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lunedì 27 gennaio 2014

Auschwitz e la Giornata della Memoria


                          Vigile attenzione



"È fuor di dubbio - scrive Cristiana Dobner - che Auschwitz è una sorta di monumento, nel senso che raccoglie e testimonia l'efferatezza nazista e il dolore patito da Israele e da chi con Israele condivise il destino di non essere nazista o di essersi opposto al regime dominante. Però se fosse solo così, sarebbe ancora troppo poco, le ceneri sarebbero inerti. Auschwitz è ben di più, è memoria attiva, zikkaron, fertile, è cenere calda che trasmette vita. Non nel paradosso poetico che da morte dona vita, ma nella concezione biblica che conosce per esperienza che il Creatore vigila come sentinella e non dimentica il suo popolo. La sua è una memoria sempre attuale".
E se l'interrogativo immediato è "dov'era questo Creatore quando Israele subiva lo sterminio nazista?", esso però nella sua angoscia risulta monco, perché carente di una seconda parte: "Io, dov'ero, quando Israele subiva lo sterminio nazista?". Io non c'ero è risposta fasulla, perché il mio legame con tutta la storia mi interpella e mi pone su di un terreno che richiede risposta. Io, oggi, dove sono? Da che parte sto? Abito Auschwitz e mi proietto sulla storia oppure lo lascio al suo passato e così dono fertilizzante ai pregiudizi che hanno lastricato la strada che conduce ad Auschwitz? Ecco allora la necessità della memoria viva, palpitante. Uno zikkaron che attivi richiami e generi sempre rapporti chiari, liberi, di autentico apprezzamento.


(©L'Osservatore Romano 26 gennaio 2014)

sabato 10 agosto 2013

Il credente medita su quello che percepisce come il silenzio di Dio


                    Squassato dalla bufera


di Gianfranco Ravasi

Il medico Rieux nel romanzo La peste (1947) di Albert Camus, quando stringe tra le braccia il bambino colpito dal morbo, non riesce a trattenersi: "Mi rifiuterò sino alla fine di amare questa creazione dove i bambini sono torturati". In quell'assenza indifferente del Creatore davanti al dolore innocente molti hanno visto una prova lampante dell'inesistenza di Dio. È questo uno dei capitoli più vasti della stessa storia della cultura perché il dolore, il male, la tragedia naturale sono il terreno privilegiato sul quale si celebrano le apostasie o le esplicite professioni di ateismo e dove la fede è collocata in un crogiuolo ardente di prova. In realtà il tema dell'assenza di Dio o del suo silenzio o della sua apparente indifferenza e della relativa tenebra in cui anche il credente si trova impigliato costituisce un immenso campo in cui fedeli e increduli si incrociano.
La Bibbia stessa non esita a mettere in scena questa esperienza drammatica, a partire dai tre giorni di ascesa di Abramo alla vetta del Moria, iniziati con la cupa voce di un Dio che contraddiceva se stesso, imponendo l'eliminazione del figlio da lui promesso e donato (Genesi 22). La testimonianza più sofferta, atroce e universale è però quella di Giobbe che ha generato uno sterminato paratesto letterario e artistico nei secoli, divenendo il simbolo di una fede lacerata che rasenta la bestemmia contro un Dio mostro (Giobbe 16,7-17) sempre taciturno, vanamente sostenuto dai suoi difensori d'ufficio.
La "fede vera" si misura nel venerdì santo, nella regione tenebrosa della sofferenza e dell'assenza di Dio, come per altro ricorda in un film emozionante del 1962 quel regista ateo-teologo che è stato Ingmar Bergman: Luci d'inverno è appunto la crisi di un pastore travolto dalla morte della moglie e che è invitato dal suo sagrestano a riconoscersi in Cristo crocifisso. Anche "l'ateo del villaggio" nella famosa Antologia di Spoon River (1915) di Edgar Lee Masters, dopo aver letto il Vangelo "in una lunga malattia mentre tossivo a morte", riconosce di aver visto come "una fiaccola di speranza e d'intuizione e di desiderio che l'Ombra, guidandomi rapida tra le caverne del buio, non poté estinguere". E questa meta è l'immortalità vista, però, non "come un dono ma come un compimento".


(©L'Osservatore Romano 10 agosto 2013)
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