siamo chiamati per grazia di Lui a partecipare, quaggiù nell'oscurità della fede e, oltre la morte, nella luce perpetua, l'eterna vita. I mutui vincoli, che costituiscono eternamente le tre Persone, le quali sono ciascuna l'unico e identico Essere divino, sono la beata vita intima di Dio tre volte santo, infinitamente al di là di tutto ciò che noi possiamo concepire secondo l'umana misura (cfr. Conc. Vat. i, Cost. dogm. Dei Filius:  Dz.-Sch. 3016). Intanto rendiamo grazie alla bontà divina per il fatto che moltissimi credenti possono attestare con noi, davanti agli uomini, l'Unità di Dio, pur non conoscendo il mistero della Santissima Trinità.

Noi dunque crediamo al Padre che genera eternamente il Figlio; al Figlio, Verbo di Dio, che è eternamente generato; allo Spirito Santo, Persona increata che procede dal Padre e dal Figlio come loro eterno Amore. In tal modo, nelle tre Persone divine, coeternae sibi et coaequales (Symbolum Quicumque:  Dz.-Sch. 75), sovrabbondano e si consumano, nella sovreccellenza e nella gloria proprie dell'Essere increato, la vita e la beatitudine di Dio perfettamente uno; e sempre "deve essere venerata l'Unità nella Trinità e la Trinità nell'Unità" (ibid.).

Noi crediamo in Nostro Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio. Egli è il Verbo eterno, nato dal Padre prima di tutti i secoli, e al Padre consustanziale, homoúsios to Patri; e per mezzo di Lui tutto è stato fatto. Egli si è incarnato per opera dello Spirito Santo nel seno della Vergine Maria, e si è fatto uomo:  eguale pertanto al Padre secondo la divinità, e inferiore al Padre secondo l'umanità (ibid., n. 76), ed egli stesso uno, non per una qualche impossibile confusione delle nature, ma per l'unità della persona (ibid.).

Egli ha dimorato in mezzo a noi, pieno di grazia e di verità. Egli ha annunciato e instaurato il Regno di Dio, e in sé ci ha fatto conoscere il Padre. Egli ci ha dato il suo comandamento nuovo, di amarci gli uni gli altri com'egli ci ha amato. Ci ha insegnato la via delle Beatitudini del Vangelo:  povertà in spirito, mitezza, dolore sopportato nella pazienza, sete della giustizia, misericordia, purezza di cuore, volontà di pace, persecuzione sofferta per la giustizia. Egli ha patito sotto Ponzio Pilato, Agnello di Dio che porta sopra di sé i peccati del mondo, ed è morto per noi sulla Croce, salvandoci col suo sangue redentore. Egli è stato sepolto e, per suo proprio potere, è risorto nel terzo giorno, elevandoci con la sua Risurrezione alla partecipazione della vita divina, che è la vita della grazia. Egli è salito al cielo, e verrà nuovamente, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti, ciascuno secondo i propri meriti; sicché andranno alla vita eterna coloro che hanno risposto all'Amore e alla Misericordia di Dio, e andranno nel fuoco inestinguibile coloro che fino all'ultimo vi hanno opposto il loro rifiuto.

E il suo Regno non avrà fine.

Noi crediamo nello Spirito Santo, che è Signore e dona la vita; che è adorato e glorificato col Padre e col Figlio. Egli ci ha parlato per mezzo dei Profeti, ci è stato inviato da Cristo dopo la sua resurrezione e la sua ascensione al Padre; egli illumina, vivifica, protegge e guida la Chiesa, ne purifica i membri, purché non si sottraggano alla sua grazia. La sua azione, che penetra nell'intimo dell'anima, rende l'uomo  capace  di  rispondere  all'invito di Gesù:  "Siate perfetti com'è perfetto il Padre vostro celeste" (cfr. Matteo, 5, 48).

Noi crediamo che Maria è la Madre, rimasta sempre Vergine, del Verbo Incarnato, nostro Dio e Salvatore Gesù Cristo (cfr. Conc. di Efeso:  Dz.-Sch. 251-252), e che, a motivo di questa singolare elezione, essa, in considerazione dei meriti di suo Figlio, è stata redenta in modo più eminente (cfr. Conc. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium, n. 53), preservata da ogni macchia del peccato originale (cfr. Pio ix, Bolla Ineffabilis Deus, Acta, parte i, vol. i, 616) e colmata del dono della grazia più che tutte le altre creature (cfr. Lumen gentium, n. 53).

Associata ai misteri della Incarnazione e della Redenzione con un vincolo stretto e indissolubile (cfr. ibid., nn. 53, 58, 61), la Vergine Santissima, l'Immacolata, al termine della sua vita terrena è stata elevata in corpo e anima alla gloria celeste (cfr. Cost. ap. Munificentissimus Deus:  AAS 42, 1950, p. 770) e configurata a suo Figlio risorto, anticipando la sorte futura di tutti i giusti; e noi crediamo che la Madre Santissima di Dio, nuova Eva, Madre della Chiesa (cfr. Lumen gentium, nn. 53, 56, 61, 63; Paolo VI, Discorso per la chiusura del terzo periodo del Concilio Vaticano II:  AAS 56, 1964, p. 1016; Esort. Ap. Signum magnum:  AAS 59, 1967, pp. 465 e 467), continua in cielo il suo ufficio materno riguardo ai membri di Cristo, cooperando alla nascita e allo sviluppo della vita divina nelle anime dei redenti (cfr. Lumen gentium, n. 62; Paolo VI, Esort. Ap. Signum magnum:  AAS 59, 1967, p. 468).

Noi crediamo che in Adamo tutti hanno peccato:  il che significa che la colpa originale da lui commessa ha fatto cadere la natura umana, comune a tutti gli uomini, in uno stato in cui essa porta le conseguenze di quella colpa, e che non è più lo stato in cui si trovava all'inizio nei nostri progenitori, costituiti nella santità e nella giustizia, e in cui l'uomo non conosceva né il male né la morte. È la natura umana così decaduta, spogliata della grazia che la rivestiva, ferita nelle sue proprie forze naturali e sottomessa al dominio della morte, che viene trasmessa a tutti gli uomini; ed è in tal senso che ciascun uomo nasce nel peccato. Noi dunque professiamo, col Concilio di Trento, che il peccato originale viene trasmesso con la natura umana, "non per imitazione, ma per propagazione", e che esso è "proprio a ciascuno" (cfr. Conc. di Trento, Sess. v, Decr. De pecc. orig.:  Dz.-Sch. 1513).

Noi crediamo che Nostro Signor Gesù Cristo mediante il Sacrificio della Croce ci ha riscattati dal peccato originale e da tutti i peccati personali commessi da ciascuno di noi, in maniera tale che, secondo la parola dell'Apostolo, "là dove aveva abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia" (Romani, 5, 20).

Noi crediamo in un solo battesimo, istituito da Nostro Signor Gesù Cristo per la remissione dei peccati. Il battesimo deve essere amministrato anche ai bambini che non hanno ancor potuto rendersi colpevoli di alcun peccato personale, affinché essi, nati privi della grazia soprannaturale, rinascano "dall'acqua e dallo Spirito Santo" alla vita divina in Gesù Cristo (cfr. Conc. di Trento, ibid.:  Dz.-Sch. 1514).

Noi crediamo nella Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica, edificata da Gesù Cristo sopra questa pietra, che è Pietro. Essa è il Corpo mistico di Cristo, insieme società visibile, costituita di organi gerarchici, e comunità spirituale; essa è la Chiesa terrestre, Popolo di Dio pellegrinante quaggiù, e la Chiesa ricolma dei beni celesti; essa è il germe e la primizia del Regno di Dio, per mezzo del quale continuano, nella trama della storia umana, l'opera e i dolori della Redenzione, e che aspira al suo compimento perfetto al di là del tempo, nella gloria (cfr. Lumen gentium, nn. 8 e 5). Nel corso del tempo, il Signore Gesù forma la sua Chiesa mediante i Sacramenti, che emanano dalla sua pienezza (cfr. ibid., nn. 7, 11). È con essi che la Chiesa rende i propri membri partecipi del mistero della Morte e della Risurrezione di Cristo, nella grazia dello Spirito Santo, che le dona vita e azione (cfr. Conc. Vat.II , Cost. Sacrosanctum concilium, nn. 5, 6; Lumen gentium, nn. 7, 12, 50). Essa è dunque santa, pur comprendendo nel suo seno dei peccatori, giacché essa non possiede altra vita se non quella della grazia:  appunto vivendo della sua vita, i suoi membri si santificano, come, sottraendosi alla sua vita, cadono nei peccati e nei disordini, che impediscono l'irradiazione della sua santità. Perciò la Chiesa soffre e fa penitenza per tali peccati, da cui ha il potere di guarire i suoi figli con il Sangue di Cristo ed il dono dello Spirito Santo.

Erede delle promesse divine e figlia di Abramo secondo lo spirito, per mezzo di quell'Israele di cui custodisce con amore le Scritture e venera i Patriarchi e i Profeti; fondata sugli Apostoli e trasmettitrice, di secolo in secolo, della loro parola sempre viva e dei loro poteri di Pastori nel Successore di Pietro e nei Vescovi in comunione con lui; costantemente assistita dallo Spirito Santo, la Chiesa ha la missione di custodire, insegnare, spiegare e diffondere la verità, che Dio ha manifestato in una maniera ancora velata per mezzo dei Profeti e pienamente per mezzo del Signore Gesù. Noi crediamo tutto ciò che è contenuto nella Parola di Dio, scritta o tramandata, e che la Chiesa propone a credere come divinamente rivelata sia con un giudizio solenne, sia con il magistero ordinario e universale (cfr. Conc. Vat. i, Cost. Dei Filius:  Dz.-Sch. 3011). Noi crediamo nell'infallibilità, di cui fruisce il Successore di Pietro, quando insegna ex cathedra (cfr. ibid., Cost. Pastor aeternus:  Dz.-Sch. 3074) come Pastore e Dottore di tutti i fedeli, e di cui è dotato altresì il Collegio dei Vescovi, quando esercita con lui il magistero supremo (cfr. Lumen gentium, n. 25).

Noi crediamo che la Chiesa, che Gesù ha fondato e per la quale ha pregato, è indefettibilmente una nella fede, nel culto e nel vincolo della comunione gerarchica (cfr. ibid., nn. 8, 18-23; Decr. Unitatis redintegratio, n. 2). Nel seno di questa Chiesa, sia la ricca varietà dei riti liturgici, sia la legittima diversità dei patrimoni teologici e spirituali e delle discipline particolari lungi dal nuocere alla sua unità, la mettono in maggiore evidenza (cfr. Lumen gentium, n. 23; Decr. Orientalium Ecclesiarum, nn. 2, 3, 5, 6).

Riconoscendo poi, al di fuori dell'organismo della Chiesa di Cristo, l'esistenza di numerosi elementi di verità e di santificazione che le appartengono in proprio e tendono all'unità cattolica (cfr. Lumen gentium, n. 8), e credendo all'azione dello Spirito Santo che nel cuore dei discepoli di Cristo suscita l'amore per tale unità (cfr. ibid. n. 15), noi nutriamo speranza che i cristiani, i quali non sono ancora nella piena comunione con l'unica Chiesa, si riuniranno un giorno in un solo gregge con un solo Pastore.

Noi crediamo che la Chiesa è necessaria alla salvezza, perché Cristo, che è il solo Mediatore e la sola via di salvezza, si rende presente per noi nel suo Corpo, che è la Chiesa (cfr. ibid. n. 14). Ma il disegno divino della salvezza abbraccia tutti gli uomini:  e coloro che, senza propria colpa, ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa, ma cercano sinceramente Dio e sotto l'influsso della sua grazia si sforzano di compiere la sua volontà riconosciuta nei dettami della loro coscienza, anch'essi, in un numero che Dio solo conosce, possono conseguire la salvezza (cfr. ibid. n. 16).

Noi crediamo che la messa, celebrata dal sacerdote che rappresenta la persona di Cristo in virtù del potere ricevuto nel sacramento dell'Ordine, e da lui offerta nel nome di Cristo e di membri del suo Corpo mistico, è il sacrificio del Calvario reso sacramentalmente presente sui nostri altari. Noi crediamo che, come il pane e il vino consacrati dal Signore nell'Ultima Cena sono stati convertiti nel suo Corpo e nel suo Sangue che di lì a poco sarebbero stati offerti per noi sulla Croce, allo stesso modo il pane e il vino consacrati dal sacerdote sono convertiti nel Corpo e nel Sangue di Cristo gloriosamente regnante nel cielo; e crediamo che la misteriosa presenza del Signore, sotto quello che continua ad apparire come prima ai nostri sensi, è una presenza vera, reale e sostanziale (cfr. Conc. di Trento, Sess. XIII, Decr. De Eucharistia:  Dz.-Sch. 1651).

Pertanto Cristo non può essere presente in questo Sacramento se non mediante la conversione nel suo Corpo della realtà stessa del pane e mediante la conversione nel suo Sangue della realtà stessa del vino, mentre rimangono immutate soltanto le proprietà del pane e del vino percepite dai nostri sensi. Tale conversione misteriosa è chiamata dalla Chiesa, in maniera assai appropriata, transustanziazione. Ogni spiegazione teologica, che tenti di penetrare in qualche modo questo mistero, per essere in accordo con la fede cattolica deve mantenere fermo che nella realtà obiettiva, indipendentemente dal nostro spirito, il pane e il vino han cessato di esistere dopo la consacrazione, sicché da quel momento sono il Corpo e il Sangue adorabili del Signore Gesù ad esser realmente dinanzi a noi sotto le specie sacramentali del pane e del vino (cfr. ibid.:  Dz.-Sch. 1642, 1651; Paolo VI, Encicl. Mysterium Fidei:  AAS 57, 1965, p. 766), proprio come il Signore ha voluto, per donarsi a noi in nutrimento e per associarci all'unità del suo Corpo Mistico (cfr. Summa Theologiae, III, q. 73, a. 3).

L'unica ed indivisibile esistenza del Signore glorioso nel cielo non è moltiplicata, ma è resa presente dal sacramento nei numerosi luoghi della terra dove si celebra la Messa. Dopo il sacrificio, tale esistenza rimane presente nel Santo Sacramento, che è, nel tabernacolo, il cuore vivente di ciascuna delle nostre chiese. Ed è per noi un dovere dolcissimo onorare e adorare nell'ostia santa, che vedono i nostri occhi, il Verbo incarnato, che essi non possono vedere e che, senza lasciare il cielo, si è reso presente dinanzi a noi.

Noi confessiamo che il Regno di Dio, cominciato quaggiù nella Chiesa di Cristo, non è di questo mondo (cfr. Giovanni, 18, 36), la cui figura passa (cfr. 1 Corinzi, 7, 31); e che la sua vera crescita non può esser confusa con il progresso della civiltà, della scienza e della tecnica umane, ma consiste nel conoscere sempre più profondamente le imperscrutabili ricchezze di Cristo, nello sperare sempre più fortemente i beni eterni, nel rispondere sempre più ardentemente all'amore di Dio, e nel dispensare sempre più abbondantemente la grazia e la santità tra gli uomini. Ma è questo stesso amore che porta la Chiesa a preoccuparsi costantemente del vero bene temporale degli uomini. Mentre non cessa di ricordare ai suoi figli che essi non hanno quaggiù stabile dimora (cfr. Ebrei, 13, 14), essa li spinge anche a contribuire - ciascuno secondo la propria vocazione ed i propri mezzi - al bene della loro città terrena, a promuovere la giustizia, la pace e la fratellanza tra gli uomini, a prodigare il loro aiuto ai propri fratelli, soprattutto ai più poveri e ai più bisognosi. L'intensa sollecitudine della Chiesa, Sposa di Cristo, per le necessità degli uomini, per le loro gioie e le loro speranze, i loro sforzi e i loro travagli, non è quindi altra cosa che il suo grande desiderio di esser loro presente per illuminarli con la luce di Cristo e adunarli tutti in lui, unico loro Salvatore. Tale sollecitudine non può mai significare che la Chiesa conformi se stessa alle cose di questo mondo, o che diminuisca l'ardore dell'attesa del suo Signore e del Regno eterno.

Noi crediamo nella vita eterna. Noi crediamo che le anime di tutti coloro che muoiono nella grazia di Cristo, sia che debbano ancora esser purificate nel purgatorio, sia che dal momento in cui lasciano il proprio corpo siano accolte da Gesù in paradiso, come egli fece per il Buon Ladrone, costituiscono il Popolo di Dio nell'aldilà della morte, la quale sarà definitivamente sconfitta nel giorno della resurrezione, quando queste anime saranno riunite ai propri corpi.

Noi crediamo che la moltitudine delle anime, che sono riunite intorno a Gesù ed a Maria in Paradiso, forma la Chiesa del cielo, dove esse nella beatitudine eterna vedono Dio così com'è e (cfr. 1 Giovanni, 3, 2; Benedetto XII, Cost. Benedictus Deus:  Dz.-Sch. 1000) dove sono anche associate, in diversi gradi, con i santi Angeli al governo divino esercitato da Cristo glorioso, intercedendo per noi ed aiutando la nostra debolezza con la loro fraterna sollecitudine (cfr. Cost. dogm. Lumen gentium, n. 49).

Noi crediamo alla comunione tra tutti i fedeli di Cristo, di coloro che sono pellegrini su questa terra, dei defunti che compiono la propria purificazione e dei beati del cielo, i quali tutti insieme formano una sola Chiesa; noi crediamo che in questa comunione l'amore misericordioso di Dio e dei suoi Santi ascolta costantemente le nostre preghiere, secondo la parola di Gesù:  Chiedete e riceverete (cfr. Luca, 10, 9-10; Giovanni, 16, 24). E con la fede e nella speranza, noi attendiamo la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà.

Sia benedetto Dio santo, santo, santo. Amen.




(©L'Osservatore Romano - 6 agosto 2008)

lunedì 14 luglio 2008

Il Buon Seminatore

Il Vangelo di questa XV Domenica del Tempo Ordinario anno A, ci ha riproposto la famosa parabola del Buon Seminatore, tratta da Matteo, che ne riporta anche il commento che Gesù stesso ne fa.


Naturalmente, è Lui il Buon Seminatore, che scommette a tal punto su di noi, da gettare il seme pure sull'asfalto; una vera pazzia, che solo un amore folle può fare. Eppure, Gesù Cristo è così: spera di trovare anche un piccolo frutto in ciascuno di noi e non si perde d'animo, ma aspetta con pazienza, come l'agricoltore, e si accontenta di raccogliere da noi solo poche briciole.


Un invito, quindi, a non scoraggiarci se tante volte nella vita non vediamo subito i frutti che vorremmo, ma a saper attendere con speranza e fiducia, anche tutta la vita, se occorre. E ricordiamoci che " c'è chi semina e c'è chi miete"; l'importante, però, è seminare, come ci richiama questa preghiera di un Anonimo.


L'importante è seminare



(Fonte non specificata)


Semina, semina

l'importante è seminare:

un po', molto,

tutto il grano della speranza.

Semina il tuo sorriso,

perché tutto splenda intorno a te.

Semina la tua energia,

la tua speranza

per combattere e vincere

la battaglia quando sembra perduta.

Semina il tuo coraggio

per risollevare quello degli altri.

Semina il tuo entusiasmo

per infiammare il tuo prossimo.

Semina i tuoi slanci generosi,

i tuoi desideri, la tua fiducia,

la tua vita.

Semina tutto ciò che c'è di bello in te,

le piccole cose, i nonnulla.

Semina, semina e abbi fiducia,

ogni granellino arricchirà un piccolo angolo della terra.


sabato 5 luglio 2008

VIVERE LA COMUNIONE



Ogni tanto leggiamo sui giornali notizie di qualche prete che abbandona o che è in crisi; la stessa cosa vale per la vita religiosa o per le famiglie. Vivere la comunione poi è veramente una sfida, in un mondo, compresa la Chiesa, frantumato e diviso. E allora è veramente urgente ritrovare il senso della vita comunitaria, a ogni livello, per vivere nell'unità pur nelle singole diversità. E' questa, in fondo, la vita trinitaria.


Ce lo ricorda Mons. Tonino Bello, in questa lettera-meditazione-preghiera veramente profetica, se pensiamo a quanto va ogni volta ripetendo il nostro Santo Padre: rimettere Dio, la preghiera, la vita spirituale al primo posto. Solo così si potrà ritrovare l'unità e vivere la comunione.



benedikt XVI






La sfida della comunione in una chiesa troppo divisa: al di là di ogni parcellizzazione


 


[don Tonino Bello]


 


Miei cari confratelli presbiteri,


che mi edificate col vostro esempio e con la vostra bontà, abbiamo il coraggio di decisioni forti. Liberiamoci dagli ingombri


delle tante esteriorità, dalle mille cose futili, dalle centomila attività che si tingono di parvenze apostoliche e ci rompono


l’equilibrio interiore. Riscopriamo il valore del silenzio. Riproviamo il gusto della preghiera lunga, fatta di abbandono e di


stupore davanti all’Eucarestia, centro della comunità e della nostra missione.


Manteniamo una fedeltà inflessibile alla recita del breviario. Operiamo quei provvidenziali ricambi interiori che solo


l’annuale consuetudine degli esercizi spirituali ci può assicurare. Se no diventiamo dei burocrati. Il che significa: prigionieri.


E non daremo mai al mondo l’immagine di uomini liberi.


Le stesse cose le dico a voi religiose.


E anche a voi laici impegnati, catechisti, fratelli e sorelle abilitati ai ministeri, iscritti a gruppi e movimenti ecclesiali. Se


terrete gli occhi fissi su di Lui, maestro e Signore, il vostro lavoro si caricherà di una potentissima valenza pastorale. Diversamente,


batterete l’aria pure voi, e un giorno il mondo vi accuserà davanti al tribunale di Dio e della storia, perché vi ha chiesto


un uovo e gli avete dato uno scorpione, vi ha chiesto un pesce e gli avete dato un serpente. Puntate gli occhi su di Lui.


Se riuscissimo a farlo davvero, troveremmo la fontana della comunione anche con gli altri. E qui il discorso torna ancora a


voi, miei cari fratelli presbiteri. Queste cose ve le dico con pudore e affetto e ammirazione grande, perché so quanto vi affaticate


per la vigna del Signore e quanta stanchezza accumulate per Lui. Siamo troppo divisi: nei progetti, nei metodi, nei


ritmi di esecuzione. Abbiamo parcellizzato quella che dovrebbe essere la grande forza d’urto pastorale di tutta una Chiesa in


tante piccole monadi, chiuse e non di rado infeconde.


Chiaramente non è una situazione generale quella descritta. Ma anche una sola eccezione ci autorizza a stare all’erta tutti.


Comprendete bene che una concezione così atomizzata della parrocchia, come un feudo dato in appalto a un titolare, geloso


della sua autonomia e puntiglioso custode della sua indipendenza, non corrisponde agli orientamenti conciliari. E testimonia


amaramente che non soltanto gli occhi nostri non sono fissi su di Lui, ma preferiamo anche che gli occhi degli altri si appuntino


su di noi. Dobbiamo ritrovare lo stile della comunione, il gusto della comunione, il puntiglio della comunione.


È come presbiterio, con a capo il vescovo, che annunziamo la parola, che celebriamo la fede, che viviamo la carità; non


come singoli.


Chi legge il Nuovo Testamento afferra subito questo carattere collegiale. Splendido, a riguardo, il versetto degli Atti 2,


14:«Pietro allora, levatosi in piedi con gli altri Undici parlò così…». Tutti si alzano e uno solo parla a nome degli Undici.


Cari fratelli miei, che amo tutti e a uno a uno. Se noi non esprimiamo in modo collegiale e in profonda comunione reciproca


il nostro servizio ai fratelli, noi impediamo al mondo di tener fissi gli occhi su Gesù. Li faremo figgere sulle nostre scissioni,


sulle nostre rivalità, sulle nostre manovre ambigue, ma non su di Lui. Dobbiamo, per tanto, convertirci. Ciò significa uscire


dall’isolamento pastorale. Aprirci a uno stile di corresponsabilità e di partecipazione. Specialmente tra presbiteri di una


stessa città, e specialmente tra presbiteri di una stessa parrocchia.


«Parroco e vicari si sorreggano a vicenda con il consiglio, con l’aiuto e con l’esempio. E insieme facciano fronte al lavoro


parrocchiale con unità di intenti e concordia di sforzi» (C.D. 30).


Convertirsi alla comunione significa trovare spazi per pensare insieme, per progettare insieme, per confrontarsi insieme, per


correggersi insieme, per pregare insieme, per soffrire insieme, per servire insieme. Significa avere il coraggio di posporre


tante cose secondarie, fosse anche la gratificazione che ci viene dai fedeli, dai giovani, dalle nostre iniziative, al bisogno


di condividere con gli altri confratelli gioie, preoccupazioni, speranze, magari anche attorno alla stessa mensa. Significa


esorcizzare la sindrome della scomunica, il complesso della squalifica, il tarlo del discredito reciproco. Significa accogliere i


confratelli a braccia aperte, non vederli come rivali, andarli a trovare nei momenti difficili, sostenerli nelle difficoltà, accettarli


e amarli per quello che sono. Coraggio, fratelli miei. Vedo già tanti segni positivi che mi danno speranza.


Le stesse cose le dico a voi, religiose, che sperimentate ogni giorno quanto sia difficile e grandiosa la comunione e come essa


vada costantemente invocata come bene dall’alto e tenacemente alimentata come tensione dal basso.


E a voi laici che dire? Con chi dovete realizzare questa comunione che scaturisce dal tener fissi gli occhi su Gesù? Anzitutto


col presbiterio. A questo punto capirete bene che il discorso si porta inesorabilmente sul tema della corresponsabilità


ecclesiale. Dobbiamo pur dirlo: le nostre chiese sono ancora troppo clericali, e non sempre per colpa del clero. Un tempo,


magari, i preti potevano guardare ai laici troppo zelanti con l’atteggiamento sospettoso di chi dice: prendetevi i fatti vostri e


lasciate a noi la gestione della chiesa. Oggi, invece, vi guardano con l’area un po’ seccata che sembra dirvi: non è giusto che


la carretta la lasciate tirare solo a noi.


Un tempo, forse, per lusingarvi parlavano di corresponsabilità ecclesiale in termini di diritto; oggi ve ne parlano in termini


di dovere. Nonostante tutto, però, un laicato adulto, maturo, che abbia una profonda coscienza ecclesiale, che non si senta


dislocato su fasce periferiche soltanto, che interpreti la laicità come un dono e non come una subalternanza corporativa, che


senta gravare su di sé e non solo sul clero, il triplice compito della evangelizzazione, della santificazione, della animazione


cristiana del temporale…questo laicato stenta a decollare. Di qui l’atrofia degli organismi di partecipazione (quali i consigli


pastorali, diocesani e parrocchiali), la carenza di peso specifico nelle fasi propositive e decisionali della pastorale, la mancanza


di una progettualità organica per lo meno a medio termie, lo scetticismo per la verifica e il confronto.


Carissimi laici, di cui ammiro peraltro lo spirito di sacrificio e di servizio nonché la generosa disponibilità soprattutto per


ciò che concerne la catechesi, non è un appunto quello che vi ho mosso. È una stimolazione a ricercare con più puntiglio la


dignità, il posto, il ruolo che vi competono nella Chiesa in forza del vostro battesimo e nello spirito di quella comunione che


deriva dal tener fissi gli occhi su di Lui. Puntare gli occhi su di Lui.


Se riuscissimo a farlo davvero! Troveremmo la fontana della nostra missione.


 


[Da Antonio Bello, Convivialità delle differenze, la meridiana, 2006, 12,00 euro]


“Se noi risolviamo i problemi della fe


Don Tonino Bellode


col metodo della sola autorità,


possediamo certamente la verità,


ma in una testa vuota!”


(San Tommaso)

martedì 24 giugno 2008

Tu ci sei necessario, o Cristo

Tu ci sei necessario o Cristo



(Paolo VI, Lettera pastorale alla Diocesi di Milano, 1955)


O Cristo, nostro unico mediatore, Tu ci sei necessario:

per vivere in Comunione con Dio Padre;

per diventare con te, che sei Figlio unico e Signore nostro, suoi figli adottivi;

per essere rigenerati nello Spirito Santo.



Tu ci sei necessario,

o solo vero maestro delle verità recondite e indispensabili della vita,

per conoscere il nostro essere e il nostro destino, la via per conseguirlo.



Tu ci sei necessario, o Redentore nostro,

per scoprire la nostra miseria e per guarirla;

per avere il concetto del bene e del male e la speranza della santità;

per deplorare i nostri peccati e per averne il perdono.



Tu ci sei necessario, o fratello primogenito del genere umano,

per ritrovare le ragioni vere della fraternità fra gli uomini,

i fondamenti della giustizia, i tesori della carità, il bene sommo della pace.



Tu ci sei necessario, o grande paziente dei nostri dolori,

per conoscere il senso della sofferenza

e per dare ad essa un valore di espiazione e di redenzione.



Tu ci sei necessario, o vincitore della morte,

per liberarci dalla disperazione e dalla negazione,

e per avere certezze che non tradiscono in eterno.



Tu ci sei necessario, o Cristo, o Signore, o Dio-con-noi,

per imparare l'amore vero e camminare nella gioia e nella forza della tua carità,

lungo il cammino della nostra vita faticosa,

fino all'incontro finale con Te amato, con Te atteso,

con Te benedetto nei secoli.


 


 

martedì 17 giugno 2008

L'AMORE



























L'amore è l'unico tesoro che si moltiplica per divisione (Anonimo)



 



 



 



 



Quando l'amore vi chiama, seguitelo

anche se ha vie sassose e ripide.

E quando vi parla credete in lui

benché la sua voce possa

disperdere i vostri sogni

come il vento del nord devasta il giardino.

Poiché come l'amore vi esalta così

vi crocifigge e come vi matura così vi poterà.

E vi consegna al suo sacro fuoco

perché voi siate il pane santo

della mensa di Dio.

Tutto ciò compie l'amore in voi

affinché conosciate il segreto del vostro cuore

e possiate diventare un frammento

del cuore della Vita.

L'amore non dà nulla fuorché se stesso

e non coglie nulla se non in se stesso.

L'amore non possiede

né vorrebbe essere posseduto

perché l'amore è sufficiente all'amore.

E non pensate di dirigere l'amore

perché se vi trova degni è lui che vi conduce.

L'amore non desidera che consumarsi!

Se amate davvero siano questi i vostri desideri:

destarsi all'alba con un cuore alato

e ringraziare per un altro giorno d'amore;

addormentarsi a sera

con una preghiera per l'amato nel cuore

e un canto di lode sulle labbra.




L'Amore


di:


Gibran Kahlil Gibran


 


 


 


 







 

Iscriviti a Post Tutti i commenti Modello Watermark. Powered by Blogger.