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venerdì 27 dicembre 2013

Davanti alla nascita dell'unico salvatore


              Così grande da farsi bambino


di Hermann Geissler

Il Natale invita a guardare al presepio con stupore, ad aprire il nostro cuore per comprendere un po' perché Dio si è fatto bambino. Dio è più grande di ogni nostro pensiero, come hanno insegnato i grandi teologi. E ciò vale anche per il Messia, più grande delle nostre idee su di lui.
Così possiamo intuire in cosa consiste la vera potenza di Dio: nella sua bontà. "Dio è amore" scrive san Giovanni nella prima lettera, e aggiunge: "In questo si è manifestato l'amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito figlio nel mondo perché noi avessimo la vita per lui" (4, 8-9). Da sempre gli uomini hanno voluto essere vicini a Dio. Questo desiderio è divenuto realtà con la venuta di Gesù. Ora possiamo essere vicini a Dio, perché egli si è fatto vicino a noi. Ora tutti - in particolare i semplici, i poveri, i sofferenti, i bambini - hanno accesso al cuore di Dio.
L'amore ha spinto il Dio grande a farsi piccolo. Per cogliere il significato di questa umiltà, pensiamo all'inizio. Adamo ed Eva furono creati da Dio a sua immagine, con il compito di reggere il mondo servendo il creatore. Ma si ribellarono pensando che Dio avrebbe limitato la loro libertà. Questa superbia, che ha distrutto l'armonia fra Dio e le creature, si trova in qualche modo in ogni uomo come una "goccia di veleno" (Benedetto XVI).
Nel presepio vediamo il bambino: indifeso, totalmente dipendente da Maria e Giuseppe. Qui possiamo accorgerci che Dio è veramente diverso da come noi lo immagineremmo. Ha voluto liberarci dalla nostra superbia, scegliendo la strada dell'umiltà. Così ha voluto guarire il nostro cuore, liberandolo dal peccato, la causa più profonda dei mali del mondo. Il presepio ci spinge anche all'umiltà, sottomettendoci "gli uni agli altri nel timore di Cristo" (Efesini, 5, 21) e sapendo che l'umiltà è "la forza del Vangelo" (Papa Francesco).
Gesù vuol rinascere anche oggi nei nostri cuori. Dio si è fatto uomo perché noi diventassimo "partecipi della natura divina" (2 Pietro, 1, 4). Ciò è avvenuto nel momento del battesimo, quando abbiamo ricevuto la nuova vita, quella dei figli nel Figlio. Questa vita dobbiamo nutrire con la preghiera e far crescere tramite la grazia dei sacramenti. Questa vita è un grande mistero: mostra la grandezza di Dio che nel suo amore vuol entrare nel cuore di ognuno di noi e mostra la grandezza dell'uomo creato per Dio e che solo in Gesù trova la piena felicità e la vera pace. "Riconosci, o cristiano, la tua dignità. Ricorda a quale capo appartieni e di quale corpo sei membro. Ripensa che, liberato dal potere delle tenebre, sei stato trasferito nella luce e nel regno di Dio" (san Leone Magno).
Dio si è fatto bambino - per rivelarci il suo amore che ci attira, per mostrarci la sua umiltà che ci salva, per farci suoi figli che partecipano della sua stessa vita. Siamo grati e fieri di questa nostra vocazione cristiana e rendiamo testimonianza a quel Dio che è così grande da farsi bambino per noi.


(©L'Osservatore Romano 23-24 dicembre 2013)

giovedì 27 dicembre 2012

Il grido della speranza e della fede nell'episodio in cui il neonato Gesù viene presentato ritualmente al tempio di Gerusalemme


                       L'attesa di Simeone


                       La venuta del Cristo è il grande evento che scuote i cuori,
                          atterrisce Erode e Gerusalemme ma esalta i giusti
 

                                                     di Gianfranco Ravasi


Quest'anno il periodo natalizio è scandito per molti lettori dal libro di Benedetto XVI dedicato ai Vangeli dell'infanzia di Gesù. Non vogliamo, perciò, sovrapporci alla sua lettura di quei 180 versetti distribuiti nei primi due capitoli dei Vangeli sia di Matteo sia di Luca. Abbiamo pensato solo di ritagliare una scena a prima vista un po' marginale del capitolo 2 di Luca e su di essa di intessere una riflessione di carattere spirituale, quasi da lectio divina. La scelta è caduta sull'episodio in cui il neonato Gesù viene presentato ritualmente al tempio di Gerusalemme, puntando innanzitutto sulla figura di Simeone. Sappiamo che il percorso drammatico di Giobbe aveva come approdo definitivo una stupenda professione di fede: "Io ti conoscevo per sentito dire, ora i miei occhi ti hanno visto" (42, 5). Lo stesso approdo è raggiunto da Simeone che, quando incontra Gesù nel tempio, esclama: "I miei occhi hanno visto la salvezza" (Luca, 2, 30). Il brano si trasforma, quindi, nella storia di un'attesa e di un incontro sorprendente. Come dice Samuel Beckett in Aspettando Godot, "l'aria è piena dei nostri gridi". E il grido dell'attesa e della speranza non è deluso.
La venuta del Cristo è il grande evento che scuote i cuori, che atterrisce Erode e, con lui, Gerusalemme, ma che esalta i giusti. Un testo gnostico del III secolo affermava: "Quando apparve il Verbo divino, che è nel cuore di quanti lo proferiscono, tra i vasi si produsse un generale turbamento perché gli uni erano vuoti e gli altri erano pieni, gli uni erano diritti e gli altri rovesciati". Prima di introdurre sulla scena la figura di Simeone, evochiamo sinteticamente il fondale che, in verità, è molto quotidiano. Eppure, questa è la prima visita del Signore nel suo tempio. Egli ora viene presentato per essere purificato secondo la normativa del Levitico (12, 6-8) e del libro dell'Esodo (13, 1-2); in realtà egli è colui che purifica, come aveva annunciato il profeta Malachia: "Ecco, io manderò un mio messaggero (...) subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate. Chi sopporterà il giorno della sua venuta? Chi resisterà al suo apparire? Egli è come il fuoco del fonditore e come la lisciva dei lavandai. Siederà per fondere e per purificare; purificherà i figli di Levi, li affinerà come oro e argento perché possano offrire al Signore un'oblazione secondo giustizia" (3, 1-3).
Gesù bambino entra, invece, coi suoi genitori come un semplice e povero membro del popolo dell'alleanza. Maria obbedisce alle norme legali e rituali e si sottopone alle prescrizioni della Legge che per quaranta giorni dal parto la tenevano lontana dal tempio perché considerata impura. Il quarantesimo giorno doveva recarsi al tempio e, nell'atrio delle donne, alla cosiddetta porta di Nicanore, era dichiarata pura da un sacerdote. Per la cerimonia era imposto il sacrificio di un agnello e di una colomba. Per i poveri, per i quali l'agnello era un lusso eccessivo, si poteva ricorrere a due colombe, stancamente ricevute da un sacerdote certamente più attento alla purificazione di un'aristocratica o della moglie di un collega. Maria è una donna osservante ed è una donna povera.


(©L'Osservatore Romano 27-28 dicembre 2012)

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