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venerdì 27 settembre 2013

Il film vincitore a Venezia


                  Nelle periferie dell'anima


di Lucetta Scaraffia

Vi è una singolare coincidenza fra le parole di Papa Francesco, che incita fedeli e clero ad andare nelle "periferie" della società e dell'anima, e il film che ha vinto il festival di Venezia, Sacro Gra, dedicato al Grande raccordo anulare di Roma e meritoriamente prodotto dalla Rai. Costata anni di lavoro, l'opera non è di denuncia sociale, ma una narrazione poetica in cui la solitudine e l'estraneazione dell'essere umano di fronte all'invasione della tecnica vengono trasmesse da immagini e rumori: di vite passate in auto, di appartamenti piccoli e miseri, di locali squallidi.
Nel silenzio rotto raramente da voci umane si ascolta il rombo del nastro di asfalto che circonda la città, qualche aereo che passa a quota troppo bassa, la televisione accesa. E, ricorrente, l'urlo delle sirene. La tecnologia - rappresentata dal movimento incessante delle auto che produce intorno a sé degrado sociale e ambientale - conta i suoi caduti: scena che si ripete è l'ambulanza che arriva e carica il ferito in un incidente stradale.
Ma in questo paesaggio orribile, in questo frastuono incessante, in una condizione che ricorda un girone infernale, Dio è presente. Non tanto nei luoghi deputati a custodirlo - in una chiesa brutta e moderna il prete si aggira solitario - ma nell'animo degli esseri umani che abitano questo inferno. Fra le donne riunite all'aperto che pregano quasi con violenza, ma soprattutto nei delicati rapporti che riscaldano la vita quotidiana di chi, spinto ai margini della vita sociale, in questo inferno è costretto a vivere.
Rapporti umani, illuminati da sogni impossibili, ma che riescono a stabilire vere correnti amorose. Vincono su tutti per il calore e la freschezza quelli fra padre e figlia e madre e figlio, rappresentati in piccoli episodi e in ambienti di grande e suggestivo realismo. Ma anche il botanico che si aggira in una natura degradata e sporca per salvare le palme malate, ascoltando con timore e insieme muta ammirazione il rumore ingigantito degli insetti che le divorano, è un esempio di rapporto amoroso con l'ambiente.
L'amore trasmesso attraverso una parola o uno sguardo è così, in questo luogo terribile, la forza che permette di affrontare la morte, lasciata in mano alle ruspe e a operai indifferenti, affrontata come un fatto tecnico, una appendice del Gra. Ma Dio è anche nel finale, nell'unica musica del film, una vecchia canzone che si chiama Il cielo: certo, qui il cielo, nelle sue due accezioni - quella naturale e quella simbolica di sede di Dio - può sembrare lontano e indifferente, ma è l'unico luogo luminoso a cui gli occhi si possono volgere. Anche nel fragore delle auto e nella solitudine di una periferia degradata.


(©L'Osservatore Romano 27 settembre 2013)

venerdì 20 settembre 2013

Nelle sale "Sacro Gra" di Gianfranco Rosi


                   Gran documentario ma...


di Emilio Ranzato

All'ombra del Grande Raccordo Anulare di Roma si nasconde un'umanità marginale, dimenticata, caratterizzata da attività solitarie eppure come unite dalla comune lontananza dal resto della città. Un pescatore di anguille, un botanico "medico" delle palme, un attore di fotoromanzi, uno pseudo principe alla ricerca di titoli nobiliari, un barelliere di ambulanza. Oltre a una serie di figure di contorno altrettanto sui generis. Di alcuni di essi intravediamo anche scampoli di quotidianità, attraversati da una vita sociale rarefatta che non fa che confermare la loro emarginazione. Sullo sfondo, l'imponente autostrada cittadina, testimone impassibile, e forse simbolica di un'indifferenza molto più generalizzata.
Compito di un buon documentarista è sicuramente quello di selezionare il reale a partire dalla materia prima, ossia i personaggi, le loro azioni e naturalmente l'ambientazione, che qui è la vera protagonista. In questo il regista Gianfranco Rosi si dimostra ispirato ma anche equilibrato. Nel quadro complessivo del sottobosco che gravita attorno al raccordo prevalgono la povertà e il degrado, nel migliore dei casi un'eccentrica sottocultura. Ma il tono non è mai compassionevole o paternalistico come è capitato spesso per altre forme di realismo del cinema italiano.
Inoltre il regista "sa stare" sul set accanto ai protagonisti. Sa far decantare le loro gesta a volte minute, a volte importanti, spesso in un modo o nell'altro eroiche, al fine di catturare un'emozione che sia pienamente genuina. Il che per un documentarista corrisponde a un'ottima direzioni di attori.
Quello che manca al film - al di là di qualche inquadratura inclinata che si fonde in un tutt'uno con le architetture assurdamente futuristiche dei palazzi delle periferie - è invece una spiccata ricerca espressiva, stilistica o anche solo estetica. Si ha l'impressione che Rosi, comprensibilmente innamoratosi del mostro di cemento e dei suoi caotici satelliti, si sia fidato troppo del loro fascino, al punto da credere che un intervento esterno appena evidente avrebbe guastato l'incantesimo. Piazzando la cinepresa nel punto giusto, spesso questo taglio rispettoso paga. In altri momenti, però, si rischia di scivolare nell'oggettività del servizio giornalistico, benché di alto livello.
In tal modo, anche la poetica rischia di perdersi in un percorso un po' ondivago. Se a tratti risulta chiaro ciò che ha detto il presidente di giuria Bernardo Bertolucci nell'assegnare alla pellicola il Leone d'oro all'ultimo festival di Venezia, ossia che il film arriva a dare significato al proprio titolo restituendo un senso del sacro, è vero anche che questa qualità il film la perde talvolta di vista, forse per il sin troppo rigoroso intento di inseguire fino in fondo l'idea di un affresco quanto più caleidoscopico. Intento, per l'appunto, di natura tipicamente giornalistica.


(©L'Osservatore Romano 20 settembre 2013)
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