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venerdì 30 novembre 2012

Pubblicato integralmente il diario di Etty Hillesum uccisa ad Auschwitz il 30 novembre 1943


               Come nella melma nazista
                    fiorì una donna nuova


                                                          di Cristiana Dobner

Etty Hillesum sta diventando, forse suo malgrado, una testimone del Novecento perché la sua vicenda personale, inserita nel contesto storico che le venne dato da vivere, trapassa i confini della sua individualità e diventa paradigma per tutti: si staglia con la sua umanità come una luce che lacera le fitte tenebre del nazismo e quelle terrificanti della Shoah.
La giovane ragazza non scriveva per lasciare una pietra miliare cui altri avrebbero fatto riferimento, in cui avrebbero letto, giorno dopo giorno, le efferatezze archiviate e comprovate, ma scriveva in piena libertà. Scriveva soprattutto per un motivo più profondo, che si scopre man mano che ci si inoltra nella sua vicenda, e che saprà consegnare ai posteri.
Questa la chiave di lettura delle copiose pagine di Diario, nella sua versione di Adelphi, finalmente integrale, un tomo di ben 800 pagine - il triplo rispetto alla prima edizione davvero mutila e mutilata - ora ricca di note e di inquadramenti storici, per comprendere la straordinaria vicenda dell'ebrea olandese, tanto straordinaria proprio perché passa per le vicende quotidiane e semplici di tutti. L'odierna edizione premette una biografia di Etty e riporta integralmente i quaderni, corredati da ampie note.
La prima edizione ridotta del Diario impediva, a motivo dei passi espunti, di cogliere il percorso religioso dell'autrice, e limitava la tensione della giovane ebrea alla sola dimensione terrena, mentre per lei ormai lo spazio si dilatava. Indubbiamente si convertiva. Il problema della cosiddetta conversione di Etty Hillesum pone un problema da chiarire: si tratta di un passaggio da una posizione agnostica e indifferente alla postura profonda di chi ha riconosciuto Dio nella propria esistenza. Non è questione legata a una religione piuttosto che a un'altra: Etty Hillesum non ha mai professato o aderito a una chiesa, quanto piuttosto ha affermato - con il pensiero, il desiderio e la vita - la Presenza di un Creatore che scopriva dimorante in sé.
Nella melma nazista, in uno dei periodi più neri della storia, fiorisce una donna nuova, come quel gelsomino sul tetto del suo garage, in piena città, in piena bufera antisemita.
Il 30 novembre 1943, stando ai dati della Croce Rossa, "il cuore pensante" valicava il confine della storia e del tempo. Noi sappiamo però che continua a pulsare nei suoi scritti: "Un'anima è fatta di fuoco e di cristalli di rocca. È una cosa molto severa e dura in senso vetero-testamentario, ma è anche dolce come il gesto delicato con cui la punta delle sue dita sfiorava le mie ciglia. (...) Si vorrebbe essere un balsamo per molte ferite".


(©L'Osservatore Romano 30 novembre 2012)

mercoledì 24 ottobre 2012

In libreria "Il tempo è un dio breve", nuovo romanzo di Mariapia Veladiano


Storia di una donna che ha imparato a pregare

                                                                     di Giulia Galeotti 

"Com'è strana la mia storia - scriveva nel suo diario Etty Hillesum - la storia della ragazza che aveva imparato a pregare". Pur con tutte le differenze, queste parole della ventinovenne ebrea olandese uccisa ad Auschwitz costituiscono un riassunto perfetto anche per la storia di Ildegarda, protagonista del nuovo romanzo di Mariapia Veladiano, Il tempo è un dio breve (Torino, Einaudi, 2012, pagine 232, euro 17). La trama è facile. Abbandonata dal marito con un figlio piccolo, Ildegarda è avviluppata nello sconforto. Per Natale, volendo trovare un rifugio lontano con il piccolo Tommaso, arriva sulle splendide montagne dell'Alto Adige dove fa un incontro che cambierà la sua vita.
Alle prese con questo canovaccio, l'autrice dimostra di essere una scrittrice completa. Superare la prova del secondo romanzo quando il primo (La vita accanto) è stato un grande successo di pubblico e di critica, non è impresa facile. C'è il rischio della fretta, della ripetizione, dell'approssimazione o dello snaturamento. Veladiano, invece, schiva brillantemente tutti i pericoli, offrendoci un nuovo, meraviglioso romanzo. Quel che ritorna, rispetto al precedente, è il senso profondo della storia, che poi è il senso profondo della vita: il dolore esiste, ma la capacità di essere vivi la si acquisisce camminando con gli altri.
Il romanzo comincia con una cappa terribile. Le sabbie mobili indotte da un malessere cupo, totale. Eppure, capire che le cose possono cambiare è possibile. Ildegarda racconta al lettore la sua storia, e lo fa (lei che ha studiato teologia) interrogandosi ininterrottamente. Anzi, interrogandoLo ininterrottamente. La domanda più assillante che questa ragazza rivolge a Dio è la questione più terribile che la vita mette sul piatto: la sofferenza dei bambini. Ildegarda si arrabbia, si dispera, cerca la fede, ringrazia, sorride, si chiede se crede - e Gli chiede se crede. Dialogando con Dio, lo insegue, lo ama, lo rincorre, lo strapazza, si abbandona. È un fluire di domande, asserzioni, suppliche. È un affidarsi. È una grandissima dimostrazione d'amore.
Oltre che per l'impianto generale del romanzo, Veladiano dimostra una cura stupefacente per il contorno, i dettagli. Una cura che è anche un'attestazione di profondo rispetto per il lettore.Lo rivelano la maestria con cui ogni personaggio viene descritto e la scelta di ogni singola parola.
È pieno il racconto di Ildegarda. È un guardare dentro il dolore, ma è un guardare (allo stesso tempo e insieme) la vita negli occhi. Nel fluire di interrogativi, una sola risposta. Affidarsi.
""Che la sua gioia sia piena, Signore". Questo pregavo". È quel che ha imparato Ildegarda.


(©L'Osservatore Romano 24 ottobre 2012)

lunedì 30 luglio 2012

A sessant'anni dal momento di massima diffusione de "il Vittorioso"

Jacovitti e non solo


di Domenico Volpi

Sessant'anni fa "il Vittorioso", il giornalino edito dalla Gioventù Italiana Azione Cattolica (Giac), raggiungeva il massimo della sua diffusione, che toccò le 150.000 copie e si mantenne a questo livello nei due anni successivi. È stimolante chiedersi le ragioni di questo successo che fece del settimanale cattolico il più diffuso tra le pubblicazioni per ragazzi (per i bambini c'era lo storico "Corriere dei Piccoli").
È fin troppo ovvio attribuire il maggior merito al grande Jacovitti, che pure ebbe un ruolo fondamentale per i due terzi della vita del giornale. Il grande balzo in avanti - quando nel 1949 presi in mano la redazione "il Vitt" vendeva 90.000 copie - deve aver avuto un complesso di motivi, una serie di punti di forza.
Accanto a Jacovitti - che nel 1952 esibiva con grande varietà in successione la satira piratesca di Capitan Pim e quella di Pippo Ugh dal sapore western, nonché un Pippo cacciatore e un Pippo in Africa - il giornalino ebbe altri due umoristi. Il primo era l'anziano Sebastiano Craveri, con i suoi "Zoolandini", animali antropomorfi che si contrapponevano allo zoo disneyano per l'atmosfera più paesana, bonaria e persino poetica. Il secondo era un giovanissimo Lino Landolfi, che cominciava a proporre il suo Procopio: lanciato sul supplemento "Almanacco Vitt" di quell'anno. Grazie a un ingegnoso accorgimento narrativo, proprio quel personaggio divenne una delle colonne portanti del giornale per gli anni successivi.
Ma c'erano anche, in quel 1952, alcune grandi storie avventurose, pomposamente e impropriamente chiamate "cineromanzi", caratterizzate da forti novità. Ad esempio, il ciclo Le Grandi Acque (testo di Roudolph, disegni di un Giovannini in gran forma) era il primo grande racconto western a fumetti che, in tutta l'editoria italiana, presentava la civiltà dei cosiddetti "pellerossa" in modo positivo, e non imperniava la vicenda in azioni belliche ma nel rapporto di un ragazzo con i suoi sogni (trovare e domare un cavallo) e con la grandiosità della natura. Il ribelle dell'Ulster presentava la lotta degli irlandesi contro l'oppressione inglese all'epoca di Elisabetta i, in pagine assolutamente spettacolari affidate al pennello di Giulio Ferrari, esperto di armi e costumi e collaboratore di Cinecittà.
Un altro grande illustratore, Gianni De Luca - poi colonna de "Il Giornalino" e rinnovatore del linguaggio fumettistico - con la penna di Danilo Forina incantava i lettori ne Il Cantico dell'Arco, la storia biblica di Davide resa anch'essa spettacolare. E ne La casa del padre di Renato Polese ed Eros Belloni echeggiava, in un'avventurosa storia moderna, la parabola del Figlio Prodigo.
L'altro grande elemento di novità, rispetto ai giornalini concorrenti, erano le copertine e i "paginoni". Il passaggio da 8 a 16 pagine, avvenuto alla fine del 1950, apriva nuovi spazi anche al giornalismo e a una presentazione del Vitt che colpisse l'occhio dei lettori: contammo molto sulla perizia di Kurt Caesar, maestro nell'uso della tempera, esperto nei vari settori della tecnica.


(©L'Osservatore Romano 30-31 luglio 2012)

giovedì 1 marzo 2012

Ritrovate 147 lettere che D'Annunzio scrisse ad Alessandra Di Rudinì tra il 1893 e il 1907


                        E Gabriele rispose


Finalmente le pagine del Vate chiariranno i dilemmi che gli scritti di lei lasciavano percepire ma non comprendere



di CRISTIANA DOBNER

Fu veramente un fulmine a ciel sereno quando mi raggiunse il messaggio che, nel suo primo paragrafo, bloccava la monografia, quasi pronta per la stampa, su Alessandra Di Rudinì e Gabriele D'Annunzio. Il secondo paragrafo, dandomi ragione della battuta d'arresto, esplose invece in un'ondata di sole radioso: entro breve tempo avrei avuto a disposizione un ritrovamento eccezionale che avrebbe colmato lacune e offerto chiarimenti autorevoli e irrefutabili.
Era stato messo in vendita dagli eredi Marogna attraverso la mediazione della Casa d'Aste Bloomsbury di Roma il carteggio che tanto aveva fatto parlare e scrivere: chi lo pensava distrutto, chi nelle mani di un'amica fidata che lo avesse sigillato per decenni, chi ancora sepolto negli archivi carmelitani francesi e chi miserevolmente affidato alle fiamme per non lasciare traccia. Ora invece è realmente accessibile, grazie all'intervento del presidente del Vittoriale, Giordano Bruno Guerri che ha saputo conquistare il prezioso cimelio.
La vicenda è intrigante. Esistono gli autografi di Alessandra, focosa e appassionata Nike, amante di Gabriele. Esistevano, però, anche i vuoti delle risposte dannunziane. Da qui tutta la ridda delle supposizioni. Ripercorriamone la vicenda perché, d'ora in poi, si potrà procedere in assoluta parità di botta e risposta. Il corpus ritrovato consta di ben 147 lettere dannunziane, 7 telegrammi, 2 cartoline postali, 1 foto. Le lettere sono risalenti ai diversi anni della loro passionale unione: 23 del 1903; 17 1904; 6 del 1905; 27 del 1906; 14 del 1907. Dove mai sono state conservate? Per dare risposta è necessario riandare agli anni di vita comune della coppia e alla loro divisione dolorosa, per Sandra indubbiamente, meno per Gabriele già consolatosi.
Dopo aver rifiutato di sposare il gran duca di Russia, Alessandra Di Rudinì decide di convolare a nozze con il marchese Marcello Carlotti, così descritto dal fratello Andrea: "piuttosto schivo di compagnia e casalingo (...) è uno che ama i suoi comodi e apparterrà presto - se non lo è - alla categoria di persone che si domanda de' consuetudinari (...). Marcello vive ed esercita il mero e misto imperio", cioè domina a Garda e a Scaveaghe. La coppia si sposa a Roma l'8 giugno 1895 in una cornice da favola, dalla loro unione nasceranno due figli maschi (nel 1896 il primogenito Antonio, nel 1898 il secondogenito Andrea). La giovane donna però deve affrontare la grave malattia del consorte, una tubercolosi che in poco tempo lo porterà alla tomba, così rimane vedova il 29 aprile 1900.
Il primo incontro con il Vate che avrebbe travolto la sua vita avviene a Roma di sfuggita, ma solo nell'ottobre 1903, in occasione del matrimonio del fratello Carlo Emanuele Di Rudinì, di cui Gabriele D'Annunzio è testimone, la conoscenza si approfondisce e, poco dopo, scocca la scintilla della passione. Alessandra, presa dal vortice della relazione, trascurò i figli e ospitò D'Annunzio, alla loro presenza, nel castello dei Carlotti a Scaveaghe, scandalizzando il personale di servizio con il suo comportamento. Perciò successivamente usò un'altra tattica, allontanandoli e mandandoli alla Ca' Bianca dei boschi di Bré. Nel turbinio di una vita lussuosa e disordinata la marchesa aveva pure dilapidato il patrimonio familiare. Il padre di Alessandra, don Antonio Starabba Di Rudinì, agì con due sentenze di inabilitazione (dicembre 1904 e aprile 1905) confermate dalla corte d'appello di Venezia, con la conseguente perdita della patria potestà, come peraltro aveva agito con il figlio Carlo, dedito al gioco e allo sperpero, interdicendolo nel 1894. I due marchesini Carlotti furono prevalentemente affidati a domestici fino all'età in cui il collegio dei gesuiti di Mondragone avrebbe potuto accoglierli, e dove si sarebbero segnalati per lo scarso rendimento scolastico. La loro complessione fisica ereditata dal padre, ben presto, si palesò, infatti si ammalarono di tubercolosi. L'8 giugno 1904 Nike scriveva al suo Gabriel: "Ieri sono andata a Mondragone per vedere i bambini. Il più piccolo è tranquillo e contento, ma Antonio mi ha fatta una grande scena di lacrime; è disperato! Temo si abituerà difficilmente, e mi rincresce tanto!".
Il loro precettore a Scaveaghe, il giovane abbé Gorel, ci ha lasciato una descrizione dei due rampolli: "il marchese Antonio, il più vecchio, dal viso un po' femminile, la fronte inquadrata da una bionda capigliatura, occhi vivi, di una corporatura svelta e slanciata, era il preferito in virtù della sua intelligenza e delle sue qualità esteriori. Si intravedevano, nel suo aspetto, la finezza propria dei Carlotti, suoi avi paterni. Il marchese Andrea, più giovane di 18 mesi [in realtà 14 scarsi], assai grande ma più solidamente strutturato del fratello, che amava scherzare sul rosso dei suoi capelli tagliati a spazzola, era più confidente, più accessibile ad una direzione educativa. Buon ragazzo, assai indolente di natura, era meglio dotato di sentimenti che di intelligenza. Egli sognava di diventare ufficiale di marina".
Da una lettera di Alessandra - citata dall'abbé Gorel e datata 16 dicembre 1912 - si viene a sapere di una "brusca malattia sopravvenuta al secondo figlio Andrea", quindi in tempi successivi alla professione carmelitana della marchesa, che agì immediatamente: "su consiglio di quattro illustri dottori, son partita per il Sanatorio d'Inner de Sauer Arrosa, tenuto dal celebre dott. Jacobi. Questo sanatorio si trova a 1.800 m. d'altitudine tra Coira e Davosà". Alessandra - divenuta suor Maria del Sacro Cuore - in realtà affidò il figlio alla governante Anna Sorbi e ritornò al suo Carmelo in Francia "dopo di aver fatto tutto il mio dovere", scrive.
Pochi mesi dopo, è Antonio a venire dichiarato malato e a raggiungere il fratello Andrea nel sanatorio di Arosa (Svizzera) prima e di Brunate (Como) successivamente. Eccoci così giunti al professor Marogna [Sorso (SS)1875- Roma 1950], illustre chirurgo e ordinario di Clinica chirurgica presso numerose università italiane (Genova, Parma, Pisa, Sassari e Modena). A Sassari fu rettore negli anni Trenta. I suoi studi sperimentali e le sue scoperte sulla tubercolosi renale lo portarono a Londra e Parigi a svolgere conferenze in merito. Nel primo decennio del 1900, a Pisa, egli incontrò ed ebbe in cura i due figli della marchesa Carlotti Di Rudinì. Con Antonio, in particolare, nacque un'amicizia profonda, che fu spezzata dalla morte prematura del giovane il 25 novembre 1916. A ricordo perenne di quell'amicizia, ebbe un lascito che comprendeva il suddetto carteggio, rimasto celato negli archivi di famiglia fino a oggi. Tra non molto le lettere di Gabriele D'Annunzio chiariranno i vuoti e i dilemmi che i soli scritti di Alessandra lasciavano percepire ma non comprendere.



(©L'Osservatore Romano 1 marzo 2012)
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