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sabato 10 agosto 2013

Il credente medita su quello che percepisce come il silenzio di Dio


                    Squassato dalla bufera


di Gianfranco Ravasi

Il medico Rieux nel romanzo La peste (1947) di Albert Camus, quando stringe tra le braccia il bambino colpito dal morbo, non riesce a trattenersi: "Mi rifiuterò sino alla fine di amare questa creazione dove i bambini sono torturati". In quell'assenza indifferente del Creatore davanti al dolore innocente molti hanno visto una prova lampante dell'inesistenza di Dio. È questo uno dei capitoli più vasti della stessa storia della cultura perché il dolore, il male, la tragedia naturale sono il terreno privilegiato sul quale si celebrano le apostasie o le esplicite professioni di ateismo e dove la fede è collocata in un crogiuolo ardente di prova. In realtà il tema dell'assenza di Dio o del suo silenzio o della sua apparente indifferenza e della relativa tenebra in cui anche il credente si trova impigliato costituisce un immenso campo in cui fedeli e increduli si incrociano.
La Bibbia stessa non esita a mettere in scena questa esperienza drammatica, a partire dai tre giorni di ascesa di Abramo alla vetta del Moria, iniziati con la cupa voce di un Dio che contraddiceva se stesso, imponendo l'eliminazione del figlio da lui promesso e donato (Genesi 22). La testimonianza più sofferta, atroce e universale è però quella di Giobbe che ha generato uno sterminato paratesto letterario e artistico nei secoli, divenendo il simbolo di una fede lacerata che rasenta la bestemmia contro un Dio mostro (Giobbe 16,7-17) sempre taciturno, vanamente sostenuto dai suoi difensori d'ufficio.
La "fede vera" si misura nel venerdì santo, nella regione tenebrosa della sofferenza e dell'assenza di Dio, come per altro ricorda in un film emozionante del 1962 quel regista ateo-teologo che è stato Ingmar Bergman: Luci d'inverno è appunto la crisi di un pastore travolto dalla morte della moglie e che è invitato dal suo sagrestano a riconoscersi in Cristo crocifisso. Anche "l'ateo del villaggio" nella famosa Antologia di Spoon River (1915) di Edgar Lee Masters, dopo aver letto il Vangelo "in una lunga malattia mentre tossivo a morte", riconosce di aver visto come "una fiaccola di speranza e d'intuizione e di desiderio che l'Ombra, guidandomi rapida tra le caverne del buio, non poté estinguere". E questa meta è l'immortalità vista, però, non "come un dono ma come un compimento".


(©L'Osservatore Romano 10 agosto 2013)

venerdì 19 luglio 2013

Ricordo di Vincenzo Cerami


                        Il laico che cercava


di Gianfranco Ravasi

Devo confessare che, sotto le volte del Pantheon lo scorso primo luglio, ho atteso che si compisse una sorta di piccolo prodigio. Sapevo che da qualche tempo Vincenzo Cerami era gravemente ammalato, ma speravo lo stesso di intravedere il suo volto tra coloro che in quel pomeriggio stavano partecipando a un evento suggestivo e significativo. Dovevo, infatti, consegnare ufficialmente le nomine dei nuovi membri della più antica Accademia pontificia, quella di Belle Arti e Lettere dei Virtuosi al Pantheon, riconosciuta da Paolo iii nel 1542. Tra costoro Benedetto xvi aveva cooptato anche Cerami, noto al grande pubblico soprattutto per una delle sue tante fisionomie artistiche, quella di sceneggiatore cinematografico: aveva col regista Benigni approntato nel 1997 il copione de La vita è bella, affrontando la sfida di narrare visivamente in modo lieve un tema "indicibile" e pesante come quello dei lager nazisti.
Come è noto, lungo questa via artistica aveva incrociato altri registi importanti, a partire da Pier Paolo Pasolini nell'indimenticabile Uccellacci e uccellini. Ma l'arcobaleno della sua creatività era passato anche attraverso il romanzo, il racconto, la poesia, il teatro, la critica cinematografica. Anzi, proprio quest'ultimo suo impegno mi aveva messo in sospetto sul suo stato di salute (non avevo notizie indirette perché i nostri erano stati sempre e solo contatti personali): da molte settimane, infatti, non trovavo più la sua firma nelle recensioni filmiche sul supplemento letterario de "Il sole 24 ore". Ovviamente ora il mio non vuole essere un profilo bio-bibliografico, ma un ricordo quasi intimo, sostenuto dai dialoghi, dagli incontri, dalle condivisioni ideali che abbiamo avuto.
Sì, perché la mia conoscenza esplicita con Cerami, pur essendo recente, aveva acquistato subito i colori di una vera e propria amicizia. Certo, ricordo ancora la lontana ma forte emozione che provai da ancor giovane prete quando nel 1976 lessi il suo famoso Un borghese piccolo piccolo, un testo livido e tragico, illuminato dallo sforzo di sciogliere la disperazione e la violenza in un tentativo estremo di comprensione. Mai, però, avrei pensato che le nostre strade così diverse si sarebbero incrociate proprio nella città di Cerami, a Roma, quando, divenuto presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, pensai anche a lui, scrittore certamente "laico", per l'incontro degli artisti delle varie discipline e delle diverse ideologie con Benedetto xvi il 21 novembre 2009 nella Cappella Sistina.


(©L'Osservatore Romano 19 luglio 2013)

giovedì 27 dicembre 2012

Il grido della speranza e della fede nell'episodio in cui il neonato Gesù viene presentato ritualmente al tempio di Gerusalemme


                       L'attesa di Simeone


                       La venuta del Cristo è il grande evento che scuote i cuori,
                          atterrisce Erode e Gerusalemme ma esalta i giusti
 

                                                     di Gianfranco Ravasi


Quest'anno il periodo natalizio è scandito per molti lettori dal libro di Benedetto XVI dedicato ai Vangeli dell'infanzia di Gesù. Non vogliamo, perciò, sovrapporci alla sua lettura di quei 180 versetti distribuiti nei primi due capitoli dei Vangeli sia di Matteo sia di Luca. Abbiamo pensato solo di ritagliare una scena a prima vista un po' marginale del capitolo 2 di Luca e su di essa di intessere una riflessione di carattere spirituale, quasi da lectio divina. La scelta è caduta sull'episodio in cui il neonato Gesù viene presentato ritualmente al tempio di Gerusalemme, puntando innanzitutto sulla figura di Simeone. Sappiamo che il percorso drammatico di Giobbe aveva come approdo definitivo una stupenda professione di fede: "Io ti conoscevo per sentito dire, ora i miei occhi ti hanno visto" (42, 5). Lo stesso approdo è raggiunto da Simeone che, quando incontra Gesù nel tempio, esclama: "I miei occhi hanno visto la salvezza" (Luca, 2, 30). Il brano si trasforma, quindi, nella storia di un'attesa e di un incontro sorprendente. Come dice Samuel Beckett in Aspettando Godot, "l'aria è piena dei nostri gridi". E il grido dell'attesa e della speranza non è deluso.
La venuta del Cristo è il grande evento che scuote i cuori, che atterrisce Erode e, con lui, Gerusalemme, ma che esalta i giusti. Un testo gnostico del III secolo affermava: "Quando apparve il Verbo divino, che è nel cuore di quanti lo proferiscono, tra i vasi si produsse un generale turbamento perché gli uni erano vuoti e gli altri erano pieni, gli uni erano diritti e gli altri rovesciati". Prima di introdurre sulla scena la figura di Simeone, evochiamo sinteticamente il fondale che, in verità, è molto quotidiano. Eppure, questa è la prima visita del Signore nel suo tempio. Egli ora viene presentato per essere purificato secondo la normativa del Levitico (12, 6-8) e del libro dell'Esodo (13, 1-2); in realtà egli è colui che purifica, come aveva annunciato il profeta Malachia: "Ecco, io manderò un mio messaggero (...) subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate. Chi sopporterà il giorno della sua venuta? Chi resisterà al suo apparire? Egli è come il fuoco del fonditore e come la lisciva dei lavandai. Siederà per fondere e per purificare; purificherà i figli di Levi, li affinerà come oro e argento perché possano offrire al Signore un'oblazione secondo giustizia" (3, 1-3).
Gesù bambino entra, invece, coi suoi genitori come un semplice e povero membro del popolo dell'alleanza. Maria obbedisce alle norme legali e rituali e si sottopone alle prescrizioni della Legge che per quaranta giorni dal parto la tenevano lontana dal tempio perché considerata impura. Il quarantesimo giorno doveva recarsi al tempio e, nell'atrio delle donne, alla cosiddetta porta di Nicanore, era dichiarata pura da un sacerdote. Per la cerimonia era imposto il sacrificio di un agnello e di una colomba. Per i poveri, per i quali l'agnello era un lusso eccessivo, si poteva ricorrere a due colombe, stancamente ricevute da un sacerdote certamente più attento alla purificazione di un'aristocratica o della moglie di un collega. Maria è una donna osservante ed è una donna povera.


(©L'Osservatore Romano 27-28 dicembre 2012)

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